Nicola Cariglia ha svolto un’intensa attività giornalistica in RAI, dove entra nel 1970. Per vari anni è stato Vice Direttore della Direzione Esteri RAI (auttalmente RAI International), Direttore della Sede di Pescara e Direttore della Sede RAI per la Toscana.
Ha avuto anche una importante parentesi politico-amministrativa, ricoprendo tra gli altri incarichi quello di Vicesindaco di Firenze e Presidente della Società di gestione dell’Aeroporto di Firenze.
Dal 2002 è Presidente e co-fondatore del Gruppo dei Centouno e Direttore di PensaLibero.it
Dal 2009 è Presidente della Fondazione Filippo Turati, Ente Morale Onlus associato alle Nazioni Unite.
Caro Giuseppe,
durante il Primo e Secondo Risorgimento si immolavano e combattevano i giovani. Oggi, invece, oltre a non esserci nessuno che si immola, si mantiene cadrega, stipendio e pensione.
E’ una vergogna che per primo individuò quel grande combattente di Randolfo Pacciardi, ingiustamente vilipeso dall’intellighenzia “politica” italica di tutti gli schieramenti (persino nel PRI, che vergognosamente lo espulse, salvo, anni dopo, riammetterlo nel suo Pantheon).
Se nel PRI, in questi ultimi anni, avessero recuperato Pacciardi (anzichè riempirsi la bocca del vetusto La Malfa e dell’ex repubblichino di Salò Spadolini, già giornalista de “La difesa della Razza”), allora avrebbero potuto porsi all’avanguardia di una nuova stagione politica, magari dialogando all’interno del Terzo Polo ed aprendo ad una coalizione di nuovo centro, che richiamasse i valori di Pacciardi, certo, ma anche di Sforza, Einaudi, De Gasperi. Una stagione riformatrice, insomma.
In questo senso non vedo spiragli, per quanto mi auguro che la sfiducia nella politica di questi partiti aumenti a dismisura, l’Italia sia commissariata ed il prof. Monti rimanga Premier per almeno un altro decennio.
Caro Luca,
tutti i partiti esistenti che si rifanno alla tradizione risorgimentale o alla tanto vituperata Prima Repubblica sono ospizi per vecchie glorie e signore di una certa età che amano riempirsi la bocca con citazioni dotte e coltivarsi il proprio orticello fatto di amarcord e di frasi del tipo: “Ai miei tempi…”.
La cosa più drammatica che anche tu ben evidenzi è la totale incapacità di questi signori di consentire un ricambio generazionale. Quello che più mi sconcerta di questi vetusti organi politici è quello che in alcuni casi sono diventati: campi di battaglia dove si scontrano bande rivali. E’ divenuta celebre e patetica la lotta che da anni dilania un partitino che ormai è l’ombra di se stesso: due signori in età di pensionamento si combattono a suon di scomuniche e di frasi del tipo: “Tu sei indegno di…”. Patetici. E più patetici son coloro che reggono tale gioco. Contenti loro. Comunque sia della scomparsa di tali fazioni mi son fatta una ragione da diverso tempo e non mi metterò in gramaglie il giorno in cui sommersi da debiti un ufficiale giudiziario porrà la parola fine a delle storie politiche che ormai appartengono al passato. Io ritengo che un morto vada lasciato nel suo sepolcro e non resuscitato. Evidentemente la sindrome di Lazzaro è dura da sconfiggere.
Riguardo al futuro che ci aspetta anche io vedo nero all’orizzonte e il tuo auspicio di un De Gaulle appartiene più al mondo dell’irrealizzabile. La storia di questo paese non consente a nessun De Gaulle di emergere, siamo geneticamente diversi dai francesi: altra storia, altra politica. Per quanto mi riguarda faccio mia la lezione di Vincenzo Cuoco e non mi aspetto più la salvezza dallo “straniero”.
Inventiamoci qualcosa di nuovo oppure stiamo a guardare limitandoci a registrare gli eventi.
P.S: riguardo all’ottimismo mi son ricordato di una celebre frase di Oswald Spengler: “L’ottimismo è viltà”. Sarà vero?
Caro Giuseppe,
il PRI, come gli altri partiti laici farebbero bene semplicemente a diventare delle Fondazioni. Se il PRI diventasse una Fondazione io sarei il primo ad iscrivermi.
Così stando le cose sembrano piuttosto degli ospizi per vecchie glorie.
E’ questo che mi ha deluso del PRI, ovvero l’incapacità di rinnovarsi, di dare spazio, anche in Parlamento, a persone giovani e sconosciute, in luogo dei soliti noti. Ho smesso di fare politica attiva, ad ogni modo, da parecchio tempo perché non mi piacciono i “riti” che anche tu illustri.
Non so ancora cosa ci riserverà il futuro, ma non sono per nulla ottimista e temo che anche questa volta l’astensione sarà l’unico antidoto allo sfacelo.
Caro Luca,
anche io come te ho sperato che dal Pri potesse venir fuori qualcosa di buono e di nuovo, purtroppo le mie orecchie e i miei occhi hanno sentito e visto cose che mi hanno profondamente deluso. Inutile voler cercare un responsabile credo che la politica faccia parte di un gioco che ha le sue regole e i suoi personaggi, o stai a quelle regole e sopporti certi figuri o è meglio trovarsi altra occupazione magari meno deludente e più proficua. La morale e la politica giocano su due piani diversi e a meno che uno non voglia diventar matto è meglio limitarsi a guardare, osservare con spirito critico gli eventi. Prezzolini negli anni venti ebbe la felice idea di “fondare” la società degli Apoti, quasi quasi bisognerebbe che qualcuno rispolverasse questa idea.
Quello che rimprovero ad Emma Bonino è l’essere stata totalmente incapace di gestire il successo elettorale europeo del 1999 (9% dei voti). La Bonino è emersa quando si è distaccata da Pannella, ma ha commesso il grave errore di farsi gestire la vittoria dai soliti noti radicali e a mio avviso la sua figura appartiene più al passato della politica che al futuro.
Caro Giuseppe,
ma quello dei Nucara, Sbarbati, fratelli Craxi and Co. (e non cito l’On. De Luca, perché attualmente non in Parlamento) non è protagonismo, ma attaccamento recidivo alla cadrega. Avendo prodotto che cosa, invero ? Nulla, come giustamente sottolinei anche tu.
Non una riforma laica o liberale in più. Solo mantenimento di strutture partitiche vetuste e senza alcun ricambio generazionale.
