Salvatore Scarpino ha scritto un libro interessante sul brigantaggio dopo l’unità d’Italia (La guerra cafona).
Infatti tra il 1860 ed il 1870, qualche migliaio di meridionali non vedendo di buon occhio l’operazione militare e politica di “annessione” dell’Italia borbonica a Casa Savoia, si ribellarono e diedero vita ad un decennio di sanguinosa e spietata guerriglia che costò complessivamente la vita a circa 200.000 individui tra civili, “briganti” e militari unitari dell’esercito sardo-piemontese.
Questi ribelli, ex “cafoni”, soldati ed ufficiali dell’esercito borbonico, pastori, artigiani, abbigliati sommariamente, malamente armati, con le “ciocie” ai piedi, coraggiosi e derminati, animati da insorgenze e ideali anti unitari, scatenarono una guerra a tutto campo contro la monarchia incarnata dai Savoia, i nuovi padroni, colpevoli d’introdurre nelle province meridionali pesanti tassazioni, la leva militare obbligatoria, la deindustrializzazione, un rigido ed ottuso sistema burocratico, la capillare epurazione di militari ed impiegati pubblici del regno borbonico.
I cosiddetti briganti con il silenzioso sostegno dell’ex governo dei Borboni, erano condotti da capi decisi a tutto proclamatisi generali, come Crocco – Chiavone – Romano – Stramenga – Sacchinello – Gentile – Filomena Pennacchio – fratelli Giorgi, per menzionare solo alcuni di coloro che condussero una lotta senza quartiere contro l’esercito sardo-piemontese capitanato dallo spietato generale savoiardo Cialdini, contro gli “insorti” da loro considerati briganti analfabeti, esseri pigri ed inferiori, selvaggi da educare.
La guerra civile si svolse principalmente nelle contrade montane della Calabria, del Napoletano, della Lucania e della Puglia.
Gli insorti, divisi in numerosi gruppi consistenti, scelsero di rischiare di morire piuttosto di vivere sotto il giogo di un governo “ateo e straniero”. Essi colpivano d’improvviso i centri abitati per poi ritirarsi nei fitti boschi montani per sottrarsi alla schiacciante superiorità numerica e d’armamenti dei reparti sardo-piemontesi.
I ribelli godevano della simpatia e dell’appoggio dei parroci di campagna e la loro causa era pure legittimata dal re borbone.
L’esercito di Cialdini condusse la lotta con metodi spicci e crudeli, fucilando sul posto tutti coloro che venivano trovati in possesso di armi, arrestando e giustiziando senza processo coloro che venivano soltanto sospettati di appoggiare i ribelli.
Crocco, un capo abile ed irriducibile, tenne in scacco intere formazioni di soldati unitari dalla Lucania alla Puglia, occupando grossi paesi. Questo durò fino a quando per via di tradimenti e a causa dell’esaurimento di rifornimenti ed armi, venne catturato e condotto a morire nelle dure carceri piemontesi di Fenestrelle. L’altro famoso capopopolo Chiavone, che operò prevalentemente nei territori compresi tra il Liri ed il Volturno, fece la stessa fine.
I movimento insurrezionale poteva contare su almeno 400 bande organizzate per un totale di circa 10.000 armati. Con i fiancheggiatori uniti in piccoli gruppi, la cifra poteva toccare i 50.000 combattenti tra cui parecchie donne.
Guerra civile dunque condotta dagli insorti in modo inclemente; insomma non si facevano prigionieri. E dalla parte dell’esercito unitario, composto da ben 80.000 uomini, la repressione veniva esercitata con fini punitivi ed altrettanto spietati. I “repressori” si sentivano legittimati a tali comportamenti dalla famigerata legge Pica che prevedeva per i residenti la durezza del diritto di guerra, senza riconoscere loro lo stato di belligeranti, quindi fu servita in modo furbescamente politico la parvenza di legalità.
Inevitabilmente questo decennale scontro si trasformò in un lungo fatto bellico crudele e sanguinoso. La morte di circa 200.000 persone, a prima vista esagerata, non è poi così lontana dal vero, sebbene per avvalorarlo occorrerebbe consultare a fondo gli archivi di Stato, ancora sostanzialmente segretati, per cercarne le carte probanti.
Stante il quadro delle forze dispiegate in campo, i “briganti” non potevano che perdere; ma l’esercito sabaudo poteva vincere meglio ed umanamente. Comportamento che non si è voluto tenere per scelta consapevole, anzi le nefaste vicende sono ancora censurate.

Non ho avuto ancora la possibilità di leggere questo libro, tuttavia immagino che l’articolo ne ricalchi il contenuto. Ci sono alcuni aspetti che vanno senz’altro messi nel conto di una migliore valutazione di quanto avvenuto (es. le cifre), ma l’insieme è nel solco del cosiddetto “revisionismo”.
Ne abbiamo visto l’assalto furibondo con la scadenza dei 150 anni dell’unità. Una valanga di libri, al 99% ispirati da un odio clericale verso tutto ciò che sa di unità e di Italia, attacchi vergognosi verso i protagonisti di quella stagione, – per certi versi unica e irripetibile, che va sotto il nome di Risorgimento-, ovvero a Garibaldi, Cavour e a chiunque fosse sospettato di poter diventare un punto di riferimento ideale per le giovani generazioni di oggi. Attacchi prima ancora che politici, spesso personali, con ricostruzioni fantasiose, che cercavano continuamente di introdurre il sospetto, se non la certezza, di avere a che fare piu’ che con degli eroi, con dei lestofanti.
Ora, si dà il caso, che io ho scritto proprio un libro su questi avvenimenti, che quindi conosco alla perfezione, come conosco tutte le pesanti falsificazioni cui sono ricorsi i cosiddetti “revisionisti”, per far tornare i conti.
Credo che sia giunto il momento di reagire a questa furibonda campagna contro l’Italia, che ha l’unico scopo di riportare indietro la storia, ad esclusivo vantaggio di forze che hanno sempre combattuto perché l’Italia rimanesse divisa, facile preda di chiunque l’assalta, come scrivevano i nostri grandi scrittori mezzo secolo, e piu’, fa.
Breve,succinto e compendioso si diceva,volendo esprimere apprezzamento per uno scritto e quello cui mi riferisco è meritevole di grande apprezzamento. : In poche righe riassume tutta una grande tragedia quale fu l’occupazione violenta e ingannevole del Sud.E’ tutto riassunto molto bene e viene posto ben in evidenza il ruolo di criminale di guerra svolto dal Cialdini,il cui nome ancora viene adoperato come intestazione di strade in varie città del Sud,fino ad arrivare ad avere ancora in bella mostra un busto dello stesso nel palazzo detto della Borsa a Napoli. Le considerazioni da fare sarebbero tante,tantissime ma preferisco limitarmi a esprimere la speranza che i popoli del Sud escano dal torpore italico e si riprendano la loro identità ricordando che sono stati per secoli e secoli autonomi e indipendenti con la loro capitale ,Napoli , i cui cittadini oggi si confondono con gli abitanti di un qualunque capoluogo di provincia e non ricordano di essere abitanti di una antica capitale europea che gareggiava con Londra e Parigi in ogni campo e spesso primeggiava.
Un grazie per quanto scritto Giovanni Salemi