Abbiamo temuto, ed osteggiato per anni, l’ingresso sul nostro mercato dei prodotti a basso costo provenienti dalla Cina addivenendo alla conclusione che il mercato è inarrestabile. Ma non tutto è perduto (ci siamo detti!). Possiamo puntare sulla capacità di fare qualità delle nostre imprese e sul brand made in Italy che ancora nel Mondo è riconosciuto come, appunto, garanzia di qualità. Lo ha dichiarato Lello Di Gioia Coordinatore Nazionale dell’Organizzazione del PSI.
Ma ora abbiamo un nuovo problema con due diverse facce. L’impresa cinese che apre in Italia utilizzando manodopera ridotta, pressoché, in schiavitù e producendo quindi a prezzi stracciati. Con due diversi possibili canali di sfogo:
– Vendere all’estero con il marchio Made in Italy (andando ad intaccare anche l’immagine dei nostri prodotti o riposizionandola su un segmento di mercato più basso) o lavorare al servizio di importanti brand italiani, compiacenti, distruggendo il mercato dei contoterzisti nostrani. In ogni caso i risultati devastanti per le nostre imprese e per i tanti lavoratori che di conseguenza perdono il proprio posto.
E’ già successo a Prato, sta succedendo (come denunciato dalla trasmissione Report), al distretto del divano di Forlì.
Ci si domanda come si possa accettare che vi siano delle imprese sul nostro territorio che operano completamente al di fuori delle regole. E come sia possibile che le imprese non trovino interlocutori disposti ad agire. E’ necessario offrire soluzioni immediate, anche realizzando un registro delle imprese aperte da stranieri, nei settori merceologici più a rischio, da sottoporre a specifici controlli da parte di INPS, INAIL e Forze dell’Ordine. Ma soprattutto attivare un canale prioritario per le denunce di concorrenza sleale o turbativa di mercato che giungano dai territori.
I posti di lavoro si difendono anche tutelando le imprese che lavorano rispettando le regole e le leggi del mercato e dello Stato.

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