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Congresso il PLI esce più che mai rafforzato, eletti i vertici all’unanimità. Stefano de Luca entusiasma la platea

A conclusione del congresso il PLI comunica i nuovi componenti dell’organico nazionale. Pubblichiamo integralmente la relazione del Segretario Stefano De Luca

di Redazione Pensalibero.it | 4 Luglio 2007

Tanti applausi, sala gremita, ospiti eccellenti ed entusiasmo. Questi gli ingredienti principali del quarto Congresso Nazionale il XXV dalla fondazione. Si è concluso nel primo pomeriggio di domenica 24 giugno il Congresso del PLI. Nell’intervento di replica, il segretario Stefano de Luca ha ripreso parte dei temi della relazione di venerdi’ integrandoli con le obiezioni congressuali della giornata di sabato. Ne e’ venuto fuori un discorso diretto a tutti i liberali, un vero e proprio appello all’orgoglio liberale.

Confermata nella linea politica futura la necessita’ di distinguersi come terza forza con una disponibilita’ ad alleanza con la Cdl solo ”alle nostre condizioni che sono quelle dei liberali, altrimenti- ha detto De Luca- non si ripetera’ la dinamica delle scorse politiche e i liberali, costi quel che costi, anche il dovere faticare non poco per raccogliere firme in tutte le regioni con il rischio di non potere presentare una lista in ciascuna di esse,
correranno da soli”.

“Questo paese se vuole avere un futuro – dice sempre De Luca- deve avere una grande riforma liberale, e per farla si deve fare i conti con noi liberali, del vecchio e glorioso partito liberale italiano. In tanti negli anni passati dal 1992 a oggi- ha ironizzato De Luca- hanno provato a fare un partito liberale piu’ o meno di massa, ma hanno fallito e sono rimasti quello che erano”.

”Mi dispiace per quelli che sono rimasti intrappolati in queste dinamiche politiche in entrambi gli schieramenti – ha detto De Luca- e penso con affetto e con tristezza a Valerio Zanone che si e’ contentato di non contare niente dentro l’Unione ma anche all”onorevole Alfredo Biondi in Forza Italia: essendo due liberali veri so quale possa essere la loro sofferenza in due schieramenti che di liberale hanno ben poco’. Di loro posso dire senz’altro che questa condizione la soffrono. Per altri liberali che tengono famiglia posso invece dire che anche loro soffrono, pero’ con l’apostrofo”, ha concluso De Luca.

Alla proclamazione della conclusione dei lavori del congresso nazionale l’intera platea in piedi ha applaudito lungamente il Segretario Nazionale Stefano de Luca.

Il Congresso del Partito Liberale Italiano al termine dei propri lavori ha rinnovato la Direzione Nazionale ed il Consiglio Nazionale. Si comunicano i nominativi degli appartenenti.

Segretario Nazionale
On. Stefano de Luca

Presidente
Prof. ssa. Carla Martino

Tesoriere
On. Savino Melillo

Vice Segretario Politico
On. Salvatore Grillo

Direzione Nazionale

Renato Altissimo, Mauro Antonetti, Attilio Bastianini, Antonietta Brancati, Angelo Caniglia, Giovanni Cassandro, Luigi Compagna, Arturo Diaconale, Salvatore Grillo, Rodolfo Guarnieri, Gherardo Guazzini, Luciano Magnalbò, Piervincenzo Mancuso, Roberto Pietrassi, Francesco Sisca, Carlo Scognamiglio, Augusto Tagliati

Consiglio Nazionale

Agoni Francesco, Agrusti Francesco, Albert Roberto, Barelli Giacomo, Brignolo Fabrizio, Buscemi Giuseppe, Buldrini Stefano, Canepa Claudio, Cattalini Cristian, Cecconi Maurizio, Cicogna Giorgio, Colombo Giancarlo, Cricchi Giulio, De Angelis Raffaele, De Cesare Carmela, Di Benedetto Filippo, Divicienti Nicola, Di Pierro Diego, Eleonori Attilio, Fagnano Mauro, Gagliardo Vincenzo, Galanti Roberto, Gentile Claudio, Giancarlo Morandi, Giardina Maria Luisa, Giganti Aurelio, K.K. De La Grande Teodoro, Lamanna Domenico, Longo Alberto, Madonia Salvatore, Marasco Carmine, Maravigna Ivan, Marucco Marco

Mazzarella Gaetano, Mazzitelli Giuseppe, Miroddi Francesco, Montalbano Vincenzo, Monterubbiani Giovanni, Morandi Giancarlo, Paganini Luca, Palmieri Francesco, Panniello Gaetano, Pansini Gustavo, Papaccioli Giuseppe, Patacchiola Sergio, Pedico Marco, Penta Claudia, Pesce Luigi, Petralia Romano, Polizzi Carlo, Ragni Carlo, Ranieri Matteo, Rapisarda Carmelo, Reale Enzo, Russo Giuseppe, Sammarco Domenico, Santoro Pierfrancesco, Sanzo Donatella, Scarlino Adalberto, Sciamannini Roberto, Scolamacchia Nunzio, Scopelliti Antonino, Spighi Zulimo, Striano Francesco, Tignino Salvatore, Tirinnanzi Claudio, Toma Emilio, Tommasi Giancarlo, Trufolo Grazio, Varotto Maria Rosa, Verdirame Giuseppe

