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Il punto di vista delle vittime

La notizia del processo per l’assassinio della giovane Hina Saleem, celebrato a Brescia e concluso con la condanna a 30 anni per i parenti che l’avevano sgozzata nell’agosto dell’anno precedente, è stata messa in rilievo dai mass media, contrariamente ad altri casi, ed è stata occasione di molteplici prese di posizione e commenti. di Giuseppe Magni

di Redazione Pensalibero.it | 6 Dicembre 2007

La notizia del processo per l’assassinio della giovane Hina Saleem, celebrato a Brescia e concluso con la condanna a 30 anni per i parenti che l’avevano sgozzata nell’agosto dell’anno precedente, è stata messa in rilievo dai mass media, contrariamente ad altri casi, ed è stata occasione di molteplici prese di posizione e commenti.
Per quel che ci riguarda non ci sentiamo di entrare nel merito delle discussioni; vorremmo soltanto mettere in rilievo quell’affermazione di Hina, che è stata a più riprese riportata dai media. Con orgoglio e decisione più volte aveva ribadito di non sentirsi musulmana né cristiana, ma di sentirsi italiana! Ecco, a noi pare che in questa definizione fosse racchiusa la sua più ferma decisione di scegliere la propria identità in prima persona, senza rifarsi alla tradizione famigliare o religiosa. L’ambito a cui si sentiva di appartenere era piuttosto quello della cittadinanza politica, voleva essere una cittadina italiana. Nel lavoro, nella scuola, nelle amicizie, nell’amore, nelle letture, aveva scoperto un “mondo” diverso da quello della famiglia, una libertà che non aveva immaginato e che desiderava: proprio questa libertà le è stata negata con la violenza.
Dalle sue parole emerge indubbiamente il punto di vista di Hina, cui noi vogliamo prestare la massima attenzione e a cui desideriamo dedicare alcune riflessioni.