E’ una cosa che dico e scrivo dal 2005 e l’ho detta più e più volte anche quando ero nel PRI e mi illudevo che quel partito potesse cambiare qualche cosa (magari garantendo una leadership a Giannino).
Su Bonino e Pannella e sui radicali si può dire di tutto,però hanno ottenuto risultati concreti: sulle carceri, sui diritti, sul fatto che oggi si parla di articolo 18 e soprattutto sono gli unici laici ad avere ancora quel poco di consenso elettorale che altri hanno perso negli anni ’90.
Bonino e Pannella, insomma, sono gli unici laici credibili, ma questo non perché lo dico io (che non mi sono mai iscritto a nessun soggetto radicale), ma perché lo dicono i risultati ottenuti dalla galassia radicale.
A me pare anche che oggi siano gli unici a parlare ancora di liberalismo e libertarismo. Però hanno un grandissimo difetto: sono settari e verticistici. E soprattutto troppo vicini ai “sinistri” del Pd and Co. per essere totalmente credibili.
Caro Luca,
la tua opinione sul protagonismo dei politici mediocri italiani è anche la mia. In questi ultimi venti anni hanno corteggiato spudoratamente la destra e la sinistra solo per ottenere comode poltrone e laute prebende. Se qualcuno mi dicesse cosa hanno fatto (dal 1994 ad oggi) per il Paese i vari repubblicani, socialisti, radicali e liberali mi farebbe cosa gradita. E allora come cantava Battiato per i direttori artistici “mandiamoli in pensione” io lo direi anche per le cariatidi della laicità italiana. Nuove energie, nuove idee purchè il tutto non puzzi di “giovinezza giovinezza primavera di…”.
Tu salvi la premiata ditta radicale B. & P., ma il loro slogan anni novanta ripetuto a tamburo battente dalla mattina alla sera “liberali, liberisti e libertari” che fine ha fatto? Si è forse esaurito con la crisi economica degli ultimi anni? Son passati da Milton Friedman a Keynes? Una conversione sulla via di Wall Street?
In attesa di un De Gaulle all’amatriciana ti saluto.
P.S: ho sempre avuto un debole per il caro e vecchio zio Ebenizer.
Caro Giuseppe,
l’egoismo, però, non è – in sè – individualismo. E’ egoismo, ovvero mal comprensione del concetto di individualità che porta a totale chiusura in sè stessi.
Ebenizer Scroodge, del Canto di Natale di Dikens era un egoista…non necessariamente un individualista.
Il protagonismo, invece, trovo che sia utile, ma solo se ci sono personalità di spessore che possono permetterselo. Ed in questo senso, nella Storia, individuo: Gulio Cesare, Federico il Grande di Prussia, Mazzini, Garibaldi, Cavour, Pacciardi, De Gasperi, De Gaulle, Craxi.
I nomi dei politici che citi, invero, li vorrei tutti quanti in pensione: hanno fatto il loro tempo e salvo Bonino e per molti versi Pannella, gli altri non certo lo spessore politico dei grandi che ho citato.
Vorrei Oscar Giannino, Emma Bonino, Paolo Montesi, Paolo Bianchi, Roberta Culiersi, Stefano Carluccio ed altri. Magari sconosciuti, ma gente tenace e spesso giovane.
Nè polli nè galli: solo eroi ;-)
Caro Luca,
l’individualismo è disumano quando si dimentica della compassione verso l’altro. L’egoismo, l’avidità, il protagonismo saranno pure ingredienti fondamentali per far evolvere liberamente l’umano genere ma bisogna pur saperli dosare. Ribadisco il mio pensiero: scegliere tra Mazzini e Darwin. L’uno esclude l’altro.
Per te il protagonismo è un valore? Bene. Allora in bocca al lupo, perchè avrai tanto da lavorare per mettere insieme Pannella, Bonino, Nucara, De Luca, Sbarbati, G. La Malfa, Nencini, De Michelis, i due fratelli Craxi e mi fermo qui. Un vecchio detto dice: “Dove ci sono tanti galli non fa mai giorno”.
Caro Giuseppe,
ma perché mai l’individualismo dovrebbe essere assoluto o disumano ?
Se si è consapevoli di essere individui, ovvero esseri umani, allora non vi è ragione di ritenere ciò fonte di assolutismo o disumanità.
Gli assolutisti, infatti, spesso non erano affatto individualisti bensì collettivisti o oligopolisti ovvero fondatori chi di monarchie assolute, imperi, soviet, corporazioni o simila.
Il materialismo, poi, è spetto aspetto del collettivismo piuttosto che dell’individualismo. Pensiamo ad esempio al rapporto personale e diretto con Dio delle culture luterane, calviniste e valdesi, le quali hanno fortemente influenzato il pensiero liberale d’occidente.
Personalmente non amo parlare di destra o sinistra, poichè ciò porta ad un discorso lungo e complesso, in cui ad esempio fascismo, nazismo e comunismo hanno la medesima origine: il marxismo. Ed il marxismo, invero, può dirsi sinistra ? Può dirsi progresso ?
Diversamente il liberismo ed il libertarismo, possono davvero dirsi destra ? Possono dirsi davvero conservazione ?
Mah, tutto è relativo, specie all’atto pratico.
Efficienza, solidarietà e libertà, valori che tu evochi sono – appunto – valori appartenenti a tutta l’Umanità. E’ per questo che non ha senso dividersi fra destra e sinistra, fra liberali e socialisti, guelfi o ghibellini.
Non ho affatto scritto, come tu indichi, che occorre “mettere da parte meschine logiche di protagonismo”. Personalmente penso che il protagonismo sia un valore e non necessariamente un disvalore. Occorrerebbe, piuttosto oggi, qualcuno che abbia il coraggio e magari anche il supporto per guidare il Paese con protagonismo. Mancano i De Gaulle, però. Ed anche i De Gasperi. Grandi protagonisti del nostro tempo.
Occorre mettere da parte i partiti e le ideologie, invece. Occorre mettere in comune persone di destra e sinistra stanche di questa politica, del sistema delle imposte, della burocrazia, dei sindacati. Ovvero di tutti quei fattori che, dagli anni ’70 ad oggi, sono forieri di sottosviluppo e di sfruttamento del cittadino.
Per unirsi però, ribadisco, occorre un progetto e soprattutto danari.
Dove si vanno a prendere ?
