Più di 50mila assemblee, una mobilitazione dei quadri sindacali come non si era mai vista. I numeri del referendum sul protocollo del welfare approvato lo scorso 23 luglio sono tutti qui. L’obiettivo dei sindacati è portare al voto almeno 5 milioni di persone. I seggi aprono lunedì mattina e chiudono mercoledì alle 14.00. La percentuale di Si è data al 70 per cento. Se scendesse sotto questa cifra sarebbero problemi, prima di tutto per le organizzazioni sindacali, poi per Prodi e il suo governo. Sullo sfondo infatti la manifestazione del 20 ottobre che, se il risultato referendario fosse buono per il NO, avrebbe un effetto moltiplicatore sul panorama politico italiano, soprattutto a sinistra. Ma lasciamo le valutazioni a dopo la proclamazione dei risultati. Per ora possiamo solo notare che la campagna elettorale è stata a senso unico, e logicamente a favore del SI, con una assoluta mancanza di democrazia che non fa onore alle organizzazioni sindacali. C’è però un aspetto che ci preme sottolineare e che, se così si può dire, sta a monte di tutti gli altri. I giornali ne hanno parlato poco, anzi per niente. Provate a rispondere a questa domanda: chi ha diritto di voto in occasione del referendum? Logica vorrebbe che ad esprimersi fossero tutti gli iscritti alle organizzazioni sindacali. Invece non è così. Al referendum possono votare tutti. Giovani, anziani, medici, avvocati, e chiunque voglia farlo, indipendentemente dall’iscrizione a Cgil,Cisl e Uil o a qualsiasi altra organizzazione di lavoratori. Alla base di questa scelta c’è un postulato sostenuto a spada tratta dalla Cgil e cioè quello che il sindacato non rappresenta solo gli iscritti ma tutti i cittadini. Una sorta di pansindacalismo che, da un punto di vista liberale, è semplicemente una bestemmia. I rappresentanti dei cittadini sono solo ed esclusivamente gli eletti nella varie assemblee. Gli altri, e fra questi i sindacalisti, sono portatori di interessi settoriali, di categoria, e non generali. Se così fosse ci sarebbe un inaccettabile dualismo fra gli eletti, che rappresentano davvero la totalità dei cittadini, e chi invece, pur rappresentando una parte, presume di rappresentare il tutto. Eppure questa bestemmia è praticamente accettata da tutti e nessuno ne fa risaltare l’assurdità. Il governo ad esempio quando vara una manovra “consulta” i sindacati ma così facendo raccogliere il parere di chi rappresenta 5 milioni di persone fra lavoratori e pensionati, e più pensionati di lavoratori, eppure tiene conto di quel parere come se fosse stato espresso dalla totalità dei cittadini. Da qui poi deriva il mito della “concertazione”, una pratica del tutto anomala e illiberale che ormai è entrata a far parte della consuetudine, soprattutto quando al governo c’è la sinistra.

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