Non avevo intenzione di andare a vedere Habemus Papam, l’ultimo lavoro di Nanni Moretti anche perchè dopo “La stanza del figlio” non ho più riconosciuto il Moretti che aveva suscitato i miei entusiasmi giovanili.
Non avevo più colto la verve di “Ecce bombo” (vado, vedo gente…) nè la vera passione per la politica (D’Alema dicci qualcosa di sinistra) annacquata poi dai girotondi e dall’astio “ad personam” che porta pubblicità e consenso al protagonista principale, ma l’ostracismo proclamato da L’Avvenire, il quotidiano dei Vescovi “boicottate la pellicola” mi ha incuriosita.
A riprova che certe prese di posizione troppo drastiche e oltransiste portano acqua al mulino che si vorrebbe vedere più che fermo impossibilitato ad ogni ulteriore attività.
Premesso questo e il fatto che se vogliamo un dialogo veramente costruttivo dobbiamo conoscere, valutare, confrontarci ogni giorno, comiciamo a parlare del film.
Il film di un ateo che tratta con eccessiva superficialità due temi che meriterebbero molto di più : religione e psicoanalisi.
Le prime scene ci mostrano, con materiali di repertorio, il funerale di papa Giovanni Paolo II, poi la macchina si avvicina alla lunga processione dei Cardinali che stanno per entrare in Conclave. E’ una macchina impietosa quella che riprende i volti vecchi e segnati di coloro che dovranno nominare il nuovo papa.
Uno dei Conclavi più lunghi, un’attesa spasmodica da parte della folla che sempre più numerosa si assiepa in Piazza San Pietro in attesa del nuovo Papa. Finalmente, dopo tante fumate nere, e tanta confusione da parte dei media, la fumata bianca tanto attesa, la gioia di chi sventola bandiere e attende.
Si apre la finestra da cui presto si affaccerà il nuovo Papa, dopo che il Cardinale Camarlengo avrà dato l’annuncio della sua elezione, ma… dietro la finestra aperta le pesanti tende rosse sono mosse dal vento mentre il Papa non arriva.
Prima ancora di sapere il perché abbiamo il tempo di domandarci se il regista/noi vogliamo vedere/non vedere in questa assenza l’ assenza di Dio.
Moretti, perso l’astio e la sindrome da condanna assoluta degli ultimi film, ci presenta un Papa umano con problemi di fede e umiltà.
Ogni volta che si nomina un nuovo Papa, “il successore di Cristo” un uomo resta confuso, sconvolto, schiacciato sotto il peso del compito che gli viene prospettato. C’è chi supera lo smarrimento e chi non riesce a resistere alla tensione (Celestino V e forse anche Papa Luciani).
Nel film di Moretti un Michel Piccoli, magistrale nel suo smarrimento, nel suo rifiuto, nella sua paura, nell’angoscia di un uomo, è il nuovo eletto che fugge da tanto onore, ritenedolo insopportabile, inaccettabile.
Nel momento in cui si accetta una tale nomina chi ha vera fede ed è nel contempo umile sa di non essere all’altezza del compito ma ha anche la certezza , datagli dalla Fede, che Dio sarà al suo fianco.
Si ride e si sorride durante la proiezione ; la partita di pallavolo fra i cardinali che aspettano il ritorno del Papa, fuggito dal Vaticano, ha un che di surreale, ma non credo proprio che questo sia sufficiente per dire che il film “è un’offesa per la nostra religione”.
Il film di Moretti riesce a non essere una facile e scontata critica a vescovi, cardinali, ingerenze vaticane più o meno pesanti, ma, come dichiara lo stesso regista, sempre restio nel suo approccio con la stampa, vuole raccontare solo di un uomo che si sente inadeguato.
Non c’è astio, non ci sono accuse, ma il tutto è trattato con una certa superficialità . I cardinali sembrano una classe di scolaretti in gita premio, quando si cimentano nelle partite di pallavolo, ma anche durante il Conclave quando qualcuno batte sui banchi con nervosismo o addirittura cerca di sbirciare il nome sul foglietto del vicino di banco. Per non dire poi che quando pregano chiedono solo di non essere nominati.
Con altrettanta superficialità è trattata la psicoanalisi: al Moretti psicoanalista per fermare i cardinali che stanno per andare a riprendersi il Papa non basta gridare “non potete andarvene …c’è da giocare la finale”
Valeva la pena andarlo a vedere?
Sì per poterlo criticare, per aprire un dibattito, per evidenziare un dubbio. All’inizio sembrava che questo Papa così angosciato avesse bisogno di un momento di riflessione.
Mescolandosi alla folla che non lo conosce, entra in contatto con le persone comuni che, pur non sapendo chi è, sanno offrirgli un sorriso, un bicchier d’acqua, una parola di conforto. (Purtroppo questi moderni cirenei sono ampiamente assenti nella nostra realtà quotidiana). Si unisce ad un gruppo di attori e sembra possa trovare la sua strada proprio in quel teatro che ha sempre amato. Ma quando i Cardinali vanno a riprenderlo in teatro (nel teatro ognuno recita una parte, ognuno porta una maschera, nessuno è veramente se stesso ma il personaggio che interpreta, i Cardinali, vestiti a festa sono per Moretti attori tra gli attori? Recitano una parte che non è la loro vera natura?) va via con loro anche se poi, una volta davanti al popolo che lo aspetta pronuncia il gran rifiuto e lascia ad un altro “più degno” il compito di attuare i grandi cambiamenti che tutti si aspettano.
Allora a cosa è servita questa riflessione, questa pausa per fare chiarezza, forse al trionfo della rinuncia?
Intanto il film, sia per meriti propri, sia per la pubblicità “negativa” che ha incuriosito, è al primo posto nella classifica dei più visti e “rischia” di restarci a lungo.
Non vogliamo essere crudeli come Veneziani che del film cambierebbe solo il titolo da Habemus Papam ad Habemus Pippam ma certamente usciamo dalla proiezione pieni di domande e di insoddisfazione…forse era meglio uscire pieni di rabbia.
Maria Rita Monaco

Può darsi che ,nell’ansia di dire “qualcosa di sinistra” ,si perda la strada per tornare a casa ?