Solo se le segreterie nazionali di PLI, PRI, socialisti sparsi, Radicali e qualche essere pensante del PdL (penso ad Antonio Martino) e del Pd (penso al prof. Ichino), mettono assieme le risorse ciò potrebbe essere possibile.
Non credo nemmeno un po’ che ciò accadrà, ma ci spero.
Caro Luca,
siamo d’accordo l’economia a servizio dell’individuo facendo attenzione a non scivolare in un assoluto e disumano individualismo dove quel che conta è arricchirsi solo materialmente. Io intravedo un filo rosso che lega destra e sinistra: entrambe idolatrano senza alcuno spirito critico la divinità Economia e tutto ciò che ad essa è subordinato dimenticandosi di indirizzare la società verso un autentico umanesimo liberale o socialista.
La vera sfida è quella di riuscire a far coincidere l’efficienza con la solidarietà, l’ambiente con lo sviluppo. Ecco perché condivido l’invito del Direttore a guardare ad altre esperienze, dove ben si coniugano efficienza,solidarietà e libertà.
I paesi socialdemocratici del nord Europa possono essere un modello ideale di sviluppo? O dobbiamo piegarci necessariamente al modello anglosassone? La vecchia Europa è ancora in grado di inventarsi qualcosa o deve continuare a vivere sempre all’ombra dello zio Sam?
Riguardo al tuo invito a mettere da parte meschine logiche di protagonismo per far nascere un nuovo soggetto politico mi trovi pienamente d’accordo. La sconfinata galassia di partitini liberali, socialisti, radical repubblicani cosa ha prodotto fino ad oggi? Niente.
In fin dei conti è quello che da anni e mesi Nicola Cariglia tenta di far capire: UNIAMOCI.
Caro Giuseppe, come ogni scienza umana l’economia è ovviamente al servizio dell’individuo. Individuo che, a seconda dei casi, può facilitarsi o meno la vita.
Se la complica laddove decide di introdurre storture all’economia di mercato, ad esempio, ovvero allorquando introduce misure protezionistiche, oppure imposte penalizzanti come l’IVA oppure l’attuale IMU sulla prima abitazione.
E se la complica allorquando pretende di sfruttare al massimo il lavoro, senza garantire equi salari che, in questo senso, non potranno soddisfare alcuna domanda.
In questo senso l’Italia è indietro anni luce, sia per quanto concerne il primo che il secondo punto.
La sindacatocrazia è un cancro ed è la principale responsabile delle sperequazioni, assieme alla classe politica e partitocratica, che ha favorito unicamente la burocrazia ed il sistema delle tasse e delle imposte.
Sin tanto che non si darà respiro al cittadino ed all’economia (con l’aliquota unica, ad esempio, oppure con un drastico abbassamento delle aliquote IVA), tali sperequazioni e sfruttamento permarrà.
Non sono un crociano e non condivido molte delle impostazioni di Croce.
Einandiano sì, al punto da apprezzare l’evoluzione del suo pensiero: da socialista a liberale puro. Da proporzionalista a presidenzialista.
Ma penso bisognerebbe pensare piuttosto ad Hayek ed a Von Mises (visto che il liberismo non è un’ideologia, ma unicamente dottrina economica liberale applicata alla realtà), ovvero alle cose che in Italia dice quasi esclusivamente Oscar Giannino (ma anche il prof. Francesco Forte).
A Nicola Cariglia vorrei semplicemente ribadire che non ha alcun senso costituire, in Italia, ulteriori forze politiche. Tanto più ideologiche.
Sarebbe piuttosto interessante lavorare al di fuori delle logiche che io definisco “feticistiche” (destra, sinistra, liberalismo, socialismo) e partitiche e pensare ad un progetto totalmente nuovo e diverso. Che prevedesse, come già delineavo in altro scritto, lo scioglimento di determinati partiti – quelli laici e liberali – in un’unico soggetto a tutela dei produttori, dei consumatori, dei tartassati, degli stanchi da questo schifo (il Ministro Riccardi, che è fine intellettuale pur di cultura cattolico-liberale, ha ragione da vendere) di politica.
Un soggetto che comprenda persone che come Nicola guardano al socialismo, ma anche persone che come me guardano alla destra liberale europea di Sarkozy ed a quella libertaria di Ron Paul.
Sarebbe non solo un progetto totalmente innovativo, ma anche la premessa per guardare oltre gli steccati ideologici e puntare alle cose che ci uniscono (che possono essere anche due o tre).
ho letto con grandissimo interesse la vostra discussione e vi ringrazio per avere scelto Pensalibero per il confronto. Vorrei contribuire e stimolarvi con una sola osservazione. Liberali e Socialdemocratici hanno dimostrato una grandisima capacitá di adattamento e aggiornamento alle situazioni determinate dai processi storici nei vari Paesi europei e no.
Perché, allora, non dovrebbe essere possibile e matura in Italia la nascita di una forza liberalsocialista? La rinuncia alla troppa invadenza dello Stato é achisita da decenni da parte della Socialdemocrazia. E, nel pensiero liberale, molti e fondamentali pensatori, come ricorda Giuseppe Selvaggi, sono fortemente contrari al mercatismo assoluto.
Quanto allímportanza dei temi economici in questo momento, sono totalmente d’accordo con il commento a questo articolo di Gianfranco Orsini.
Caro Luca,
fai bene ad indignarti e a scagliarti contro la socialburocrazia di destra come di sinistra. Mi permetto però di ricordarti, giacché hai citato l’umanesimo liberale, che l’economia DEVE essere al servizio dell’uomo e non il contrario. L’essere umano asservito interamente all’economia è uguale a quello asservito alla burocrazia o ad una qualunque altra ideologia sia essa nazismo, fascismo o comunismo o liberismo.
Ricordi la diatriba tra Benedetto Croce e Luigi Einaudi? Tra liberalismo e liberismo? Io propendo per il liberalismo etico di Croce, non scordando le giustissime lotte di Einaudi per una economia autenticamente liberale (abolizione valore legale titolo di studio etc…). Come al solito si tratta di far quadrare il cerchio.
Tu citi la signora Thatcher e il suo contributo all’economia inglese. Fu vera gloria? Analizziamo non solo gli aspetti positivi ma anche quelli negativi.
Io ritengo che il mercato debba sempre essere “guidato” dall’uomo e dalla sua intelligenza e sensibilità per evitare che diventi una giungla dove vince il più forte (e non è detto che esso sia il più intelligente e meritevole) a discapito del più debole. Dobbiamo applicare la lezione di Darwin anche all’economia?