Relazione di Stefano de Luca
4° Congresso Nazionale PLI 22-23-24 Giugno 2007

La maggioranza di noi era dell’opinione di rinviare il nostro appuntamento congressuale
non solo per ragioni ovvie relative alla scelta della data non certo felice sotto il profilo
climatico, ma principalmente per l’enorme confusione politica senza precedenti nella
storia della nostra Repubblica dal dopoguerra e la difficoltà di prevedere cosa ne possa
scaturire.- Personalmente ho condiviso le ragioni di chi chiedeva che si tenesse il
Congresso, più che per ovvie ragioni di rispetto dei termini di legittimazione statutaria,
perché ero, e sono convinto, che l’ondata di antipolitica, che potrebbe degenerare in un
dissolvimento del senso dello Stato e delle istituzioni, mettono a rischio la democrazia e
la stessa libertà.-
In un tale contesto di emergenza democratica, i liberali hanno il dovere di far sentire la
loro voce.- Per questo mi auguro che il Congresso possa fare, nel deplorevole
disinteresse che ci circonda, da cassa di risonanza per il necessario appello che
intendiamo rivolgere agli italiani.-
La nostra storia culturale e morale, prima ancora che politica, ci legittima a proporci
come antagonisti del qualunquismo, del disfattismo, dell’antipolitica, che portano
inesorabilmente verso l’autoritarismo.- Se la falsa modernizzazione della politica ha
finito col ridurre, nella lunga transizione della seconda repubblica, le garanzie del
cittadino, bisogna evitare che l’ostilità diffusa verso il Palazzo finisca col trasformarsi
nella ricerca di pericolose scorciatoie.- E’ sempre meglio la peggiore delle democrazie,
rispetto al più illuminato governo autoritario.-
Poiché il sangue ed i nervi della democrazia sono le idee e i valori, bisognerebbe,
rispetto al mediocre pragmatismo degli ultimi anni, riportare in campo questi ultimi.-
Nessun altro, come i liberali, può disporre di un patrimonio altrettanto grande e sempre
attuale, peché in continuo confronto con la realtà mutevole della società.-
Abbiamo solo bisogno di ottenere che la nostra voce sia adeguatamente amplificata.-
Si parla spesso e molto, del degrado della società italiana, cercando di capire il perché
della perdita di identità nel mondo culturale, come della caduta di competitività della
nostra economia nel mercato globale.-
La società di massa, il nuovo benessere, il tramonto dell’utopia, il venir meno dei grandi
maestri non hanno creato le condizioni per un progetto unitario.- Ha invece prevalso chi
ha tentato di imporre la egemonia di un pensiero guida dirigista. Un ruolo non
indifferente ha avuto in questo processo distruttivo l’irrompere di un cannibalismo
mediatico onnivoro, insieme alla trasformazione della scuola e dell’Università, da
luoghi deputati alla formazione culturale e civile, in meri esamifici e diplomifici.-
Questi elementi hanno determinato una massifi-cazione ed un appiattimento che ha
finito col mortificare e sterilizzare ciò che rimaneva di una pur importante tradizione.-
Così nella scuola italiana è scomparsa la capacità critica e si è imposto uno stereotipo
che, con una colpevole, mirata, azione da parte dei sindacati, ha finito col massificare il
modello intellettuale e comportamentale dei nostri giovani,dediti alla ricerca del posto,
sovente precario, anziché alla ambiziosa meta della competizione.-
L’obiettivo è divenuto l’indottrinamento a senso unico da parte di un corpo insegnante
a volte sciatto e politicamente militante, reclutato, in prevalenza, anziché con rigide
procedure concorsuali, attraverso forme di cooptazione.-
Nel campo degli studi superiori si è affermata una Università di massa, cresciuta
secondo il modello sessantottino, incapace di assicurare la formazione selettiva
necessaria, poiché al suo interno ha dilagato il nepotismo dei vari baroni locali, a scapito
della qualità del corpo accademico e con la conseguente penalizzazione della ricerca
scientifica.-
Se l’Italia ha dovuto cedere posizioni nel campo artistico e culturale non è tanto per la
mancanza di un progetto culturale unitario, quanto per il successo di una accorta regia
che aveva come obiettivo la disarticolazione e la perdita di identità della nostra
tradizione.-
Un analogo fenomeno si è registrato anche in campo economico con la complicità di
una classe imprenditoriale miope ed egoista.-
Durante l’allegra e lunga stagione dominata dalla convinzione della superiorità della
economia mista pubblico-privato e della teoria Keinesiana del deficit-spending, al gusto
del rischio ed alla cultura del mercato, si sono sostituti i concetti di protezione di nicchia
e di salvaguardia degli occupati, anche a costo della antieconomicità, della
penalizzazione dei giovani in cerca di prima occupazione, e, sovente, si è favorita la
finanza rispetto all’industria.- Uno scellerato patto a tre fra sindacati, organizzazioni
imprenditoriali e governo, chiamato pomposamente “concertazione”, da un lato, ha
disastrato le finanze pubbliche, dall’altro, ha fatto perdere competitività internazionale
alle nostre aziende, che con l’avvento della globalizzazione, non sono state in grado di
reggere la concorrenza.-
Il capitalismo delle grandi famiglie tuttavia non ne ha risentito, perché gli utili delle
attività industriali sono stati convertiti in utili finanziari.-
Con il prevalere della legislazione comunitaria, tuttavia è venuta meno la possibilità di
elargire aiuti di Stato, rendendo palese la fragilità del sistema italiano.- Ne ha pagato il
prezzo maggiore la componente più vivace del nostro apparato produttivo, costituita
dalle piccole e medie imprese, mentre per il grande capitale c’è stato l’affare delle
“privatizzazioni all’italiana”.-
Attraverso una contorta, ma accorta, procedura si è fatto in modo che, con investimenti
