
(15 GIUGNO 1843)
Messer Domeneddio dopo tant’ anni
Mosso a pietà dei nostri lunghi affanni,
Aperto su nel cielo un finestrino
Fe’ capolino ;
E con un colpo d” occhio da maestro
Scorse il lato sinistro e il lato destro ;
Restò confuso e si rivolse a Pietra
Che avea di dietro,
E disse : O Pietro! o eh’ io non son più Dio,
O che è venuto men l’ingegno mio I
Affacciali e rimira l universo,
Oh tempo perso !
E Pietro messo il capo al finestrino
Disse : Cos’ è, Signor, quel burattino
Che in Roma vedo di gran pompa ornato
E imbavagliato? —
E sorridendo a lui disse il Signore :
0 Pietro, Pietro, è il tuo gran successore ;
Gli hanno le man, la testa, i pie legati
I Potentati.
E col filo a vicenda se lo tirano
Lo volgono, lo piegano, lo aggirano ;
E il popolo ignorante tutto vede,
Eppur ci crede.
Ed ei povero vecchio ! la cuccagna
Si gode di far niente e di Sciampagna
Vuotarsi la bottiglia senza spesa !
Povera Chiesa ‘.
E sclamò Pietro – Ov’è la primitiva
Semplicità che al mondo si fe’ viva ?
Ov’ è quella miseria che provai?
Cangiata è assai !
E quel che è peggio, o Pietro, in nome mio,
Che solo il ben degli uomini desìo,
Si vedon gli anatemi e le indulgenze
Dalle Eminenze.
Si lucra sul battesimo e la cresima,
E si guadagna ancor sulla quaresima :
E poi chi può pagar, per quanto n’ odo,
Mangia a suo modo.
Senti quei corvi neri appollaiati
Che urlando van contro gli altrui peccati.
Minacciando mine e distruzioni,
Come padroni !
E tutto in nome mio che non so niente,
Che felice vorrei tutta la gente ;
Ma lor farò veder che non son schiavo :
E Pietro : Bravo !
E questi re, che cinti di splendore
Van gridando : siam unti dal Signore :
Darò lor l’unto come si conviene :
E Pietro : Bene i
Vantan diritti, ed io non ne so nulla,
Eguali li creai fin dalla culla ;
E son re perchè gli altri son balordi ;
Pietro l ‘ accordi 1
Almen se il ben dei sudditi cercassero,
Se con buone maniere comandassero,
Se le leggi facessero da savi,
Direi lor bravi !
Se mostrassero al popolo buon cuore,
Per l’ arti e per le scienze un vero amore,
E vivi affetti, d’ onorevol storia
Avrebber gloria.
Ma invece fanno a chi le fa più belle,
Il mondo par la torre di Babelle,
Non commetton che stragi ed uccisioni,
Oh ! che birboni !
Rubano a più non posso, e poi fan guerra,
Scavano le prigioni sotto terra,
Innalzano teatri e insiem patiboli,
Chiese e postriboli,
E poi chi n’è l’autor? se senti i frati
È Dio che li castiga dei peccati :
Tutto s’ addossa sulle spalle mie,
Anche le spie !
E il popolo ignorante, oppresso e gramo
Va dicendo che il popolo non amo,
E bestemmia, e mi manca di rispetto ;
Se mi ci metto !….
lo che creai, può dirsi, in un momento La terra, il mare e tutto il firmamento, E che credei di far facendo l’ uomo
Un galantuomo ;
Che mi detti persino la premura
Di porre al suo servizio la natura,
Mi veggo in modo tal rimunerato I
Oh mondo ingrato !
E Pietro Allor : Signor non v’ affliggete,
Di tanti mali la cagion non siete :
Sono i principi, i frati, i preti, il papa,
Teste di rapa. —
Senti Pietro, il bambin non l’ho mai fatto,
Ma se mi salta un ghiribizzo matto
Con le mie mani li bastono forte :
E Pietro : a morte t
Dunque, Pierin, guardami bene in viso,
Tu che il guardiano sei del paradiso,
Se c’entra un sol, non so se ben mi spiego,
Perdi l’impiego.
Così dicendo chiuse il finestrino,
E messo bravamente il nottolino,
Se ne andò a passeggiare inosservato
Sopra il creato.

la poesia attribuita a Giuseppe Giusti è di Tommaso Gherardi Del Testa commediografo che si è laureato a Pisa nel 1834 stesso nel quale si è laureato anche il Giusti
la poesia attribuita a Giuseppe Giusti è di Tommaso Gherardi Del Testa commediografo che si è laureato a Pisa nel 1834 stesso nel quale si è laureato anche il Giusti