Io propenderei per la lezione del mio maestro Montaigne (e ti garantisco che di umanesimo se ne intendeva): “Ogni uomo ha in sé la forma intera dell’umana condizione”.
Giuseppe, la socialdemocrazia, in Europa, è social-Burocrazia.
In Italia la situazione è ancor peggiore in quanto sia questa sinistra di matrice cattocomunista, che questa destra (ormai senza alcuna matrice, bensì un misto di postfascismo, improvvisazione e socialcomunismo alla Cicchitto, Bondi e Bossi) incarnano il social-Burocraticismo, ovvero lo statalismo più torvo che ha generato aumento della pressione fiscale a fronte di nessun servizio, nonchè aumento indiscriminato della spesa pubblica, spesso a fini populistici.
In Italia, invero, non è mai esistita un’economia di mercato: abbiamo avuto il protezionismo di fine ‘800, il corporativismo fascista ed il corporativismo consociativo spinto e sostenuto da Dc-Pci e Psi (salvo qualche sparuto ravvedimento craxiano…ah, se nel Psi avessero dato più ascolto al prof. Francesco Forte !).
Personalmente sono profondamente antisocialdemocratico, ovvero anti-Burocratico.
Il liberalsocialismo (senza trattini, per carità !) è, semmai, aspetto molto diverso dalla social-Burocrazia ed è stato attuato unicamente da Tony Blair, il quale potè fare ciò che fece (senza mettere troppo le mani nelle tasche del contribuente) solamente perché prima c’erano state le grandi riforme della grande Tatcher. Diversamente sarebbe stato il caos, che è quello che ha vissuto la Francia dopo Jospin o la Spagna dopo la pessima politica economica di Zapatero.
In Italia, ad ogni modo e comunque, la vedo nerissima.
Al tuo quesito potrei rispondere: no, non possiamo fare nulla.
Non con questa partitocrazia. Non con queste forze eversive a destra come a sinistra.
Possiamo, ad ogni modo, pensare ad un progetto alternativo, che vada oltre i partiti e la destra e la sinistra.
Un movimento liberale e libertario puro. Ultimamente penso al Tea Prarty Italia ad esempio: http://www.teapartyitalia.it
Ma per il resto…mah.
Caro Luca,
credo che il mai troppo compianto prof. De Marchi vedesse in Marx il simbolo non solo dei regimi comunisti ma anche quello dell’oppressione burocratica. Uno stato può avere tranquillamente una economia di mercato (vedi Italia) ed opprimere i cittadini con tasse e leggi illiberali di ogni tipo.
A mio avviso dovremmo evitare di credere senza alcuno spirito critico nelle virtù della mano invisibile che regola l’economia (come pensava Adam Smith) ed invece cercare una soluzione in una socialdemocrazia moderna che tuteli i ceti più deboli e garantire allo stesso tempo lo sviluppo dell’economia in senso più liberale evitando così di soffocare l’iniziativa individuale come avviene oggi in Italia e temo anche in buona parte dell’Europa.
Se solo i nostri politicanti si sforzassero di trovare o di proporre per lo meno una soluzione a questo problema eviteremmo di perder tempo in chiacchiere e in contrapposizioni inutili (come sottolineava lucidamente il Direttore nel suo editoriale). Con tutti i problemi che abbiamo lo statista Angelino ci prospetta lo spettro delle nozze gay, si vede che a fine mese non ha da pagare tasse, bollette e mutuo come tutti i comuni cittadini.
L’unica cosa che mi angoscia è il pensiero di quello che ci attende nei prossimi mesi o anni, e cioè una competizione elettorale destra contro sinistra fondata sul nulla o su fasulle contrapposizioni che quando si tratta di spartirsi il malloppo vengono meno.
Possiamo fare qualcosa per impedire che ciò avvenga?
Giuseppe, non vedo perché mai Marx oggi abbia vinto.
Ha vinto nella Russia di Putin (il cui modello è invidiato da Berlusconi), è vero, ed anche nella Cuba di Fidel Castro (il cui modello è invidiato da Vendola), ovvero nei Paesi scarscamente sviluppati. Non ha vinto però altrove.
La crisi economica mondiale non è affatto una conseguenza delle teorie di Hayek o Von Mises, scarsamente applicate persino negli USA – come spiega ottimamente Ron Paul nel suo saggio “The Revolution” – ma a causa dell’oligopolismo e del fallimento del welfare keynesiano che è a totale vantaggio del populismo dei governi, ma non dei cittadini.
Non mi pongo molte domande, piuttosto una sola proposta: occorre togliere potere ai governi.
Ricordo che il libro del prof. Luigi De Marchi “Manifesto dei liberisti” recava in copertina Kafka e capovolto Marx. L’evoluzione (o per chi gradisce involuzione) della politica italiana ed europea ha capovolto i due personaggi: Marx su e Kafka giù. Cosa non ha funzionato nella lotta di Luigi De Marchi? Ragioniamo su questo prima di lanciarci in altre donchisciottesche lotte.
Evitando possibilmente l’argomento “Nemo propheta in patria”.
Caro Nicola, personalmente condivido la prima parte del tuo appello, ovvero la tua analisi relativa alle forze politiche oggi in campo.
La seconda, purtuttavia, non la condivido punto.
La sinistra in Italia è del cappio, è vero, ma nel resto d’Europe e d’occidente è statalista, conservatrice e social-Burocratica.
Ora, non mi pare che l’Italia necessiti di ulteriore social-Burocraticismo, che è tale poichè ha garantito e garantisce unicamente determinate categorie paraculate e sindacalizzate e lascia totalmente scoperte le altre.
Il prof. Luigi De Marchi, che non mi stancherò mai di citare, fotografò perfettamente la situazione socio-economico-politica di questi decenni: la nuova lotta di classe è fra la classe dei parassiti e quella dei produttori. In Italia più che mai.
E’ per questo, io credo che, laicamente, noi laici (non feticisti di colori o casacche di partito), dovremmo farci portavoce delle classe dei produttori ed insistere nell’attuazione di quelle misure liberali, libertarie e liberiste (il prof. De Marchi definì ottimamente il liberismo quale “umanesimo liberale”) atte a rallentare l’intervento burocratico, invasivo (nelle tasche e nelle lenzuola) e parassitario dello Stato e restituisca potere ai cittadini, agli individui, ai produttori.
In questo senso abbiamo ottimi esempi occidentali di leader quali Ron Paul, ma anche il Parti Radical francese che sta con Sarkozy proprio appoggiando le sue proposte anti-burocratiche che tanto caratterizzano il social-Burocratico Hollande.
