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LUCCA: SOLO UN CASO DI “CAMPANILISMO GASTRONOMICO”?

Dentro le Mura la città da sogno, il monumento vivente, l’atmosfera del Corso come la si vede nel telefilm “Centovetrine”; fuori di esse la periferia, destinata al lucchese di serie B, quello che può anche vivere a gomito a gomito coi cingalesi e gli indiani, con le pizzerie veloci e i kebab. Di Filippo Bovo

di Filippo Bovo | 3 Febbraio 2009

Ha destato un certo scalpore la decisione della giunta comunale lucchese, di centrodestra, di proibire l’apertura di nuove pizzerie veloci, al taglio, fast food, kebab e ristoranti etnici, nonchè rivendite di articoli per il mare e la nautica, sexy shop e negozi di media e grande distribuzione. Il nuovo regolamento per gli esercizi commerciali ovviamente non può avere un effetto retroattivo: serve solo ad impedire la nascita di quelle nuove attività che sono state messe al bando, mentre quelle già esistenti dovranno adeguarsi (per quanto riguarda il capitolo inerente agli “esercizi di somministrazione di alimenti e bevande”) proponendo da ora in avanti almeno un piatto tipico della cucina lucchese.
Tecnicamente il suo valore normativo si limita esclusivamente al centro, ovvero quell’area di quattro chilometri quadrati compresi dentro le mura, ed è stato pensato appositamente per tutelare la fisionomia e la natura di una città di piccole dimensioni come Lucca, che è anche una delle poche in Italia a vantare il privilegio di aver mantenuto pressochè intatto il suo antico carattere medioevale. Il suo iter e la sua approvazione (avvenuta con 23 voti a favore e 11 contrari) hanno comportato non poche polemiche. Di fatto si tratta dell’aggiornamento di una precedente disposizione, assunta nel 2000 ai tempi della giunta Fazi, che aveva elencato una serie di attività nel commercio, nell’artigianato e nella ristorazione come incompatibili con le esigenze di salvaguardia del patrimonio storico ambientale della città e del centro in particolare.
Difendere la cucina locale dagli attacchi dei fast food (e il Mac Donald è certamente uno dei più incriminati, anche perchè qualunque nutrizionista non avrebbe dubbi nel considerare i suoi alimenti di qualità ben inferiore e assai più sconsigliabili rispetto al quarto di pizza o al kebab) è certamente un atto dovuto; le tradizioni e l’identità di un territorio sono un valore da salvaguardare, e spetta agli amministratori la responsabilità di assumersi tale difesa. Ma questo non deve spingersi sino al punto di criminalizzare la concorrenza frutto della globalizzazione, sia essa il fast food americano come la piccola rivendita di kebab gestita da una famiglia di pakistani; anche perchè non ci sono dubbi che il primo, forte della propria posizione economica, saprà far ben valere i suoi diritti, mentre i secondi si troveranno invece costretti a rinunciare al loro lavoro. Il risultato, nel lungo termine (possiamo esserne tristemente sicuri), sarà quello di vedere il Mac Donald affermare tranquillamente il proprio diritto ad aprire una sede dentro le mura lucchesi, magari proprio con la benedizione di quella stessa giunta che inizialmente aveva cercato di opporsi con tale regolamento. I politici locali diranno le solite cose: “un nuovo punto Mac Donald a Lucca porterà lavoro e un incremento dell’economia cittadina”. Gli altri, invece, resteranno tutti a bocca asciutta e si divideranno fra coloro che cercheranno d’impugnare il regolamento facendo ricorso (e perdendosi in una burocrazia processuale infinita) e quanti invece nemmeno ci proveranno, preferendo piuttosto andare ad aprire altrove. Per il piccolo commercio lucchese non sarà certamente un bene, quantunque vi sia la grande valvola di sfogo rappresentata dall’area fuori delle mura, dove tutte le tipologie di attività commerciali continuano ad essere concesse.
Ma è innegabile affermare come per una certa qual piccola e media borghesia lucchese (mi si perdoni se utilizzo una terminologia così in odor di marxismo; in realtà “borghesia” è una parola che abbonda anche, e con valori tutt’altro che negativi, pure nella letteratura e nel pensiero liberali) identifichi nella vera Lucca soprattutto, per non dire soltanto, quella che si trovi all’interno delle Mura medioevali; e che per tale ragione non tolleri l’intrusione di nuovi costumi, usanze, volti, linguaggi, musiche, che col tradizionale ambiente cittadino cui essa è avvezza hanno ben poco a vedere. Dentro le Mura la città da sogno, il monumento vivente, l’atmosfera del Corso come la si vede nel telefilm “Centovetrine”; fuori di esse la periferia, destinata al lucchese di serie B, quello che può anche vivere a gomito a gomito coi cingalesi e gli indiani, con le pizzerie veloci e i kebab. Da una parte le gioiellerie e i caffè dai prezzi tutt’altro che di favore, dall’altra i ristoranti cinesi e i negozietti etnici: per il benestante lucchese del centro, i cui interessi sono stati messi dalla giunta comunale al di sopra di quelli del suo concittadino di periferia, quest’ultimo non è poi tanto diverso dallo straniero che vende i kebab, e allora che stiano pure tutti insieme, liberissimi di mescolarsi nel loro piccolo meltin pot provinciale. Questo spiega le accuse di razzismo strisciante (in fin dei conti non del tutto immotivate) che sono state rivolte da parte della cittadinanza, anche del centro, al nuovo regolamento varato della giunta.
Quindi, per concludere: questo regolamento servirà a qualcosa? No; per quanto non privo di intenzioni rispettabili e condivisibili come la salvaguardia delle tradizioni e dell’identità locali, esso riflette anche un certo provincialismo, o campanilismo se così si preferisce chiamarlo, e una certa semplificazione delle problematiche locali che finiranno per svantaggiare solo i “pesci piccoli” lasciando del tutto indifferenti i “pesci grossi”. No al kebab, si al Mac Donald.

Filippo Bovo.

Pubblicato in : Primo piano

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