
Tutto è partito dal famoso “Appello alla Sinistra” del segretario socialista Riccardo Nencini qualche mese fa. L’idea era buona e del tutto condivisibile, ma aveva forse nella troppa buona fede il suo principale difetto. Tolti un po’ di ex DS al momento saldamente arroccati all’interno del Partito Democratico (e tutt’altro che intenzionati ad abbandonarlo, nè durante la piena caduta del “veltronismo” nè tantomeno ora che assistiamo alla focosa rimonta franceschiniana, che solo il tempo ci dirà se sarà stata fittizia o meno in quanto a risultati politici) e qualche altra figura isolata nel panorama politico italiano (bastian contrari di qualche partito della sinistra e figure illustri e non del mondo dell’associazionismo e degli intellettuali), la cosiddetta “sinistra riformista” tanto cara a Nencini è davvero poca cosa, numericamente parlando. Chi avrebbe potuto dunque rispondere a quell’appello? Giusto quei pochi che non avevano risposto alla chiamata della Costituente Socialista di un anno prima, e se non lo avevano fatto allora, quando il Partito Socialista godeva di appoggi e auspici maggiori di quelli odierni, difficilmente lo avrebbe fatto adesso.
Teniamocelo a mente, questo piccolo segreto della politica italiana: siamo uno dei paesi dalle identità e dai sensi di appartenenza più frammentati che esistano al mondo. Voler far coincidere la “sinistra riformista” con il “socialismo italiano” è un progetto che non ha mai funzionato, nemmeno quando i tempi erano migliori di quelli di oggi e la strada appariva tutta in discesa, o quasi. Il PSI e il PSDI non sono mai riusciti a riaggregarsi se non in uno sfortunato tentativo risalente agli anni ’60 e persino la “liberalizzazione” del PSI condotta da Bettino Craxi, che risucchiò con successo all’interno del partito molti socialdemocratici e repubblicani, non diede vita ad un risultato pienamente riuscito: alla fin fine i cosiddetti laici minori restarono in piedi e molta sinistra riformista e/o liberale restò indipendente dal PSI. Insomma, “noialtri” della sinistra “riformista” e “liberale” siamo anche un po’ anarchici, o settari, fate voi. E’ un dato storico e biografico che se da una parte spiega le nostre eterne debolezze, dall’altra può anche rappresentare un potenziale di ricchezza politica.
Ecco perchè il famoso Appello di Nencini è caduto nel vuoto: mancavano i destinatari oppure, se c’erano, essi non volevano raccoglierlo. Datata 29 dicembre 2008, questa nobile chiamata alle armi campeggia tuttora in bella mostra nell’home page del Partito Socialista: ma è ormai solo la mera testimonianza di una linea politica che, per una chiara ragione di realismo, si è dovuta abbandonare o quantomeno accantonare già parecchio tempo fa.
Il pronunciamento nenciniano è ritornato frettolosamente in auge (e profondamente relativizzato nella natura e negli intenti) solo a seguito dell’approvazione della legge che introduceva lo sbarramento del 4% alle Europee, uno degli ultimi lasciti del “veltrusconismo” che sopravvive oggi sotto mentite spoglie nella forma dell’asse Berlusconi – Franceschini. Sinistra Democratica, fino ad allora corteggiata senza successo, in nome del realismo politico cambiò prontamente il proprio atteggiamento nei confronti dei richiami ormai senza più speranza avanzati quasi quotidianamente dal Partito Socialista. Contemporaneamente nasceva il Comitato per la Difesa della Democrazia, che univa quasi tutti i partiti minori del centro e della sinistra (Partito Socialista, Radicali, Verdi, Rifondazione Comunista, Udeur, Sinistra Democratica, più il Movimento dei 101): tra questi, qualcuno sarebbe passato dalla semplice lotta contro il 4% alla decisione di intraprendere un progetto comune insieme a PS e SD. In quegli stessi giorni si consumava la scissione fra Ferrero e Vendola, all’interno di una Rifondazione Comunista che aveva perso quasi completamente il senso dell’unità: nacque, guidata dall’originale governatore pugliele, Rifondazione per la Sinistra, anch’essa subito corteggiatissima dalla nascente “lista” della sinistra riformista. I Verdi, guidati dalla ex filo-diessina Grazia Francescato, aderirono anche loro di riflesso alla nuova coalizione.