Caro Giuseppe,
durante il Primo e Secondo Risorgimento si immolavano e combattevano i giovani. Oggi, invece, oltre a non esserci nessuno che si immola, si mantiene cadrega, stipendio e pensione.
E’ una vergogna che per primo individuò quel grande combattente di Randolfo Pacciardi, ingiustamente vilipeso dall’intellighenzia “politica” italica di tutti gli schieramenti (persino nel PRI, che vergognosamente lo espulse, salvo, anni dopo, riammetterlo nel suo Pantheon).
Se nel PRI, in questi ultimi anni, avessero recuperato Pacciardi (anzichè riempirsi la bocca del vetusto La Malfa e dell’ex repubblichino di Salò Spadolini, già giornalista de “La difesa della Razza”), allora avrebbero potuto porsi all’avanguardia di una nuova stagione politica, magari dialogando all’interno del Terzo Polo ed aprendo ad una coalizione di nuovo centro, che richiamasse i valori di Pacciardi, certo, ma anche di Sforza, Einaudi, De Gasperi. Una stagione riformatrice, insomma.
In questo senso non vedo spiragli, per quanto mi auguro che la sfiducia nella politica di questi partiti aumenti a dismisura, l’Italia sia commissariata ed il prof. Monti rimanga Premier per almeno un altro decennio.
Caro Luca,
tutti i partiti esistenti che si rifanno alla tradizione risorgimentale o alla tanto vituperata Prima Repubblica sono ospizi per vecchie glorie e signore di una certa età che amano riempirsi la bocca con citazioni dotte e coltivarsi il proprio orticello fatto di amarcord e di frasi del tipo: “Ai miei tempi…”.
La cosa più drammatica che anche tu ben evidenzi è la totale incapacità di questi signori di consentire un ricambio generazionale. Quello che più mi sconcerta di questi vetusti organi politici è quello che in alcuni casi sono diventati: campi di battaglia dove si scontrano bande rivali. E’ divenuta celebre e patetica la lotta che da anni dilania un partitino che ormai è l’ombra di se stesso: due signori in età di pensionamento si combattono a suon di scomuniche e di frasi del tipo: “Tu sei indegno di…”. Patetici. E più patetici son coloro che reggono tale gioco. Contenti loro. Comunque sia della scomparsa di tali fazioni mi son fatta una ragione da diverso tempo e non mi metterò in gramaglie il giorno in cui sommersi da debiti un ufficiale giudiziario porrà la parola fine a delle storie politiche che ormai appartengono al passato. Io ritengo che un morto vada lasciato nel suo sepolcro e non resuscitato. Evidentemente la sindrome di Lazzaro è dura da sconfiggere.
Riguardo al futuro che ci aspetta anche io vedo nero all’orizzonte e il tuo auspicio di un De Gaulle appartiene più al mondo dell’irrealizzabile. La storia di questo paese non consente a nessun De Gaulle di emergere, siamo geneticamente diversi dai francesi: altra storia, altra politica. Per quanto mi riguarda faccio mia la lezione di Vincenzo Cuoco e non mi aspetto più la salvezza dallo “straniero”.
Inventiamoci qualcosa di nuovo oppure stiamo a guardare limitandoci a registrare gli eventi.
P.S: riguardo all’ottimismo mi son ricordato di una celebre frase di Oswald Spengler: “L’ottimismo è viltà”. Sarà vero?
Caro Giuseppe,
il PRI, come gli altri partiti laici farebbero bene semplicemente a diventare delle Fondazioni. Se il PRI diventasse una Fondazione io sarei il primo ad iscrivermi.
Così stando le cose sembrano piuttosto degli ospizi per vecchie glorie.
E’ questo che mi ha deluso del PRI, ovvero l’incapacità di rinnovarsi, di dare spazio, anche in Parlamento, a persone giovani e sconosciute, in luogo dei soliti noti. Ho smesso di fare politica attiva, ad ogni modo, da parecchio tempo perché non mi piacciono i “riti” che anche tu illustri.
Non so ancora cosa ci riserverà il futuro, ma non sono per nulla ottimista e temo che anche questa volta l’astensione sarà l’unico antidoto allo sfacelo.
Caro Luca,
anche io come te ho sperato che dal Pri potesse venir fuori qualcosa di buono e di nuovo, purtroppo le mie orecchie e i miei occhi hanno sentito e visto cose che mi hanno profondamente deluso. Inutile voler cercare un responsabile credo che la politica faccia parte di un gioco che ha le sue regole e i suoi personaggi, o stai a quelle regole e sopporti certi figuri o è meglio trovarsi altra occupazione magari meno deludente e più proficua. La morale e la politica giocano su due piani diversi e a meno che uno non voglia diventar matto è meglio limitarsi a guardare, osservare con spirito critico gli eventi. Prezzolini negli anni venti ebbe la felice idea di “fondare” la società degli Apoti, quasi quasi bisognerebbe che qualcuno rispolverasse questa idea.
Quello che rimprovero ad Emma Bonino è l’essere stata totalmente incapace di gestire il successo elettorale europeo del 1999 (9% dei voti). La Bonino è emersa quando si è distaccata da Pannella, ma ha commesso il grave errore di farsi gestire la vittoria dai soliti noti radicali e a mio avviso la sua figura appartiene più al passato della politica che al futuro.
Caro Giuseppe,
ma quello dei Nucara, Sbarbati, fratelli Craxi and Co. (e non cito l’On. De Luca, perché attualmente non in Parlamento) non è protagonismo, ma attaccamento recidivo alla cadrega. Avendo prodotto che cosa, invero ? Nulla, come giustamente sottolinei anche tu.
Non una riforma laica o liberale in più. Solo mantenimento di strutture partitiche vetuste e senza alcun ricambio generazionale.
E’ una cosa che dico e scrivo dal 2005 e l’ho detta più e più volte anche quando ero nel PRI e mi illudevo che quel partito potesse cambiare qualche cosa (magari garantendo una leadership a Giannino).
Su Bonino e Pannella e sui radicali si può dire di tutto,però hanno ottenuto risultati concreti: sulle carceri, sui diritti, sul fatto che oggi si parla di articolo 18 e soprattutto sono gli unici laici ad avere ancora quel poco di consenso elettorale che altri hanno perso negli anni ’90.
