Nel Paese della commedia dell’arte, le recite a soggetto sono inesauribili, ma sui soliti canovacci, ahinoi sempre più logori.
E’ così che l’opinione pubblica viene tenuta in fibrillazione ora dalle “esplosive” rivelazioni degli Spatuzza foriere di immancabili sconquassi istituzionali, ora dai proclami dei Santoro che denunciano gli “evidenti” attentati alla libertà dei nostri eroici giornalisti.
Siamo tra coloro che sopravvivranno a qualsiasi divorzio e nuovo matrimonio professionale di Michele Santoro ( che ci lasciano totalmente indifferenti). Per cui ci permettiamo di spostare l’attenzione sul perchè, in un Paese altamente industrializzato, nel bel mezzo di una crisi economica, politica e morale che dovrebbe indurci ad altri pensieri, c’è invece tanta spasmodica attenzione sulle vicende del conduttore televisivo.
I motivi, a nostro avviso, sono due.
Il primo risponde alla domanda che da più parti è stata posta allo scoppiare di ogni caso Santoro: perché mai la RAI non ha messo in piedi un programma uguale e contrario (quanto a connotazione politica)? La risposta la sanno tutti e se non viene pronunciata a voce alta è per ipocrisia o reticenza, non certo per pudore.
All’indomani della grande rivoluzione pluto-mediatico-giudiziaria conosciuta come Tangentopoli, mentre i “moralizzatori” si attivavano per la frettolosa svendita delle ricche aziende di stato, la RAI seguiva un altro corso: più sofisticato e in certi casi più remunerativo. I cervelli radiotelevisivi, gli inventori di programmi e di format per la radio e la tv venivano esautorati, incentivati ad andarsene, accantonati, rottamati. Destini diversi ma tutti funzionali a fare del servizio pubblico niente altro che un guscio vuoto: i programmi appaltati per miliardi (di euro!) a società esterne e l’informazione ai partiti.
C’è chi chiede la privatizzazione di un’azienda che privatizzata già lo è, nel modo peggiore: non in nome dell’efficienza ma della spartizione di risorse pubbliche tra gli amici degli amici. Ed il guscio vuoto, dentro al quale l’accettazione del “sistema” fa premio, garantisce che questa spartizione sia inesauribile e si rinnovi periodicamente, all’alternarsi dei palinsesti.
Ecco, la RAI, al suo interno, non è più attrezzata per ideare programmi. Peggio: ha rinunciato, si è autodisarmata, venendo così meno al principale compito del servizio pubblico.
Il secondo motivo della spasmodica attenzione al caso Santoro è la grave malattia di cui soffre il sistema mediatico italiano (giornali, radio e televisioni).
Non è un sistema basato sulla logica dell’impresa editoriale: non si creano, comprano e vendono giornali e televisioni per guadagnare ma per “contare”, per avere potere. Berlusconi è diventato il parafulmine che con il suo gigantesco conflitto di interessi copre gli altrettanto giganteschi conflitti dell’intero mondo bancario, imprenditoriale e finanziario. Vada o non vada a “La 7”, Santoro ha divorziato con la RAI nel bel mezzo di una delle tante guerre nelle quali giornali e televisioni sono impegnati per conto dei loro proprietari. Oggi molti guardano a “La 7” come possibile detonatore per la rottura del duopolio RAI-Mediaset.
Non ci facciamo troppe illusioni. Una voce in più ben venga. Ma sostenuta come appare dalla santa alleanza di tutta la stampa antiberlusconiana, Sole 24 Ore ( e annessa emittente radiofonica) Corriere della Sera ( e annesso salotto buono della finanza italiana) Repubblica, Espresso, Finegil (e annessi interessi di Carlo de Benedetti), la voce de “La 7” non sarà certo la voce di Biancaneve.
Nicola Cariglia

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