Rifacciamoci per cominciare ad un esempio che ci sembra illuminante.
Nel suo ultimo, interessante saggio Chi ha paura di Tarik Ramadan? Paul Berman svolge una dura e argomentata critica alle tesi del noto teorico e saggista islamico; fra l’altro richiama la polemica sviluppatasi sulle principali riviste americane nei confronti di Ayaan Hirsi Ali, specialmente riguardo al suo libro Infedele. Berman critica la stroncatura fatta da Ramadan (e da altri autori come Jan Buruma e Timothy Garton Ash) e vedremo perché. Però innanzitutto ci preme sottolineare che Ramadan accusava Ayaan di avere assunto nel suo libro un atteggiamento denotante disprezzo e alterigia, usando toni arroganti, rivelando uno spirito aristocratico e intriso di superbia, nei confronti dei musulmani.
Al contrario, secondo Ramadan, le critiche non dovrebbero esprimere un aspro rifiuto, ma essere sempre ispirate alla ricerca del dialogo e svolte da una prospettiva interna al loro ambiente. Ad esempio quello degli immigrati che vivono nei quartieri poveri come Brick Lane nell’East End di Londra, un tempo abitato dagli Ebrei sfuggiti ai pogrom russi e oggi da musulmani provenienti dal Bangladesh e dal Pakistan. E’ vero che essi sono spesso ignoranti e facilmente suggestionabili da predicatori di odio, però bisogna assolutamente evitare di attaccare con asprezza le loro credenze e la loro mentalità.
Coerente con questo atteggiamento Ramadan in un precedente, notissimo dibattito alla Televisione Francese si era rifiutato di condannare esplicitamente la pratica della lapidazione femminile (limitandosi ad auspicare un periodo di moratoria per essa!) per non traumatizzare i poveri immigrati, legati alle tradizioni: cioè, è il commento lapidario di Berman, “per preservare la propria attendibilità in luoghi come Brick Lane” (Paul Berman, Chi ha paura di Tarik Ramadan?, Il Foglio, 4 luglio 2007, Inserto, pag X). Dunque si tratta per Ramadan di problemi di credibilità, che si mantiene se non si usano toni arroganti che denotano una volontà distruttiva, altrimenti non si riuscirà mai ad influire su persone come gli immigrati di Brick Lane.
Ebbene, si chiede Berman a questo proposito, è proprio vero tutto ciò? Avanza in proposito una propria supposizione, che ritiene ben più fondata, riguardante gli scritti di Hirsi Ali. “Mi domando se le donne musulmane appassionate di lettura che popolano le zone di immigrazione in Europa non sbircino di soppiatto i suoi libri, prendendo qualche coraggiosa decisione per loro stesse”. A riprova cita subito dopo la scrittrice olandese Margriet de Moor (un’altra partecipante al dibattito), la quale affermava che proprio alle donne immigrate Ayaan voleva parlare e che “segretamente però tutte loro hanno bevuto avidamente quello che ha detto, con le orecchie in fiamme” (Paul Berman, art. cit., idem). Queste poche parole ci sembra che permettano al lettore di gettare uno sguardo, seppure assai fugace, su un “mondo” in gran parte nascosto: sono immagini di letture proibite, di discorsi ascoltati col cuore in tumulto per l’emozione, che fanno cenno ad un insieme di divieti, di repressioni che umiliano la dignità, ma fanno segno altresì ad una speranza nella possibilità di una via d’uscita.
Insomma appare in modo evidente come Berman assuma il punto di vista dell’emancipazione delle donne musulmane, mentre Ramadan si pone da un punto di vista ben differente (non si tratta beninteso di attuare qualche processo di empatia, di identificazione emotiva). E’ la scelta degli interlocutori che permette a nostro parere di differenziare i punti di vista.
Berman sceglie, seguendo Ayaan, come interlocutrici le donne oppresse e ciò significa semplicemente porsi in ascolto delle loro esigenze, dei loro bisogni, dialogare a partire dalle loro esperienze, le più dolorose e allucinanti, chiedendosi poi quali azioni, quali iniziative, quali affermazioni favoriscano l’emancipazione, quali alleati siano disponibili a lottare al loro fianco, e così via.
Ben diversa la posizione di Ramadan, che si pone dal punto di vista della comunità degli immigrati e si domanda quali riforme possano essere gradualmente accettate, senza mettere in crisi la loro organizzazione gerarchica. A tal fine si augura che per discutere, gli interlocutori siano “i saggi”, esperti che guidano le comunità. Naturalmente anch’egli si annovera tra questi a cui spetta di giudicare (per ritornare all’esempio ella moratoria sulle lapidazioni, la proposta era indirizzata proprio a quei giureconsulti che guidano le comunità!). A noi però sembra contraddittoria la scelta di interlocutori che hanno il compito di amministrare e controllare, che impediscono la libera espressione di rivendicazioni, la protesta e il rifiuto di obbedienza di coloro che si sentono oppressi da usanze e costumi che sono costretti a praticare, ma dai quali desiderano emanciparsi. La scelta allora risulta essere quella di porsi dal punto di vista delle istituzioni autoritarie, non da quello delle donne oppresse!
Questo non vuol dire certamente rifiutare il confronto con le autorità preposte alla guida e al controllo delle comunità, ma vuol dire esigere da esse che vengano resi noti i bisogni e le proteste riguardanti i soprusi e le violenze subite, specialmente dalle donne, anche nell’ambito domestico, incompatibili con le leggi di ogni stato libero (basti ricordare le iniziative di Ayaan Hirsi Ali in Olanda, in seguito alle quali il Ministero della Giustizia aveva svolto indagini e appurato l’esistenza di molti casi di uccisioni di bambine e ragazze, il che aveva scosso l’opinione pubblica e indotto il Parlamento ad assumere iniziative adeguate. Inutile aggiungere che proprio il caso dell’uccisione in Italia di Hina Saleem dovrebbe spingere il Ministero della Giustizia a svolgere analoghe inchieste che facciano venire allo scoperto il gravissimo fenomeno della violenza sulle donne).
In conclusione, le esigenze di emancipazione sono un bisogno di libertà, cioè di uguaglianza dei diritti e doveri per tutti i cittadini, maschi e femmine, così come sancito da ogni Costituzione libera, che riconosce a tutti la dignità inerente alla Condizione Umana. Allora l’atteggiamento di Ramadan rispetto alla moratoria sulle lapidazioni e alle accuse di superbia rivolte a Hirsi Ali sembra un tentativo di sfuggire a una risposta precisa su tali problemi, per evitare di ammettere che almeno queste leggi della sharija sono un’offesa alla dignità della Condizione Umana.