Bonino e Pannella, insomma, sono gli unici laici credibili, ma questo non perché lo dico io (che non mi sono mai iscritto a nessun soggetto radicale), ma perché lo dicono i risultati ottenuti dalla galassia radicale.
A me pare anche che oggi siano gli unici a parlare ancora di liberalismo e libertarismo. Però hanno un grandissimo difetto: sono settari e verticistici. E soprattutto troppo vicini ai “sinistri” del Pd and Co. per essere totalmente credibili.
Caro Luca,
la tua opinione sul protagonismo dei politici mediocri italiani è anche la mia. In questi ultimi venti anni hanno corteggiato spudoratamente la destra e la sinistra solo per ottenere comode poltrone e laute prebende. Se qualcuno mi dicesse cosa hanno fatto (dal 1994 ad oggi) per il Paese i vari repubblicani, socialisti, radicali e liberali mi farebbe cosa gradita. E allora come cantava Battiato per i direttori artistici “mandiamoli in pensione” io lo direi anche per le cariatidi della laicità italiana. Nuove energie, nuove idee purchè il tutto non puzzi di “giovinezza giovinezza primavera di…”.
Tu salvi la premiata ditta radicale B. & P., ma il loro slogan anni novanta ripetuto a tamburo battente dalla mattina alla sera “liberali, liberisti e libertari” che fine ha fatto? Si è forse esaurito con la crisi economica degli ultimi anni? Son passati da Milton Friedman a Keynes? Una conversione sulla via di Wall Street?
In attesa di un De Gaulle all’amatriciana ti saluto.
P.S: ho sempre avuto un debole per il caro e vecchio zio Ebenizer.
Caro Giuseppe,
l’egoismo, però, non è – in sè – individualismo. E’ egoismo, ovvero mal comprensione del concetto di individualità che porta a totale chiusura in sè stessi.
Ebenizer Scroodge, del Canto di Natale di Dikens era un egoista…non necessariamente un individualista.
Il protagonismo, invece, trovo che sia utile, ma solo se ci sono personalità di spessore che possono permetterselo. Ed in questo senso, nella Storia, individuo: Gulio Cesare, Federico il Grande di Prussia, Mazzini, Garibaldi, Cavour, Pacciardi, De Gasperi, De Gaulle, Craxi.
I nomi dei politici che citi, invero, li vorrei tutti quanti in pensione: hanno fatto il loro tempo e salvo Bonino e per molti versi Pannella, gli altri non certo lo spessore politico dei grandi che ho citato.
Vorrei Oscar Giannino, Emma Bonino, Paolo Montesi, Paolo Bianchi, Roberta Culiersi, Stefano Carluccio ed altri. Magari sconosciuti, ma gente tenace e spesso giovane.
Nè polli nè galli: solo eroi ;-)
Caro Luca,
l’individualismo è disumano quando si dimentica della compassione verso l’altro. L’egoismo, l’avidità, il protagonismo saranno pure ingredienti fondamentali per far evolvere liberamente l’umano genere ma bisogna pur saperli dosare. Ribadisco il mio pensiero: scegliere tra Mazzini e Darwin. L’uno esclude l’altro.
Per te il protagonismo è un valore? Bene. Allora in bocca al lupo, perchè avrai tanto da lavorare per mettere insieme Pannella, Bonino, Nucara, De Luca, Sbarbati, G. La Malfa, Nencini, De Michelis, i due fratelli Craxi e mi fermo qui. Un vecchio detto dice: “Dove ci sono tanti galli non fa mai giorno”.
Caro Giuseppe,
ma perché mai l’individualismo dovrebbe essere assoluto o disumano ?
Se si è consapevoli di essere individui, ovvero esseri umani, allora non vi è ragione di ritenere ciò fonte di assolutismo o disumanità.
Gli assolutisti, infatti, spesso non erano affatto individualisti bensì collettivisti o oligopolisti ovvero fondatori chi di monarchie assolute, imperi, soviet, corporazioni o simila.
Il materialismo, poi, è spetto aspetto del collettivismo piuttosto che dell’individualismo. Pensiamo ad esempio al rapporto personale e diretto con Dio delle culture luterane, calviniste e valdesi, le quali hanno fortemente influenzato il pensiero liberale d’occidente.
Personalmente non amo parlare di destra o sinistra, poichè ciò porta ad un discorso lungo e complesso, in cui ad esempio fascismo, nazismo e comunismo hanno la medesima origine: il marxismo. Ed il marxismo, invero, può dirsi sinistra ? Può dirsi progresso ?
Diversamente il liberismo ed il libertarismo, possono davvero dirsi destra ? Possono dirsi davvero conservazione ?
Mah, tutto è relativo, specie all’atto pratico.
Efficienza, solidarietà e libertà, valori che tu evochi sono – appunto – valori appartenenti a tutta l’Umanità. E’ per questo che non ha senso dividersi fra destra e sinistra, fra liberali e socialisti, guelfi o ghibellini.
Non ho affatto scritto, come tu indichi, che occorre “mettere da parte meschine logiche di protagonismo”. Personalmente penso che il protagonismo sia un valore e non necessariamente un disvalore. Occorrerebbe, piuttosto oggi, qualcuno che abbia il coraggio e magari anche il supporto per guidare il Paese con protagonismo. Mancano i De Gaulle, però. Ed anche i De Gasperi. Grandi protagonisti del nostro tempo.
Occorre mettere da parte i partiti e le ideologie, invece. Occorre mettere in comune persone di destra e sinistra stanche di questa politica, del sistema delle imposte, della burocrazia, dei sindacati. Ovvero di tutti quei fattori che, dagli anni ’70 ad oggi, sono forieri di sottosviluppo e di sfruttamento del cittadino.
Per unirsi però, ribadisco, occorre un progetto e soprattutto danari.
Dove si vanno a prendere ?
Solo se le segreterie nazionali di PLI, PRI, socialisti sparsi, Radicali e qualche essere pensante del PdL (penso ad Antonio Martino) e del Pd (penso al prof. Ichino), mettono assieme le risorse ciò potrebbe essere possibile.
Non credo nemmeno un po’ che ciò accadrà, ma ci spero.
Caro Luca,
siamo d’accordo l’economia a servizio dell’individuo facendo attenzione a non scivolare in un assoluto e disumano individualismo dove quel che conta è arricchirsi solo materialmente. Io intravedo un filo rosso che lega destra e sinistra: entrambe idolatrano senza alcuno spirito critico la divinità Economia e tutto ciò che ad essa è subordinato dimenticandosi di indirizzare la società verso un autentico umanesimo liberale o socialista.