Ne è nato un cartello elettorale che con l’Appello alla Sinistra di Nencini ha ormai ben poco a che vedere: Sinistra Democratica e Rifondazione per la Sinistra fanno parte della Sinistra Europea, i Verdi degli Ecologisti, e in tutta questa rassegna di partiti alla fin fine gli unici a militare dentro il PSE sono proprio solo i socialisti. Ufficialmente il progetto dovrebbe fungere da base per una futura Costituente che darà vita ad un nuovo partito, stavolta veramente della sinistra riformista, che traghetterà tutti i suoi membri nel PSE. Non sappiamo se credervi: conoscendo la tradizione isolazionista di tutta la sinistra italiana (non solo di quella riformista o liberale che sia) darei per scontato il fatto che qualcuno prima o poi si defili per rinchiudersi nuovamente nella propria torretta d’avorio. Certo, l’obiettivo è ambizioso e aggiungerei pure necessario; ma le speranze di una riuscita di tale progetto sono condizionate innanzitutto dal risultato elettorale alle Europee (è inutile dire che se i numeri saranno al di sotto delle aspettative, Sinistra e Libertà si scioglierà come neve al sole, e tutti coloro che vi hanno preso parte a quel punto concorderanno soltanto sul fatto di liquidarla senza sollevare clamore alcuno: per dimenticarla più in fretta e fare in modo che si smetta di parlarne il prima possibile) e soprattutto dalla serietà delle intenzioni di quanti la compongono.
Inizialmente il progetto era piaciuto: prima di tutto perchè l’adesione di Vendola era solo una delle tante opzioni che si trovavano sul tavolo e dei Verdi se ne parlava il minimo possibile. Inoltre, ad indorare la pillola, c’era la garanzia che i Radicali presto si sarebbero fatti vivi chiedendo di partecipare all’alleanza. Ma poi i Radicali se ne sono rimasti per conto loro, mentre Verdi e vendoliani sono diventati realtà: la percezione che la nuova lista sia troppo sbilanciata verso una certa sinistra, senza adeguati contrappesi verso aree della sinistra meno ecleptica ed eterodossa ha così iniziato a prendere corpo nell’elettorato dando vita a reazioni diametralmente opposte rispetto a quelle di pochi giorni prima. Il nome iniziale, “Sinistra per la Libertà”, aveva riscosso un consenso piuttosto tiepido: troppo berlusconiano. Qualcuno, non so chi, aveva ad un certo punto diffuso su Facebook la notizia che il nome ufficiale sarebbe stato “Sinistra per le Libertà” (talmente berlusconiano da rischiare una violazione del copyright da parte dei vertici del PDL) e in tanti c’avevano abboccato. Ma, a quei tempi, il dibattito vergeva solo su questo o poco più. Adesso il nome si è trasformato in un più tranquillizzante “Sinistra e Libertà” (che evoca, volutamente, il movimento fondato da Carlo Rosselli) ma infuriano le polemiche sui partiti che ne fanno parte.
Un’ultima, sinistra (mi si perdoni il gioco di parole) considerazione è data dai sondaggi: stando ad IPR la lista, un mese fa, poteva toccare il 4% con un potenziale prossimo al 6%. Poco tempo fa un altro sondaggio sempre della IPR dava invece per scontato, quasi un dato fisiologico, il 4,6% con il 6% tranquillamente a portata di mano. Ma subito dopo hanno cominciato ad infuriare le polemiche: e così qualche altro sondaggio, sviluppato da istituti meno ottimisti di IPR (e che ritengo anche più veritieri, perchè IPR solitamente non c’azzecca mai granchè) hanno prontamente ricollocato Sinistra e Libertà intorno al 3%.
Stiamo attenti! Un famoso siciliano diceva: “il pane lo fai con la farina che hai”. Verissimo, ma dal Partito Democratico all’Arcobaleno, tutte queste esperienze dovrebbero anche insegnarci che non sempre il cliente è disposto a comprare un pane fatto con una farina di non suo gradimento.
Filippo Bovo.

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