Il mio buon amico Carlo (nome di fantasia), dipendente del famosissimo Teatro Sistina a Roma, ne è certo: da quando i preti sono diventati proprietari dello stabile, è decisamente peggio.
Il “tempio” (tanto per non mescolare sacro e profano) della commedia musicale italiana, diretto per anni dal duo Garinei e Giovannini, e che ha lanciato (o definitivamente consacrato) praticamente tutti i medi e grandi attori di cinema e di teatro dagli anni cinquanta in avanti (nomi come Rascel, Ugo Tognazzi, Walter Chiari, l’immancabile Antonio De Curtis in arte Totò, Fabrizi, Mastroianni e Manfredi, fino ai contemporanei), che ha ospitato grandi spettacoli internazionali del calibro del Rocky Horror Picture Show, è da alcuni anni tartassato dalle esose richieste dei proprietari vaticani, che non si sono certo lasciati commuovere più di tanto dalla scomparsa dei prolifici direttori artistici, probabilmente tra i più grandi autori teatrali italiani ed europei del dopoguerra.
Ho scelto di esordire parlando del Sistina solo perché è un teatro molto conosciuto anche all’estero, e perché certamente gli spettacoli che lì si rappresentano non hanno molto a che vedere con la religione. A Cesare quel che è di Cesare, dice il Vangelo. In altre parole è giusto pagare l’affitto, benché esoso, alla congregazione cattolica che è proprietaria dell’immobile. Tuttavia questa, statene certi, non paga l’ICI (Imposta Comunale sugli Immobili) al Comune di Roma per questo immobile, e protesterà indignata se solo fate presente la cosa.
In realtà si calcola che ammonti a circa 1 miliardo di euro all’anno la somma risparmiata dalla Chiesa cattolica per l’ICI non versata nelle tasse dei Comuni italiani. Cosa enorme se si pensa da quanti anni esiste quella tassa e tutti (proprio tutti) noi l’abbiamo dovuta, invece, pagare.
L’ultima trovata del Governo, per sanare l’evidente anomalia senza scontentare troppo la Chiesa, era stata la seguente: con una modifica alla precedente legge berlusconiana, approvata nell’estate del 2006, si prevedeva che dovessero pagare l’ICI anche gli istituti religiosi, purché i locali di proprietà non fossero adibiti ad esclusivo uso commerciale. Quindi ad oggi basta che un negozio che vende souvenir e riproduzioni di oggetti sacri sia inserito nello stesso stabile di una Chiesa, per non pagare l’ICI. Oppure, tanto per tornare all’esempio iniziale, che un teatro di prosa sia tutt’uno con un istituto religioso di qualche tipo.
Tutto era cominciato alcuni anni fa nella tranquilla città de L’Aquila. L’8 marzo 2004, infatti, era stata depositata dalla Corte di cassazione una sentenza che condannava un Istituto Religioso, gestito dalle Suore del Sacro Cuore del capoluogo abruzzese e dedito all’attività di assistenza di anziani, a pagare l’ICI fino ad allora non pagata. I giudici hanno preso tale decisione in base alla corretta interpretazione dell’art. 7 della legge istitutiva dell’ICI che prevedeva l’esenzione solo per gli Istituti che non esercitavano attività commerciale, e le Suore del Sacro cuore pretendevano dai vecchietti una normale retta,esercitando una attività redditizia di natura commerciale . La sentenza gettò nello sconforto tutti gli istituti religiosi (che in Italia sono circa 32.000, e molti con più di un immobile a testa) che non avevano mai pagato l’ICI, agevolate dal comportamento omissivo della maggioranza dei Comuni.
E gli istituti , tramite la Curia, chiesero aiuto al presidente del Consiglio. Pur di agevolare e tenersi buono il Vaticano, Berlusconi fece immediatamente inserire surrettiziamente, con un vero e proprio blitz maturato in Sardegna, durante le ferie estive, il comma 2 nell’art.17 (poi diventato 6) nel disegno di legge n. 5736 in discussione. Esattamente quattro righe che esoneravano dal pagamento dell’imposta anche gli enti religiosi che esercitavano attività commerciale. La relazione di accompagnamento alla modifica non recava alcuna precisazione o motivazione. L’opposizione fece finta di niente, o finse di non averlo letto, salvo poi modificarlo due anni dopo, appena diventata maggioranza.
La modifica, tuttavia, non comporta assolutamente nessun onere aggiuntivo per la Chiesa italiana, infatti ad oggi non risulta un solo Comune italiano al quale un qualche ordine religioso abbia versato un solo euro di ICI.
Dov’è lo scandalo, si chiederà qualche anima candida? Nel fatto che gli immobili di proprietà della Chiesa, che secondo alcune ricerche ammontano al 20-22% di tutto il patrimonio immobiliare italiano, sono all’origine di un giro d’affari colossale: infatti non solo molti di questi stabili vengono affittati (a caro prezzo) ai privati, ma sono anche utilizzati a scopi turistici, per hotel, congressi ed altro ancora. Una parte del patrimonio immobiliare della Chiesa, affidato a uomini esperti come l’immobiliarista di origine casertana Giuseppe Statuto, è al centro di vere e proprie speculazioni edilizie ed affari miliardari (in euro).
Nulla di male, certo, ma che centra tutto questo con la funzione della Chiesa religiosa e con i suoi compiti di assistenza dei poveri? Che c’entra con i tanti immobili di valore inestimabile di cui è proprietaria, ed alla cui manutenzione contribuisce largamente lo Stato italiano con soldi suoi (cioè nostri)? Che c’azzecca, mi sia concesso, con l’8 per mille, le donazioni da parte di enti pubblici e privati, le mille esenzioni e sovvenzioni che la Chiesa cattolica apostolica romana riceve, più di ogni altra confessione, nel nostro Paese?
Adesso che la Commissione Europea ha chiesto chiarimenti al Governo italiano, in attesa di prendere provvedimenti (si ipotizza la violazione delle regole di libera concorrenza nell’Unione, sotto forma di aiuto illecito di Stato), evidentemente potremo sapere meglio cosa ha in mente il nostro Governo, la maggioranza, e l’opposizione. Soprattutto, e lo dico da cittadino ma anche da amministratore locale che sa cosa vuol dire spaccare il capello in dodici per far quadrare i conti di un piccolo Comune, speriamo che tutti diano un contributo alla sopravvivenza dei piccoli e medi Comuni italiani, i quali negli ultimi anni hanno dovuto aumentare notevolmente le tasse e le imposte per far fronte d un lato a spese crescenti, dall’altro a minori entrate. Si tratta di soldi spesi in gran parte per la manutenzione delle strade, per l’edilizia pubblica, il restauro della chiesa antica del paese, per la cura dei nostri anziani, dei nostri disabili, delle famiglie disagiate e delle madri sole. Possibile che tutto questo lasci indifferenti la maggior parte dei nostri parlamentari e soprattutto i vertici del Vaticano? Nonostante tutto, fatico ancora a crederlo.
Per chi volesse approfondimenti sugli immobili della Chiesa e la loro gestione, si rimanda all’articolo in allegato, tratto da “Il Mondo” che ha dedicato un intero numero alla “Immobiliare Vaticana S.p.a.” Buona lettura, e a presto.
Stefano Amoroso – Costituente LLS di Roma

Lascia un commento