La vera sfida è quella di riuscire a far coincidere l’efficienza con la solidarietà, l’ambiente con lo sviluppo. Ecco perché condivido l’invito del Direttore a guardare ad altre esperienze, dove ben si coniugano efficienza,solidarietà e libertà.
I paesi socialdemocratici del nord Europa possono essere un modello ideale di sviluppo? O dobbiamo piegarci necessariamente al modello anglosassone? La vecchia Europa è ancora in grado di inventarsi qualcosa o deve continuare a vivere sempre all’ombra dello zio Sam?
Riguardo al tuo invito a mettere da parte meschine logiche di protagonismo per far nascere un nuovo soggetto politico mi trovi pienamente d’accordo. La sconfinata galassia di partitini liberali, socialisti, radical repubblicani cosa ha prodotto fino ad oggi? Niente.
In fin dei conti è quello che da anni e mesi Nicola Cariglia tenta di far capire: UNIAMOCI.
Caro Giuseppe, come ogni scienza umana l’economia è ovviamente al servizio dell’individuo. Individuo che, a seconda dei casi, può facilitarsi o meno la vita.
Se la complica laddove decide di introdurre storture all’economia di mercato, ad esempio, ovvero allorquando introduce misure protezionistiche, oppure imposte penalizzanti come l’IVA oppure l’attuale IMU sulla prima abitazione.
E se la complica allorquando pretende di sfruttare al massimo il lavoro, senza garantire equi salari che, in questo senso, non potranno soddisfare alcuna domanda.
In questo senso l’Italia è indietro anni luce, sia per quanto concerne il primo che il secondo punto.
La sindacatocrazia è un cancro ed è la principale responsabile delle sperequazioni, assieme alla classe politica e partitocratica, che ha favorito unicamente la burocrazia ed il sistema delle tasse e delle imposte.
Sin tanto che non si darà respiro al cittadino ed all’economia (con l’aliquota unica, ad esempio, oppure con un drastico abbassamento delle aliquote IVA), tali sperequazioni e sfruttamento permarrà.
Non sono un crociano e non condivido molte delle impostazioni di Croce.
Einandiano sì, al punto da apprezzare l’evoluzione del suo pensiero: da socialista a liberale puro. Da proporzionalista a presidenzialista.
Ma penso bisognerebbe pensare piuttosto ad Hayek ed a Von Mises (visto che il liberismo non è un’ideologia, ma unicamente dottrina economica liberale applicata alla realtà), ovvero alle cose che in Italia dice quasi esclusivamente Oscar Giannino (ma anche il prof. Francesco Forte).
A Nicola Cariglia vorrei semplicemente ribadire che non ha alcun senso costituire, in Italia, ulteriori forze politiche. Tanto più ideologiche.
Sarebbe piuttosto interessante lavorare al di fuori delle logiche che io definisco “feticistiche” (destra, sinistra, liberalismo, socialismo) e partitiche e pensare ad un progetto totalmente nuovo e diverso. Che prevedesse, come già delineavo in altro scritto, lo scioglimento di determinati partiti – quelli laici e liberali – in un’unico soggetto a tutela dei produttori, dei consumatori, dei tartassati, degli stanchi da questo schifo (il Ministro Riccardi, che è fine intellettuale pur di cultura cattolico-liberale, ha ragione da vendere) di politica.
Un soggetto che comprenda persone che come Nicola guardano al socialismo, ma anche persone che come me guardano alla destra liberale europea di Sarkozy ed a quella libertaria di Ron Paul.
Sarebbe non solo un progetto totalmente innovativo, ma anche la premessa per guardare oltre gli steccati ideologici e puntare alle cose che ci uniscono (che possono essere anche due o tre).
Cari Giuseppe e Luca,
ho letto con grandissimo interesse la vostra discussione e vi ringrazio per avere scelto Pensalibero per il confronto. Vorrei contribuire e stimolarvi con una sola osservazione. Liberali e Socialdemocratici hanno dimostrato una grandisima capacitá di adattamento e aggiornamento alle situazioni determinate dai processi storici nei vari Paesi europei e no.
Perché, allora, non dovrebbe essere possibile e matura in Italia la nascita di una forza liberalsocialista? La rinuncia alla troppa invadenza dello Stato é achisita da decenni da parte della Socialdemocrazia. E, nel pensiero liberale, molti e fondamentali pensatori, come ricorda Giuseppe Selvaggi, sono fortemente contrari al mercatismo assoluto.
Quanto allímportanza dei temi economici in questo momento, sono totalmente d’accordo con il commento a questo articolo di Gianfranco Orsini.
Caro Luca,
fai bene ad indignarti e a scagliarti contro la socialburocrazia di destra come di sinistra. Mi permetto però di ricordarti, giacché hai citato l’umanesimo liberale, che l’economia DEVE essere al servizio dell’uomo e non il contrario. L’essere umano asservito interamente all’economia è uguale a quello asservito alla burocrazia o ad una qualunque altra ideologia sia essa nazismo, fascismo o comunismo o liberismo.
Ricordi la diatriba tra Benedetto Croce e Luigi Einaudi? Tra liberalismo e liberismo? Io propendo per il liberalismo etico di Croce, non scordando le giustissime lotte di Einaudi per una economia autenticamente liberale (abolizione valore legale titolo di studio etc…). Come al solito si tratta di far quadrare il cerchio.
Tu citi la signora Thatcher e il suo contributo all’economia inglese. Fu vera gloria? Analizziamo non solo gli aspetti positivi ma anche quelli negativi.
Io ritengo che il mercato debba sempre essere “guidato” dall’uomo e dalla sua intelligenza e sensibilità per evitare che diventi una giungla dove vince il più forte (e non è detto che esso sia il più intelligente e meritevole) a discapito del più debole. Dobbiamo applicare la lezione di Darwin anche all’economia?
Io propenderei per la lezione del mio maestro Montaigne (e ti garantisco che di umanesimo se ne intendeva): “Ogni uomo ha in sé la forma intera dell’umana condizione”.
Giuseppe, la socialdemocrazia, in Europa, è social-Burocrazia.
In Italia la situazione è ancor peggiore in quanto sia questa sinistra di matrice cattocomunista, che questa destra (ormai senza alcuna matrice, bensì un misto di postfascismo, improvvisazione e socialcomunismo alla Cicchitto, Bondi e Bossi) incarnano il social-Burocraticismo, ovvero lo statalismo più torvo che ha generato aumento della pressione fiscale a fronte di nessun servizio, nonchè aumento indiscriminato della spesa pubblica, spesso a fini populistici.