sostanzialmente modesti, grandi istituzioni finanziarie finissero nelle mani di partiti o
aree politiche ben identificate,o di pochi imprenditori, sovente molto indebitati con le
stesse banche, di cui acquisivano il controllo.- Strumento di tale complessa manovra
sono state normalmente le Fondazioni, tranne le poche che sono riuscite a sfuggire allo
occhiuto e stringente controllo di chi ha governato il perverso fenomeno.-
Anche la recente importante fusione Intesa-San Paolo vede come nucleo duro
dell’azionariato alcune grandi fondazioni, che, uscite dal mondo del credito dalla
finestra, ne rientrano dalla porta, divenendo arbitre degli equilibri della seconda banca
italiana, una delle più importanti dell’Unione Europea.- Se tale operazione è riuscita, è
perché ha avuto quale regista un grande esperto di partecipazioni statali come Romano
Prodi.- L’altra grande concentrazione tra Unicredito e Capitalia è stata la risposta
necessaria.- Anche essa, pur essendo stata realizzata in una logica di mercato, ha dovuto
cercare le necessarie coperture politiche.-Tali concentrazioni si preparano a competere
per il nuovo shopping bancario, ma soprattutto per muovere l’assalto, che si prevede
all’arma bianca, a Mediobanca Generali ed RCS.
La liberalizzazione dei servizi pubblici locali è per il momento accantonata per la
resistenza dei Comuni, che non intendono rinunciare al grande potere clientelare ad essi
legato.- Per tutti gli altri, cioè per il vasto mondo delle PMI, non rimane che la
delocalizzazione delle proprie fabbriche in Cina, in India o nei paesi dell’Est europeo,
oppure un destino che progressivamente le metterà fuori mercato, a causa di una
pressione tributaria insostenibile e della minaccia costante di indagini fiscali così
penetranti, da rischiare la paralisi delle aziende.- In Italia, ove tradizionalmente, a
differenza dei paesi anglosassoni, la diffusione della stampa, quotidiana in particolare,
era modesta, la informazione era riservata ad una limitata classe culturalmente più
evoluta.-
L’irrompere della televisione ha portato l’informazione in tutte le case, e questo è stato
positivo, ma senza l’approfondimento necessario per sviluppare lo spirito critico.- Anzi
si è concentrata principalmente sulle vicende più scandalistiche alla spasmodica ricerca
di scoops in grado di fare impennare l’audience.- Così la televisione ci ha abituati ad
immagini truculente, alla spettacolarizzazione della cronaca, a processi di piazza, al
trionfo del gossip, alla spregiudicata violazione del privato, a linguaggi coloriti e
diretti.-
Tutti fattori in gran parte responsabili del proliferare, per spirito di emulazione, di molti
comportamenti violenti, dei quali abbiamo notizia ogni giorno.- Il bombardamento
televisivo ha determinato le mode ed omologato i comportamenti ed i gusti, soprattutto
delle masse giovanili.-
I nuovi modelli sociali più diffusi vengono dai reality, dalle fictions, dalla debordante
attenzione per il calcio e per il suo mondo di giocatori, allenatori ed esperti, dalla
chimera di avere accesso alle nuove professioni di valletta, (o valletti) e di veline.- I
grandi personaggi, capaci di orientare masse non indifferenti di persone, sono i
presentatori e gli anchor men, che sovente raggiungono una popolarità pari a quella di
cantanti e subrettes.- La TV ha creato un mondo catodico onnipotente, che ha acquistato
uno smisurato potere nella società contemporanea, generando dei mostri.-
La realtà ormai ci appare quasi esclusivamente attraverso la mediazione della
televisione, che spesso, come un vetro convesso, ce ne fornisce una interpretazione
distorta.-
La informazione politica e la “formazione” delle relative opinioni è affidata ai talk
shows, per cui si può senz’altro affermare che, soltanto quelle formazioni politiche e
quei personaggi che appartengono alla ristretta cerchia di coloro che sono ammessi al
salotto di Vespa, alla piazza di Floris, al teatro di Costanzo e all’arena di Mentana,
esistono.- Tutto il resto semplicemente non c’è.-
Chi ha capito prima e meglio, ha saputo sfruttare il fenomeno e ne ha avuto i maggiori
vantaggi.- Gli altri sono stati costretti a rincorrere per adeguarsi.- La cosiddetta Seconda
Repubblica, più che dai referendum o da tangentopoli, deriva dal fenomeno televisivo,
che è decisamente il principale terreno sul quale si gioca la partita del potere in Italia.-
Con la complicità di sistemi elettorali che lo hanno favorito, la politica si è trasformata
in corrida mediatica, in scontro di opposte tifoserie.-
Chiunque sia fuori dal grande circo televisivo, non è altro che un profeta disarmato.-
Può avere ragione e convincere soltanto se stesso o gli intimi del proprio ristretto club, o
avere torto, ma non saperlo, perché nessuno è disposto a confrontarsi con lui.- Questo
ha determinato la fine della politica al cui posto si è insediata quella che possiamo
definire come la “postpolitica”,che di quella vera è solo l’ombra, la finzione mediatica.
Scriveva Alexis de Tocqueville che autorità e responsabilità sono due facce della stessa
medaglia: non può esistere l’una senza l’altra. La società in cui viviamo è stata tutta
protesa a rendere sempre più complesso e articolato ogni processo decisionale, fino a
pervenire alla frantumazione della responsabilità.
È ovvio che tutto ciò ha prodotto un correlativo processo di caduta dell’autorità.
Questo fenomeno, che inizialmente ha riguardato la Pubblica Amministrazione,
progressivamente ha dilagato anche nel campo economico ed in quello politico, finendo
col delegittimare, agli occhi dei cittadini, una intera classe dirigente. La scomparsa delle
grandi figure dei cosiddetti padri della Patria, da Croce a De Gasperi, da Einaudi a