Però porsi dal punto di vista delle vittime, della difesa della dignità degli oppressi, implica a nostro parere ulteriori considerazioni che ora ci sforzeremo di svolgere.
Prendiamo brevemente in considerazione alcuni argomenti di un altro saggio di Paul Berman, recentemente tradotto Idealisti e potere, nel quale sono illustrate le posizioni politiche, ed anche esistenziali, di alcuni leader della sinistra del ’68 e i loro mutamenti nel corso dei decenni seguenti. In particolare ci accompagna a seguire le vicende di Daniel Cohn-Bendit, di Adam Michnik, di Joschka Fischer, di André Glucksmann, di Bernard Kouchner e altri, accomunati tutti da un esame autocritico delle loro precedenti tesi (specialmente nell’epoca del “maggio francese”) a partire dagli anni ’70. E’ un libro interessante – anche se a nostro parere per alcuni aspetti un po’ agiografico riguardo alle biografie dei suoi “eroi” – ma non entreremo nel merito. Ci limitiamo a evidenziare, secondo l’interpretazione di Berman, basate sulle dichiarazioni e i colloqui degli stessi protagonisti, che avevano sognato un’utopia libertaria e si erano dovuti render conto di aver commesso molti tragici errori, alcuni argomenti.
Le azioni di terrorismo dell’OLP di Settembre Nero con l’attentato alle Olimpiadi di Monaco nel’72, le notizie dei boat people in fuga dal Vietnam dopo la vittoria dei Vietcong, il genocidio di Pol Pot in Cambogia e altri eventi orribili di quegli anni avevano avuto un vero effetto di shock su di loro, come su molti altri militanti e simpatizzanti. I comunisti indocinesi e i guerriglieri palestinesi stavano commettendo massacri senza fine, in modo non dissimile dai nazisti degli anni ’30 e ’40. “Antisemitismo e genocidio, un binomio familiare. E divenne evidente che la Nuova Sinistra, nella sua versione più radicale e rivoluzionaria, non era un movimento antinazista come tutti avevano pensato, al contrario.” (Paul Berman, Idealisti e potere, Milano, 2007, pag. 93).
Ad aumentare l’effetto di shock avevano contribuito nello stesso periodo la pubblicazione di Arcipelago Gulag di Solzenitsin (600.000 copie in Francia) e Carta 77 (Vaclav Havel e Jan Patocka). Si rivelava sempre più chiaramente con una evidenza incontestabile che le categorie abituali di analisi politica destra-sinistra erano diventate obsolete: per orientarsi nelle problematiche più importanti del nostro tempo era necessario ricorrere alla contrapposizione fra totalitarismo e libertà, perché il totalitarismo poteva essere di sinistra!
Anche se in nome di nobili fini di liberazione dell’umanità, per realizzare un’utopia di abolizione di ogni sfruttamento dell’uomo sull’uomo, i rivoluzionari di sinistra organizzavano regimi nei quali non veniva tollerata nessuna forma di deviazione dalla Linea del Partito: questo a sua volta era guidato con mano ferrea dal Capo che non permetteva la minima autonomia degli individui in nome della futura massima libertà per tutti. (Già molti anni prima, nel’51 in Francia Albert Camus aveva pubblicato un libro importante, L’uomo in rivolta, nel quale mostrava come si fosse realizzato in molti casi, fra l’800 e la prima metà del 900, un percorso di completa degenerazione degli ideali di liberazione nella realtà della tirannia totalitaria. A nostro parere questo libro ha avuto una grande influenza sui “nuovi filosofi” francesi negli anni’70 e anche sullo stesso Berman).