In Italia, invero, non è mai esistita un’economia di mercato: abbiamo avuto il protezionismo di fine ‘800, il corporativismo fascista ed il corporativismo consociativo spinto e sostenuto da Dc-Pci e Psi (salvo qualche sparuto ravvedimento craxiano…ah, se nel Psi avessero dato più ascolto al prof. Francesco Forte !).
Personalmente sono profondamente antisocialdemocratico, ovvero anti-Burocratico.
Il liberalsocialismo (senza trattini, per carità !) è, semmai, aspetto molto diverso dalla social-Burocrazia ed è stato attuato unicamente da Tony Blair, il quale potè fare ciò che fece (senza mettere troppo le mani nelle tasche del contribuente) solamente perché prima c’erano state le grandi riforme della grande Tatcher. Diversamente sarebbe stato il caos, che è quello che ha vissuto la Francia dopo Jospin o la Spagna dopo la pessima politica economica di Zapatero.
In Italia, ad ogni modo e comunque, la vedo nerissima.
Al tuo quesito potrei rispondere: no, non possiamo fare nulla.
Non con questa partitocrazia. Non con queste forze eversive a destra come a sinistra.
Possiamo, ad ogni modo, pensare ad un progetto alternativo, che vada oltre i partiti e la destra e la sinistra.
Un movimento liberale e libertario puro. Ultimamente penso al Tea Prarty Italia ad esempio: http://www.teapartyitalia.it
Ma per il resto…mah.
Caro Luca,
credo che il mai troppo compianto prof. De Marchi vedesse in Marx il simbolo non solo dei regimi comunisti ma anche quello dell’oppressione burocratica. Uno stato può avere tranquillamente una economia di mercato (vedi Italia) ed opprimere i cittadini con tasse e leggi illiberali di ogni tipo.
A mio avviso dovremmo evitare di credere senza alcuno spirito critico nelle virtù della mano invisibile che regola l’economia (come pensava Adam Smith) ed invece cercare una soluzione in una socialdemocrazia moderna che tuteli i ceti più deboli e garantire allo stesso tempo lo sviluppo dell’economia in senso più liberale evitando così di soffocare l’iniziativa individuale come avviene oggi in Italia e temo anche in buona parte dell’Europa.
Se solo i nostri politicanti si sforzassero di trovare o di proporre per lo meno una soluzione a questo problema eviteremmo di perder tempo in chiacchiere e in contrapposizioni inutili (come sottolineava lucidamente il Direttore nel suo editoriale). Con tutti i problemi che abbiamo lo statista Angelino ci prospetta lo spettro delle nozze gay, si vede che a fine mese non ha da pagare tasse, bollette e mutuo come tutti i comuni cittadini.
L’unica cosa che mi angoscia è il pensiero di quello che ci attende nei prossimi mesi o anni, e cioè una competizione elettorale destra contro sinistra fondata sul nulla o su fasulle contrapposizioni che quando si tratta di spartirsi il malloppo vengono meno.
Possiamo fare qualcosa per impedire che ciò avvenga?
Caro Gianfranco,
ti ringrazio per aver espresso efficacemente concetti che che non avrei saputo manifestare con pari semplicitá e chiarezza. Condivido totalmente.
Giuseppe, non vedo perché mai Marx oggi abbia vinto.
Ha vinto nella Russia di Putin (il cui modello è invidiato da Berlusconi), è vero, ed anche nella Cuba di Fidel Castro (il cui modello è invidiato da Vendola), ovvero nei Paesi scarscamente sviluppati. Non ha vinto però altrove.
La crisi economica mondiale non è affatto una conseguenza delle teorie di Hayek o Von Mises, scarsamente applicate persino negli USA – come spiega ottimamente Ron Paul nel suo saggio “The Revolution” – ma a causa dell’oligopolismo e del fallimento del welfare keynesiano che è a totale vantaggio del populismo dei governi, ma non dei cittadini.
Non mi pongo molte domande, piuttosto una sola proposta: occorre togliere potere ai governi.
Ricordo che il libro del prof. Luigi De Marchi “Manifesto dei liberisti” recava in copertina Kafka e capovolto Marx. L’evoluzione (o per chi gradisce involuzione) della politica italiana ed europea ha capovolto i due personaggi: Marx su e Kafka giù. Cosa non ha funzionato nella lotta di Luigi De Marchi? Ragioniamo su questo prima di lanciarci in altre donchisciottesche lotte.
Evitando possibilmente l’argomento “Nemo propheta in patria”.
Oggi i più bisognosi sono spesso tali a causa di un sistema statale parassitario e funzionale all’oligarchia che ci governa.
Condivisibile, teniamo conto che anche per i produttori servirà un sistema di Welfare che sappia rispondere ai bisogni dei più bisognosi…
Caro Nicola, personalmente condivido la prima parte del tuo appello, ovvero la tua analisi relativa alle forze politiche oggi in campo.
La seconda, purtuttavia, non la condivido punto.
La sinistra in Italia è del cappio, è vero, ma nel resto d’Europe e d’occidente è statalista, conservatrice e social-Burocratica.
Ora, non mi pare che l’Italia necessiti di ulteriore social-Burocraticismo, che è tale poichè ha garantito e garantisce unicamente determinate categorie paraculate e sindacalizzate e lascia totalmente scoperte le altre.
Il prof. Luigi De Marchi, che non mi stancherò mai di citare, fotografò perfettamente la situazione socio-economico-politica di questi decenni: la nuova lotta di classe è fra la classe dei parassiti e quella dei produttori. In Italia più che mai.
E’ per questo, io credo che, laicamente, noi laici (non feticisti di colori o casacche di partito), dovremmo farci portavoce delle classe dei produttori ed insistere nell’attuazione di quelle misure liberali, libertarie e liberiste (il prof. De Marchi definì ottimamente il liberismo quale “umanesimo liberale”) atte a rallentare l’intervento burocratico, invasivo (nelle tasche e nelle lenzuola) e parassitario dello Stato e restituisca potere ai cittadini, agli individui, ai produttori.
In questo senso abbiamo ottimi esempi occidentali di leader quali Ron Paul, ma anche il Parti Radical francese che sta con Sarkozy proprio appoggiando le sue proposte anti-burocratiche che tanto caratterizzano il social-Burocratico Hollande.