Bobbio, ha determinato l’oblio del concetto di autorevolezza, che era qualcosa di più
della stessa autorità. Era infatti la sintesi tra la grande saggezza, la cultura, il senso dello
Stato, ma, soprattutto, l’alta coscienza morale. Ha quindi ragione Pietro Citati quando
afferma che nella società odierna non sono più rinvenibili autorità ed autorevolezza, ma
emerge uno sterminato, indistinto potere.
Nel momento in cui la politica ha rinunciato al proprio primato, era evidente che la
stessa, oltre ad inquinarsi, avrebbe perso, come ha perso, autorità. Venuta meno,
purtroppo da tempo, l’austera categoria dei grandi burocrati, che si erano formati alla
scuola di Quintino Sella e che si sentivano investiti della funzione, quasi sacrale, di
essere i custodi del principio della sana amministrazione, emerge sempre più una nuova
burocrazia tutt’affatto diversa. Quella che nel dire di no, nel rallentare, nel complicare
ogni cosa, ha affermato un nuovo enorme potere, a volte, fonte di corruzione.
La macchina statale, pertanto, anziché semplificarsi, si è andata sempre più
complicando, proprio per aumentare a dismisura tale potere, con la complicità, sovente
inconsapevole, talvolta dolosa, in quanto correa, del mondo politico.
Ecco perché di fronte alla esasperazione dei cittadini vessati, anche modesti,
impercettibili segnali in direzione delle liberalizzazioni, vengono accolti dal pubblico
con attenzione, ancorché si tratti di iniziative che colpiscono esclusivamente le categorie
più deboli, evitando di sfiorare i grandi interessi.
In un’epoca in cui l’autorità e l’autorevolezza non sono che un ricordo, è logico che si
espanda sempre più un potere opaco, molle e strisciante, ma onnivoro, trasversale ed
infinito, che è il migliore terreno di coltura per anestetizzate la democrazia e scivolare
verso l’autoritarismo.-
In nome della governabilità e della maggiore efficienza dell’esecutivo, si è
progressivamente marginalizzato il Parlamento, che è diventato nient’altro che un
votificio, ove vige la regola della cieca obbedienza ai capi dei partiti e delle coalizioni,
pena la non inclusione in liste, che vengono confezionate dalle gerarchie politiche
dominanti.- Così, in pratica, potere esecutivo e potere legislativo si sovrappongono e,
grazie ad un perverso intreccio tra politica, imprenditoria e finanza, cui fanno capo i
media più importanti (televisione e stampa quotidiana e periodica) l’impianto
costituzionale della separazione dei poteri è, di fatto, saltato.- Col potere giudiziario, a
seconda dei gruppi al Governo, vi è una alternanza di connivenza o di scontro frontale;
anche questo inammissibile e pernicioso per le istituzioni e per la vita democratica.-
La società moderna impone efficienza e trasparenza nei servizi pubblici.- Per una sorta
di retaggio medievale invece in Italia, dai trasporti agli acquedotti, dai servizi al
cittadino alla sanità, si sono creati apparati costosi e scarsamente produttivi, ove una
burocrazia mediocre si guarda bene dall’essere al servizio del cittadino.- Si è così reso
urgente un processo di sbrurocratizzazione e liberalizzazione, che riduca i costi per i
consumatori, intervenendo soprattutto sotto il profilo della velocizzazione delle
risposte.-
La lotta alle rendite parassitarie legate alla corruzione nell’esercizio del potere, non può
essere affidata esclusivamente alla magistratura, ma impone una radicale trasformazione
della macchina statale.-
Retaggi di cultura vetero comunista e pregiudizi clericali impediscono un approccio
laico al problema della moralità pubblica, che non può dipendere da un fatto culturale o
coscienziale, ma che deve essere una regola che discende dai valori civici di uno Stato e
dalle sue leggi.- Se sapremo resistere alla tentazione di demonizzare l’avversario, come
il diverso, attraverso la tolleranza ed il rispetto, potremo inaugurare una nuova stagione
basata sul confronto e non sullo scontro, sulla affermazione delle proprie idee e non
sulla sopraffazione.-
Fino a quando la eticità ed il senso civico non saranno considerati bene comune e
patrimonio di civiltà dell’intera società, il nostro non potrà essere un Paese normale.-
L’Italia uscita dalla drammatica sconfitta nel conflitto mondiale, dalla guerra civile,
dalla distruzione morale e materiale, per quasi mezzo secolo fu impegnata in una
complessa opera di ricostruzione, di ripresa economica, di riorganizzazione dello Stato.-
Non mancarono momenti terribili, come il decennio successivo alla cosiddetta
rivoluzione giovanile del sessantotto.-La rivolta, sostenuta organizzativamente e
politicamente da alcuni servizi dei regimi del blocco comunista basata su un generico
ribellismo contro la società borghese, il profitto, il benessere, l’autorità, degenerò
rapidamente in una forma di terrorismo brutale, che insanguinò il Paese.- Per una intera
generazione di giovani, si aprirono le porte del carcere, (tranne pochi vigliacchi che
scelsero la via della fuga) il fallimento nella vita lavorativa e di relazione, la scoperta
della scorciatoia della droga.- Un prezzo altissimo, che, insieme alla caduta
generalizzata dei valori della fase operosa del dopoguerra, comportò un inquinamento
della politica, che ne uscì trasfigurata.-
Venuta meno la fase esaltante dello scontro ideologico, che aveva rappresentato la
migliore espressione di un confronto culturale, con effetti anche pedagogici, vi fu un
progressivo allontanamento dei giovani dai partiti e si aprì una stagione di apatia
rassegnata, dalla quale la gioventù italiana non si è mai ripresa.- Senza più una spinta
ideale, a destra, l’attività politica apparve come una possibilità di carriera.- A sinistra,
dopo la caduta dell’utopia comunista, che pure aveva animato molte generazioni fino