Ma l’obbedienza assoluta implica la trasformazione degli uomini in robot, nega quindi alla radice l’umanità degli uomini, questa era la sconvolgente verità che si offriva allo sguardo di molti di coloro che provenivano dai movimenti del ‘68 o ne erano stati alla guida.
Secondo noi questa presa di coscienza potrebbe essere definita come comprensione della dignità della Condizione Umana (anche se Berman non usa questi termini). Il mutamento di prospettiva allora è consistito nel porsi dal punto di vista della difesa della Condizione Umana, in tutti i casi in cui questa veniva offesa e umiliata.
A riprova di ciò vediamo che Berman cita Adam Michnik quando approvava l’invasione dell’Irak perché fosse liberato dal regime totalitario di Saddam Hussein. Il polacco Michnik considerava l’Irak “dalla prospettiva delle vittime di Saddam. Voleva tenere a mente con la massima chiarezza l’esperienza totalitaria, voleva ricordare come è la vita sotto una simile dittatura e come si sente la gente normale quando è stata abbandonata dai Paesi liberi e democratici del mondo” (Idealisti e potere, cit., pag. 224). La prospettiva delle vittime è il punto di vista che destruttura l’opposizione destra-sinistra gettando nello sconcerto le schiere dei conformisti del “politicamente corretto”, ma che si dimostra come l’unico adatto nella lotta contro tutte le forme di totalitarismo.
Da questa prospettiva si poneva negli anni ‘70 anche Bernard Kouchner, il fondatore di Medici Senza Frontiere, organizzando l’aiuto umanitario dei boat people vietnamiti con una nave noleggiata e l’appoggio di altri reduci del ’68 come Glucksmann, Henry-Levi, Bruckner (i nuovi filosofi) ma anche del vecchio Sartre! Da questa prospettiva si ponevano altresì l’irakeno Kanaan Makija, l’iraniana Azar Nafisi, Daniel Cohn-Bendit e infine anche Joschka Fischer. (Per questo non ci stupiamo affatto che – oggi – Glucksmann sia diventato consigliere di Sarkozy e Kouchner addirittura ministro degli esteri. Non li valuteremo certo secondo il metro dei conformisti politicamente corretti, ma sul grado di coerenza con cui porteranno avanti, metteranno alla prova, le loro convinzioni di fondo).
Le vittime hanno diritto ad essere aiutate, anche superando i confini degli stati, perché sono state offese nella dignità umana e paesi liberi hanno il dovere di venire in loro soccorso: queste le posizioni che emergevano e cominciavano ad essere messe in pratica. Tale è il nesso che si evidenzia fra la tragedia di Hina, le critiche a Ramadan e i cambiamenti in alcuni dei protagonisti del ’68.

Nella rubrica Nuovi Averroé del numero del 29/11 della rivista Tempi Valentina Colombo informa i lettori riguardo a un recente convegno svoltosi ad Alba per ricordare Hina Saleem, con la presenza di alcune note poetesse arabe che le hanno dedicato delle poesie. Vorremmo allora terminare questo scritto con la parziale citazione di una poesia della libanese Joumana Haddad, intitolata Sono una donna

Nessuno può immaginare
quel che dico quando me ne sto in silenzio
chi vedo quando chiudo gli occhi
come vengo sospinta quando vengo sospinta
cosa cerco quando lascio libere le mie mani
…
Credono di sapere
e io glielo lascio credere …
e avvengo.

Hanno costruito per me una gabbia affinché la mia libertà
fosse una loro concessione
e ringraziassi e obbedissi.

Pubblicato in : Primo piano

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