La fine del mondo o quasi. Un bosco in fiamme, gli alberi cadono con un fragore assordante, non c’è più bosco né sottobosco, per attutire i rumori, non ci sono tracce di animali da seguire, non si coglie il volo degli uccelli. Tutto è sparito e ciò che resta è livido e disperante.
Pochi sopravvissuti appartenenti alla specie umana devono difendersi dai loro simili in una lotta estrema per la sopravvivenza; è in casi simili che l’uomo rivela il peggio e il meglio di sé, si arriva al cannibalismo.
In questo scenario da apocalisse il regista Hillcoat inserisce un padre e un figlio. I due intraprendono un viaggio che dovrebbe portarli verso il sud, verso il caldo e forse verso qualche forma di vita animale o vegetale sopravvissuta alla catastrofe e l’unica certezza dell’Uomo è quella di avere una pallottola in canna per uccidere il figlio se dovessero cadere nelle mani di coloro che hanno fatto della caccia e del cannibalismo la loro fonte di sopravvivenza. Il padre dovrà insegnare al figlio a guardarsi le spalle, a non fidarsi di nessuno, a scappare, nascondersi, salvarsi dalle atrocità dei suoi simili.
Non sarà facile ma padre e figlio, dopo la morte della madre, sono l’uno per l’altro l’unico mondo possibile; il loro amore reciproco permetterà al figlio di crescere, imparare, riconoscere di chi si può fidare, salvarsi anche quando il padre non ci sarà più.
Il film può essere letto su più piani interpretativi: la storia del rapporto padre/figlio;
una storia di crescita il passaggio dall’adolescenza all’età adulta; una storia della paura primordiale: il terrore di abbandonare o di essere abbandonati.
Il regista ha dichiarato che, per delineare il rapporto padre-figlio, si è ispirato al film Ladri di biciclette, mentre Mortensen per interpretare la parte dell’Uomo (i protagonisti non hanno più un nome sono appunto l’uomo, la donna, il ragazzo, il vecchio, il ladro, ecc.) ha letto il libro 20 volte, ogni volta in una lingua diversa (parla una quantità incredibile di lingue, dal danese allo spagnolo, passando attraverso il giapponese) per coglierne tutte le sfumature interpretative.
Tratto dall’omonimo romanzo premio Pulitzer di Cormac McCarthy, lo stesso di Non è un paese per vecchi, risulta un film livido, quasi un dark triste e crudele, illuminato però dalla presenza di due grandi attori; un Viggo Mortensen che cresce ad ogni nuova interpretazione e il giovane Kodi Smit-McPhee, superbo in una prova così difficile.
Tutto è grigio, ci sono solo fango, pioggia e freddo, nei tanti campi lunghi, ad accompagnare il difficile viaggio a piedi dei due protagonisti. Gli unici momenti di colore si hanno quando il padre racconta al figlio la sua storia passata, l’amore che lo lega ancora a sua madre nonostante la sua decisione di sparire nel bosco. Attraverso i flashback il figlio scopre i colori che hanno accompagnato i suoi primi mesi di vita. Il figlio deve sbrigarsi a crescere perché il padre è gravemente malato. Non può continuare a ricevere cure e protezione per ancora troppo tempo; deve diventare padrone del proprio destino, deve saper scegliere con chi proseguire il suo viaggio.
C’è un primo piano nel finale del film; dopo aver pregato il padre di “non lasciare spegnere il fuoco che è in te”, dopo aver pianto accasciato sul corpo del padre, quello che si alza per continuare il cammino è un adulto, un soggetto capace di scegliere.
Qualcuno ha trovato banale il finale del film, ma ognuno di noi è libero di leggerlo seguendo la propria tensione emotiva. La nuova famiglia sarà sicura? Il viaggio si aprirà ad un finale difficile di inizio di una nuova civiltà o l’apocalisse, ormai inarrestabile, ha portato l’uomo al completo e definitivo smarrimento della pietas?
Liberi di scegliere. Io nelle pieghe ormai distese del volto di Viggo Mortensen, finalmente in pace, sulle rive del mare ho voluto leggere la certezza che il figlio avrà ancora una possibilità di vita; altri leggano la violenza che per tutto il film ha definito l’espressione dell’Uomo.
Maria Rita Monaco

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