alla esasperazione della via rivoluzionaria, non rimase che il deserto ideologico e la
delusione verso l’impegno politico.-
Eppure l’Italia, nonostante gli errori e la corruzione che determinarono la caduta del
prestigio della sua classe dirigente, aveva raggiunto una posizione di primo piano tra le
grandi potenze economiche del pianeta.-
Ma la impossibilità di una alternativa di potere ed, allo stesso tempo, un assemblarismo
sempre più diffuso per consentire all’opposizione di partecipare alla gestione del potere,
accelerò il crollo del sistema.- D’altronde, venuta meno la pregiudiziale che discendeva
dagli accordi di Yalta, la classe dirigente comunista, avendo cambiato denominazione al
partito, dopo l’89, premeva per arrivare al Governo.- Grazie a complicità internazionali,
all’azione di alcune procure che tennero indenne il PCI dalle responsabilità che aveva al
pari degli altri partiti e sull’onda emotiva delle stragi di Capaci e di Via D’Amelio del
’92, fu tenuto sotto scacco il Parlamento per due anni e si consumò un vero e proprio
colpo di Stato in sordina.-
La responsabilità di settori della magistratura, di Scalfaro, di alcuni media e di attenti
burattinai rimangono consegnate alla storia, perché ancora è troppo presto per un esame
sereno di quella non gloriosa stagione.-
In una Italia in piena crisi di identità culturale, economica e sociale, una potente azione
mediatica, decretò la fine della Prima Repubblica, senza avere chiaro il progetto su cui
costruire la seconda.- Cosicché la lunga transizione, dopo quasi un quindicennio, non
appare terminata.- L’abile Berlusconi, che meglio aveva capito il ruolo dei media e la
logica del nuovo sistema elettorale, si pose come interprete dei sentimenti e dei
risentimenti dei moderati, rimasti orfani dei loro partiti e fece irruzione nella politica,
sbaragliando il campo.- Chi voleva la fine della Politica, era riuscito nel proprio
intento.- La cooptazione dei parlamentari, anziché la loro elezione, ha ridotto il
Parlamento ad una mera funzione notarile di ciò che decidono i vertici delle coalizioni o
dei partiti.- Gli stessi soggetti politici minori, satelliti delle grandi formazioni, vivono
della loro capacità di ricatto, poiché possono, anche con una piccola percentuale, fare la
differenza.- I partiti, al loro interno, sono divenuti strutture burocratiche, che hanno
abolito ogni forma di democrazia interna.-
Esaurita la fase del reclutamento per motivazioni ideali e culturali, il ceto politico è
popolato, da servitori, maggiordomi, questuanti, sodali, subrettes.- La stagione dei nani
e delle ballerine, inaugurata da Craxi, è ormai la regola.- In periferia, e principalmente
nel Sud, si accostano alla politica in prevalenza giovani disoccupati, che, avendo una
vasta parentela, vedono nella elezione a consigliere di circoscrizione, del Comune, della
Provincia, delle comunità montane, la possibilità di ottenere uno stipendio, che
altrimenti non riuscirebbero a guadagnarsi.- Così il costo della politica, tra aumento
degli emolumenti ai suoi addetti e finanziamento ai partiti, è cresciuto a dismisura, alla
faccia di un referendum popolare che si era pronunciato negativamente.-
Paradossalmente, la seconda Repubblica, sorta dal bisogno di moralizzare la vita
pubblica, si è trasformata in una macchina per l’occupazione e l’uso spregiudicato del
potere.- Palazzo Chigi, ormai è opinione diffusa, si è trasformato in un Merchad Bank.-
In un simile quadro di perdita di ogni riferimento culturale, di precarietà economica, di
disgregazione civile e di trasfigurazione della politica, non ha torto chi ritiene la nostra
stessa libertà in pericolo, anche per il riemergere di un filone terroristico che potrebbe
collegarsi con una piazza turbolenta e minacciosa.- Il nostro futuro, e ancor più quello
delle prossime generazioni, appare incerto.-
La forza del Governo Prodi è la sua debolezza, che consiste nel ricatto: o me o si ritorna
a Berlusconi! – In questo contesto non importa che abbia deluso sia i moderati per non
avere fatto le riforme promesse che la sinistra antagonista perché ha potuto accoglierne
le richieste solo in minima parte.
Un Governo che ha scontentato il nord e la parte produttiva del Paese perché, anziché
sfruttare la congiuntura economica favorevole con un alleggerimento della pressione
fiscale, l’ha invece ulteriormente appesantita, ma non è riuscito neppure a soddisfsre i
ceti meridionali più deboli in mancanza delle risorse per nuovi provvedimenti
assistenzialistici.- L’insoddisfazione verso il centro-sinistra uguale e contraria a quella
registrata negli anni scorsi verso il centro-destra, riporta il pendolo verso quest’ultimo,
che quindi preme per le elezioni anticipate, senza avere potuto compiere una
approfondita analisi delle ragioni della sconfitta come poco ascoltata chiede l’UDC.
Nelle regioni del Nord ha ripreso fiato la Lega che, più e meglio di altri, sa parlare alla
pancia di quei territori.- Assistiamo così ad episodi deplorevoli, quale l’occupazione dei
banchi del Governo a Montecitorio o l’aperta istigazione alla rivolta fiscale.
Le componenti moderate sono uscite sconfitte dalle elezioni amministrative.-
Il Partito Democratico, prima ancora di essere tenuto a battesimo, ha subito una
sconfitta dalla quale difficilmente potrà riprendersi.-
Il rischio è che, ove la situazione dovesse precipitare, un centro destra che non ha
definito una piattaforma programmatica comune, tornerebbe al Governo con tutte le
contraddizioni irrisolte del quinquennio precedente e con una componente qualunquista
ed antipolitica più forti, quindi con la certezza che, in tempi brevi, gli umori degli
italiani si orienterebbero nuovamente in senso contrario.- Invece il Paese, per
riagganciare le altre grandi economie mondiali, dopo un lungo periodo di opacità,
