Nella rivisitazione di Alice trasformata in Alice in Wonderland il regista Tim Burton parte da un ambiente prettamente vittoriano per presentarci la protagonista, non più la bambina leziosa del cartone animato, vecchio ormai di sessanta anni, ma sempre godibile, ma giovane donna, femminista prima del tempo.
Nel giorno che dovrebbe vedere il suo fidanzamento, Alice cade ancora una volta nella tana inseguendo il Bianconiglio. Non è più l’Alice bambina, non siamo più nel paese delle meraviglie, ma siamo in quello che Tim Burton definisce "sottomondo" all’inizio di un viaggio verso la crescita.
Un viaggio verso la maturità quello di Alice, un viaggio "all’inferno" o più esattamente nel "sottomondo" per lasciare l’adolescenza, i sogni, gli incubi e un ritorno "a riveder le stelle" forte della maturità, della capacità decisionale, sostenuta dall’idea che "l’impossibile è tale solo se tu lo credi".
Torna dal suo secondo viaggio Alice consapevole della sua forza che la porta a rifiutare il matrimonio con un lord, figura sarcasticamente ridicola di un essere completamente inutile, adatto forse solo a portare il titolo nobiliare. Alice torna e impone le sue idee e la sua partecipazione nella ricerca di nuovi mercati, proprio a colui che rifiutò a suo padre la realizzazione di un sogno definito "impossibile".
Vede tutto con occhi diversi Alice, ma soprattutto, dopo un inizio in cui sembra ripetersi l’atteggiamento della bambina che accettava di fare tutto quello che le veniva richiesto, in questa versione, celebrazione della sua maturità, episodio fondamentale della sua crescita, Alice prenderà le redini della situazione, sarà lei a decidere come agire, con risultati più che soddisfacenti.
Maniacalmente perfetto nella ricerca dei particolari, dal disegno del pavimento della stanza dalle molte porte impossibili da aprire, (ha un che di psichedelico che come la pozione che rimpicciolisce e la torta che fa crescere a dismisura, fa pensare agli effetti degli acidi), al prato della Regina Rossa, dalle armate/carte rosse, allo stregatto dal sorriso contagioso, senza dimenticare il Brucaliffo, bruco blu fumatore accanito di strane erbe nel suo narghilè perennemente acceso, il film piacerà ai tanti tifosi del "visionario" Tim Burton (e io sono fra questi) e a tutti coloro che mantengono intatto il bambino che è in ognuno di noi.
Alice, all’inizio folgorante del film, crede di sognare, ma decide di prendere il controllo non solo del suo sogno, ma della sua intera vita. Il suo soggiorno nel sottomondo la porta a conoscere nuovi personaggi e le fa incontrare ancora una volta il Cappellaio Matto, l’ater ego del regista.
Posso confessare una cosa? Fra le due regine la Rossa e la Bianca ho fatto il tifo per la prima. Crudele, sempre pronta ad ordinare il taglio della testa a coloro che considera i suoi nemici, desiderosa solo di essere amata nella sua bruttezza e deformità: quando si convince di non poter essere amata sceglie di essere odiata. E’ umana, pronta a sbagliare ma anche a pagare di persona, cosa oggi caduta in disuso
Ho considerato la sorella, la Regina Bianca , leziosa, carina, cretina, inconsistente, inutile.
Tanti gli attori sia presenti in scena, sia come doppiatori: Jonny Depp si è esibito in un omaggio a Michael Jackson, Helena Bonhan Carter, moglie del regista, è una grande Regina Rossa dal testone smisurato ritoccato digitalmente, Stephen Fry dà voce allo Stregatto, mentre è nientemeno che Sir Christopher Lee a far parlare il drago Ciciarampa,
Un Tim Burton in tono minore, in conclusione, ma sempre dissacrante.
Maria Rita Monaco
ALICE IN WONDERLAND: UN TIM BURTON IN TONO MINORE, MA SEMPRE DISSACRANTE.
Un viaggio verso la maturità quello di Alice, un viaggio “all’inferno” o più esattamente nel “sottomondo” per lasciare l’adolescenza, i sogni, gli incubi e un ritorno “a riveder le stelle”. di Maria Rita Monaco

Lascia un commento