Chi avesse riposto o riponesse in questo come in provvedimenti similari la fiducia nell’instaurazione di un nuovo rapporto tra Stato e cittadini, tra Stato ed economia e quant’altro, è destinato a rimanere deluso.

“Primum vivere, deinde philosophari”, si afferma sovente, denegando alla ricerca e al sapere fine a se stessi – così come al mondo dei concetti e delle teorie – la priorità sull’esperienza concreta, sui fatti dell’esistenza. Nondimeno, un giudizio senza pre-giudizio (mi sia passato il bisticcio) sul provvedimento del Governo Monti in materia di liberalizzazioni, che ha avuto il via libera nel Consiglio dei Ministri di venerdì scorso, deve partire proprio dalla “filosofia” che lo sorregge e che è possibile desumere da alcuni passaggi cruciali contenuti nella relazione introduttiva. “Finora – vi si legge – il governo ha agito sul “numeratore” della crisi: i conti pubblici. Oggi è il momento di intervenire sul “denominatore”: la crescita”. Ne segue un primo importante riconoscimento, di vasta portata culturale, politica e civica: “La crescita non si costruisce in laboratorio. La garantiscono, la assicurano, la realizzano i cittadini e le imprese.”
Dunque, qual’è l’onere di un governo? Non certo, come si è preteso e si pretende da molti ancor oggi, intervenire nelle dinamiche dell’economia ovvero essere cabina di regia di un mercato o dei mercati. Spero che questa affermazione del Governo abbia l’eco che merita e spero che il Governo stesso vorrà onorarla con rigore; spero, infine, che ciò serva ad insecchire l’abitudine mentale all’aiuto, al paletto, al contributo, all’investimento che si trasforma in mero costo. Un governo avrà abbondantemente assolto al proprio compito quando avrà garantito agli attori economici la possibilità di interagire e competere in un quadro preordinato di regole ed in sicurezza.
Nella relazione si prende atto che “i vincoli di finanza pubblica, ulteriormente irrigiditi anche in virtù delle più recenti decisioni assunte in sede comunitaria per garantire la stabilità dell’euro, rendono non praticabili politiche fiscali espansive a sostegno della domanda interna. La situazione impone pertanto strategie alternative basate su interventi incisivi”. Affermazione corretta, se si possa convenire – come però non conveniamo – che il processo di ridimensionamento della pubblica amministrazione e della spesa pubblica sia da considerare concluso con le misure disposte dalle ultime manovre. Tutt’altro! Però sappiamo che la questione è legata alla valutazione della situazione contingente, a livello anche europeo e internazionale, nonché al fatto – più volte rimarcato anche su queste pagine – che opzioni più ambiziose aspettano al varco un nuovo Governo con un mandato politico ‘pieno’. Comunque, nessuna riduzione della pressione fiscale, per il momento.
Ma andiamo avanti: se “il Bilancio pubblico non può più favorire la crescita” e “la Moneta unica ha reso impossibili le svalutazioni competitive…”, non resta “che liberare le risorse e la capacità di intraprendere propria delle imprese italiane, intervenendo proprio sugli ostacoli che hanno finora rallentato le potenzialità di crescita”. E così: abbandono progressivo dei sussidi alle imprese, rifiuto dell’idea che la pubblica amministrazione possa essere utilizzata come ammortizzatore sociale o, peggio, come bancomat a disposizione del sistema a prescindere dalla qualità della spesa. Sono, di nuovo, affermazioni di peso, che dovranno far riflettere quegli stessi partiti che, ipocritamente, a un tempo sono i padrini storici di politiche ‘generose’ e però sostengono un Governo che sta – nei limiti più volte evidenziati – a suo modo rimediando al loro bagno di irresponsabilità.
La liberalizzazione dell’economia è intesa come l’unica strada che consente all’Italia di uscire dalla propria anemia – anche perché confeziona una serie di innovazioni a costo zero – e il decreto-legge intende rimuovere gli ostacoli e i freni, eliminare “le molte e ingiustificate situazioni di barriere all’accesso e le rendite di posizione ancora esistenti”.
L’obiettivo è, peraltro, corretto: l’ampliamento delle prospettive di mobilità e di promozione sociale.
Sul piano del criterio, il Governo punta su misure generali e di carattere non discriminatorio, l’unico che a suo avviso può guadagnare un consenso sociale diffuso, poiché dimostra di non avere ‘preferenze’ sociali o corporative.
In fine un’avvertenza, per la verità opportuna: questo è “un primo intervento ad ampio raggio (…) frutto della convinzione di dover agire in tutte le direzioni, ovunque sia possibile inserire stimoli competitivi. Dunque, è l’inizio di un lavoro, di una politica economica orientata alla crescita.”
Si possono tirare le somme:
a) il Governo Monti non potrebbe – anche se volesse – spingersi più lontano, pertanto si può rappresentare il decreto sulle liberalizzazioni come una ristrutturazione dell’edificio in rovina, più che la prima pietra di una nuova edificazione. Ma si sa, per qualcuno può trattarsi di sottigliezze;
b) in buona sostanza, i principi espressi nel documento appaiono coerenti con l’obiettivo enunciato della ‘liberalizzazione’;
c) il pacchetto varato venerdì non è certo completo, anzi mancano molte importanti voci e le misure in esso contenute meritano un vaglio puntuale, anche di coerenza, che qui non è possibile; soprattutto, si è dinanzi ad un primo step cui (pare di capire) dovranno seguirne altri nel corso di questa stessa legislatura (oltre le misure di semplificazione annunciate per la prossima settimana).
Chi avesse riposto o riponesse in questo come in provvedimenti similari la fiducia nell’instaurazione di un nuovo rapporto tra Stato e cittadini, tra Stato ed economia e quant’altro, è destinato a rimanere deluso. La differenza è la stessa che passa tra una serie di riforme ed un nuovo patto costituzionale, tra una legge ordinaria (qual’è in sostanza il provvedimento di cui si discute) e una modifica organica della Carta costituzionale.
Non manca comunque la sfida, che anzi è immediata: calare questa filosofia e le misure che ne conseguano su una società, in un Paese ampiamente ostaggio della sfiducia oltre che male avvezzo da decenni. Anche questa ‘goccia’ è (con buona pace di qualche voce sindacale) un’opportunità per fare dei passi avanti e domani, quando arrivasse a governare una classe politica animata da idee innovative e politicamente scorrette, troverebbe un terreno meno ostico da dissodare e mettere a reddito.

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