avrebbe bisogno di una “rivoluzione liberale”.-
L’unificazione economica e politica del Paese può avvenire soltanto attraverso politiche
di riduzione del carico fiscale, parallele alla riduzione della spesa pubblica.-
Oscar Giannino nel suo recente saggio: “Contro le tasse – Perchè abbattere le imposte
si può”, si scaglia contro la “tassazione vorace” che divora le risorse economiche del
popolo e delle imprese.- La maggior parte delle nazioni dell’area OCSE hanno
diminuito notevolmente la pressione fiscale, producendo ricchezza e sviluppo.- In Italia
il prelievo fiscale è il più alto d’Europa, tenendo conto che non solo è salito fino al 44%
del PIL, ma, poiché il PIL calcola anche l’evasione fiscale, che ammonterebbe a 270
miliardi di Euro ( cioè circa il 10% del PIL), la pressione reale, per chi paga le tasse,
risulta del 54/%.- Poiché questo carico fiscale enorme serve a finanziare una spesa
pubblica che si aggira sul 48% del PIL, costituita in gran parte da sprechi e che produce
servizi di bassa qualità e altissimo costo, bisognerebbe ridurla per riprendere il sentiero
della crescita, attenuare il divario con le economie trainanti del mondo e quelle
emergenti d’Europa, garantire maggior dinamismo sociale e assicurare maggiore libertà
agli individui.-
D’altronde è ormai dimostrato che il processo virtuoso assicurato dalla riduzione della
pressione fiscale, produce maggiore reddito, come è avvenuto nei paesi OCSE, ove, a
fronte di una riduzione media di 10 punti percentuali, sia delle aliquote sul reddito
d’impresa che di quelle delle persone fisiche, il gettito è salito dal 32% al 41% del PIL,
ciò grazie non solo alla maggiore crescita, ma alla emersione dell’imponibile nascosto,
come è avvenuto per esempio in Irlanda.-
Ribadiamo quindi la nostra antica e sempre valida proposta di porre un limite
costituzionale alle aliquote più elevate e di trasferire gran parte della imposizione dalle
dirette alle indirette, consentendo ai cittadini di detrarre dal carico fiscale una quota
significativa dei loro consumi, come stimolo alla propensione per una maggiore
circolazione della ricchezza, ma, soprattutto, come unico vero strumento efficace contro
l’evasione fiscale.-
Nel campo societario dovranno essere soppressi i privilegi delle cooperative rispetto alle
altre forme societarie.-
Una manovra importante sul versante della riduzione della pressione fiscale, tuttavia,
non è pensabile, nel breve periodo, senza una sostanziale politica di drastici tagli alla
spesa pubblica.-
Molte ed ampie sono le aree nelle quali lo Stato deve ritirarsi, per cedere funzioni e
servizi ai privati, che potrebbero effettuarli meglio e con costi molto inferiori,
cominciando dai servizi pubblici locali, ma proseguendo col catasto, con le
conservatorie dei registri immobiliari, le carceri, la manutenzione degli edifici pubblici,
la radio-telediffusione, il trasporto aereo, le reti: idrica, elettrica, ferroviaria e di
distribuzione del gas.- Una imponente privatizzazione e liberalizzazione per ridurre col
ricavato il debito pubblico ed i trasferimenti ai comuni, che vedrebbero ridotti i propri
oneri.- Bisognerebbe in tempi rapidi abolire le province e limitare ai capoluoghi di
regione le prefetture.-
Si parla tanto, forse troppo, di riduzione dei costi della politica, soffermandosi sulle
indennità parlamentari.- Si può pretendere che i deputati assicurino, come dovrebbe
essere, il tempo pieno, se le relative indennità dovessero essere inferiori a quelle di un
comune dirigente?
Bisognerebbe invece ridurre alla metà il numero dei deputati e dei senatori.- E’ scandaloso
inoltre il costo delle autonomie locali, ove andrebbe drasticamente alleggerita la
composizione dei consiglieri e delle giunte, le cui indennità sono lievitate in modo
inaccettabile.- I Consiglieri di circoscrizione o comunali fino ad una certa soglia non
dovrebbero ricevere alcuna remunerazione.-
C’è stato un referendum in cui gli italiani si sono pronunciati contro il finanziamento
pubblico dei partiti.- Nella cosiddetta seconda repubblica tale finanziamento ha invece
raggiunto livelli precedentemente impensabili e che superano ogni limite di decenza.-
Sicurezza, giustizia ed istruzione, che sono i compiti fondamentali dello Stato, vanno
radicalmente riformati.-
Separazione netta delle carriere tra PM e giudice, immediata comunicazione di garanzia
all’indagato, riduzione drastica delle intercettazioni, riforma del CSM, eliminazione
della distinzione tra giustizia ordinaria ed amministrativa, affidamento alle parti della
gestione della istruttoria nei processi civili, devono essere il cardine delle riforme
giudiziarie.-
Per quanto attiene alla istruzione pubblica va abbandonata la attuale logica di limitarne
la funzione a quella avvilente di diplomifici.- Le nostre Università devono divenire
“accademie del sapere” in grado di formare giovani di qualità, che saranno contesi sul
mercato del lavoro.- Quindi insistiamo per l’abolizione del valore legale dei titoli di
studio, compiendo ogni sforzo per l’alta formazione di qualità, anche in raccordo col
mondo della produzione.-
Lo Stato deve, con rigore e professionalità, assicurare livelli di sicurezza eguali in tutto
il territorio nazionale, esercitando una attività di prevenzione e repressione adeguata,
necessaria sia nei confronti di una immigrazione clandestina sempre in crescita, che
rispetto alla criminalità organizzata.- Non è accettabile che in Campania, come in
Calabria, perché amministrate dalla sinistra, debbano liberamente prosperare la camorra
e la ndrangheta, laddove, in passato, quando si registrarono emergenze analoghe in
Sicilia, fu mandato l’esercito con risultati significativi.- Non si può dire che un
fenomeno secolare come la mafia, sia stato debellato, ma, certo, lo Stato è riuscito ad
imporre la legalità e ad affermare la sua supremazia rispetto all’antistato.-
Lo Stato deve invece rilanciare gli investimenti in infrastrutture (cominciando dalla TAV
e dal Ponte sullo stretto di Messina) e coniugare lo sviluppo con l’ambiente.-
Il “verde politico” è il maggior nemico del “verde naturale”.- L’ambiente, insieme al
turismo e alla cultura sono le più grandi occasioni di sviluppo per il Mezzogiorno.-
In una società che si ponga come primario obiettivo la tutela del cittadino come
individuo, devono esservi norme in grado di tutelare la privacy di ciascuno.-
Quello italiano è il popolo più intercettato del mondo, con costi enormi e la
mortificazione del privato di ognuno di noi (mentre stiamo parlando, almeno un milione
di italiani è intercettato).- Siamo quotidianamente infastiditi da telefonate, sms, e-mail
commerciali, non graditi e nessuno si preoccupa di sanzionare questi comportamenti.-
Mentre su altri versanti, la nostra è una società piena di divieti.- Bisognerà inserire nella
Costituzione, a garanzia della nostra libertà, che tutto ciò che non è vietato, deve
considerarsi lecito.- Troppa discrezionalità della P.A ., troppa invadenza, hanno finito
col mettere in pericolo la libertà del singolo.-
Per questo abbiamo scelto come motto del congresso:”difendi la tua liberta”.- Non
potremo archiviare realmente il nostro passato statalista, se non sapremo garantire la
supremazia del merito, della qualità, del privato, rispetto al pauperismo ed
all’egualitarismo, il rischio, rispetto alla protezione, il coraggio e la fantasia, rispetto
alla logica del precariato clientelare.- Non c’è libertà senza competizione!
C’è bisogno di un soffio di libertà, libertà di rischiare, di scommettere sul proprio
talento, libertà del frutto del proprio lavoro, in una società che garantisca sicurezza e
certezza del diritto.- Libertà di perseguire il proprio sogno di felicità, in una società che
consenta di correre liberamente diseguali.-
Non basta per realizzare questo obiettivo liberarsi del Governo Prodi.- Ci vogliono idee
nuove, che l’attuale centro destra, negli anni in cui ha governato, ha mostrato di non
avere.- Bisogna pensare ad una grande alleanza tra i ceti più attivi della società italiana e
quelli più deboli, promuovendo il localismo e lo spirito di iniziativa diffuso, ma,
innanzi tutto, ridimensionando, o del tutto eliminando, i privilegi corporativi esistenti e
le rendite parassitarie riservate a sindacati e cooperative, come a finanzieri più o meno
improvvisati, ma molto legati a settori politici, a fondazioni bancarie, a consorterie
trasversali che, da troppo tempo, detengono una ipoteca di potere sulle nostre più
importanti istituzioni.-
E’ ovvio che al primo posto deve esserci la riforma della politica .- Tale riforma passa
attraverso la attuazione di alcuni precetti fondamentali, come l’art. 49 della
Costituzione.- Non è accettabile che i partiti, organi di grande rilievo costituzionale,
siano privi di regolamentazione.- La questione assume maggiore urgenza dopo che la
recente riforma elettorale ha abolito il voto di preferenza che andrebbe ripristinato.-
Urge quindi uno “statuto giuridico” che garantisca la democraticità di tali soggetti e
delle loro norme di funzionamento interno, per evitare che non solo la formazione del
Governo, ma la stessa rappresentanza parlamentare, siano lasciati all’arbitrio di pochi,
espropriando di fatto, al popolo la sua sovranità.-
Allo stesso modo dovrà provvedersi, senza indugio, all’attuazione degli artt 39 e 40 sui
sindacati, rendendone trasparenti i bilanci e sottraendo ad essi ed ai loro patronati gli
attuali anacronistici sussidi e privilegi.-
Siamo inoltre convinti che le necessarie riforme istituzionali vadano affidate ad una
assemblea costituente, le cui conclusioni dovranno, anche per capitoli separati, essere
sottoposte al voto di un referendum confermativo popolare.- Tale assemblea dovrà, una
volta per tutte, compiere una definitiva scelta in materia di sistema elettorale, che andrà
costituzionalizzato.- Siamo aperti ad ogni ipotesi di modernizzazione e semplificazione
della macchina statale, prevedendo una modifica delle funzioni e delle competenze dei
due rami del Parlamento, purchè si tratti di riforme coerenti e compatibili.-
Altrettanto valga per l’esecutivo.- Non escludiamo l’ipotesi di scelta diretta del premier,
ma con un bilanciamento che preveda la non contestuale elezione del Parlamento ed una
netta separazione tra potere legislativo ed esecutivo.-
Quello che va superato al più presto è il deleterio bipolarismo all’italiana che, produce
coalizioni non in grado di governare.- La barra della politica dovrà ritornare al centro.-
L’Italia dovrà riprendere il ruolo che le compete nel percorso, inceppatosi da troppo
tempo, della costruzione europea, ripartendo dalla visione lungimirante di Ernesto Rossi
e Altiero Spinelli.-
L’Europa politica che noi sogniamo, non è quella dei burocrati di Bruxelles, né quella
dei ragionieri di Francoforte e neanche quella, sbrodolosa e all’insegna della mediazione
infinita, della cosiddetta Costituzione solennemente approvata dai capi di Stato e di
Governo e poi bocciata da francesi e olandesi.- Ci vuole una vera Costituzione di pochi
articoli, che trasferisca realmente alcuni poteri (difesa, politica estera, alcuni aspetti
della politica economica, della sicurezza e della giustizia) ad una realtà sopranazionale ,
con un proprio Governo ed un proprio Presidente.- Il Parlamento deve avere i poteri di
una vera assemblea parlamentare, trasformando il Consiglio in una sorta di secondo
ramo.-
Nell’anno in cui è stato celebrato il cinquantenario dei trattati di Roma, non possiamo
che ricordare, con orgoglio, che il grande disegno dell’Unione Europea fu concepito in
Italia e che l’artefice fu il ministro liberale Gaetano Martino, che, insieme ad altri
liberali come Spaak ed uomini di cultura cattolico liberale, come De Gasperi, Chuman e
Adenauer, pose le basi a Messina, e, dopo, con il trattato di Roma, dette vita alla
costruzione europea.-
Nel 2009 avremo una grande opportunità.- Insieme agli amici repubblicani ed alle altre
forze che vorranno unirsi al progetto, potremo scendere in campo con una lista della
federazione liberaldemocratica, cui abbiamo dato vita ed alla quale (insieme agli amici
del PRI Nucara, LA Malfa e del Pennino) stiamo lavorando.- Una esperienza nuova.-
Non più la semplice somma di PLI e PRI, che abbiamo sperimentato altre volte senza
fortuna.- Ma un soggetto politico federato autonomo, collegato col Partito Liberale
Democratico e Riformatore Europeo, che possa farsi promotore e sostenitore di un
nuovo grande progetto deferalista europeo e che, in Italia, dia vita a quel soggetto
liberaldemocratico, da molti invocato e di cui, nella crisi attuale delle istituzioni, si sente
la mancanza.-
Se è vero che l’Italia ha bisogno di una rivoluzione liberale, è certo che essa non potrà
avere luogo senza un soggetto, riconoscibile e politicamente forte dei liberali
organizzati.-
Questo al di la della nostra transitoria vicenda di partito politico, è ciò a cui stiamo
lavorando.- Ci rifacciamo ai principi ed ai valori della dichiarazione di Oxford, allegata
al nostro statuto, che impone una nuova eticità della politica, una laicità ugualmente
antilaicista come anticlericale.- Non ci piacciono le invettive delle gerarchie
ecclesiastiche sulle scelte che riguardano il costume, le abitudini sessuali, la programmazione
familiare e la formazione responsabile dei cittadini, ma non ci piace altresì la
speculazione, violenta, estremista, eccessivamente ostentata e faziosa delle
manifestazioni di Piazza Navona e del Gay Prade.- Laicità come la intendiamo noi, è
tolleranza e moderazione, e intransigente rispetto della libertà individuale.- Finiremo col
riconoscere che la DC era un grande partito laico.-
Meno lo Stato interferisce in queste materie, meglio è.- Delicato e importante è il ruolo
dei partiti, che devono preparare (come hanno fatto per circa cinquant’anni) ad una “cittadinanza
responsabile”.- Infatti la “vera legittimazione” è garantita da una “società
partecipativa”.- La Democrazia liberale non è una sorta di delega in bianco consegnata
per un quinquennio alla coalizione vigente, ma un complesso rapporto partecipativo, di
cui il voto è uno, magari il più importante, dei momenti, numerosi e diversi, in cui il
cittadino deve esercitare il suo controllo sulla classe politica.-
Un cittadino protagonista che, nella società del fare, esercita fino in fondo le sue
prerogative, rivendica i propri diritti e li riconosce a sua volta.-
Un cittadino senza tutori, padrini, padroni, protettori, che ha affidato a se stesso il
compito di affermarsi e crescere, con eguali punti di partenza, ma diseguale nella corsa
della vita, all’insegna della libertà.- Una libertà assoluta, che può dare un senso di
vertigine, ma che per questo da un senso alla vita.- La Democrazia liberale impone una
nuova e insieme antica eticità, quella che oggi sembra scomparsa.- Non il falso
moralismo imposto dalla autorità religiosa, cattolica o islamica, integralista o
fondamentalista, o quella dei retrobottega moralisti postcomunisti, ma la moralità
dell’individuo che rende conto solo a se stesso, alla sua coscienza.-
Una società così fatta impone una grande riforma culturale e di costume.- Perché non
pensare, come nella democratica società americana, ad introdurre un sistema
sanzionatorio per chi mente, riconoscendo il valore, anche civile, di colui che ha il
coraggio della verità, anche la più scomoda, la più cruda, la più umiliante?.- Si tratta di
trasformare l’idea che abbiamo dell’eroe, che non deve essere sempre un vincente,
portato in trionfo sugli scudi, ma anche un uomo piccolo, che compie umilmente, ogni
giorno, una grande, perché coraggiosa, azione di verità.-
Quella liberale è prima una visione della vita e dell’organizzazione sociale, che un
progetto di governo del Paese.- Un’idea innanzitutto di responsabilità verso la Nazione.-
Questo si aspettano i giovani, oggi lontani da una politica tutta dedita ad affari e potere
e così poco attenta al bisogno di utopia, che pure c’è nella fantasia di ogni giovane
coscienza.- Ogni singolo nuovo cittadino, che si avvia a vivere l’avventura della vita,
da protagonista la il diritto-dovere di partecipare alla vita politica del Paese e di
assumersi la responsabilità di scelte consapevoli.- Queste, quando riusciamo a parlare al
cuore sono affascinanti e coinvolgenti.-
Il nostro partito, che è il più antico della storia del nostro Paese, è anche il più diverso.-
Lo abbiamo sciolto quando pensavamo che si fossero create le condizioni per realizzare
un partito liberale di massa, in grado di superare il confine, cui per troppo tempo
eravamo stati condannati, di essere minoranza, autorevole, rispettata, ma minoranza.-
Lo abbiamo ricostituito quando ci siamo accorti che tra i tanti partiti della seconda
repubblica, che si dicevano liberali, nessuno lo era veramente.- Abbiamo svolto in
questi anni una funzione di testimonianza, spesso sottovalutata, ma che è stato un
importante presidio per un patrimonio politico, storico e morale inestimabile, e non ce
siamo pentiti.- Anche la delusione di aver dovuto prendere atto che chi ci aveva
blandito, noi e le nostre idee, per averci nella propria coalizione, non ha poi mantenuto
i patti solennemente confermati dinanzi all’intero Consiglio Nazionale, non ci ha fatto
fare un solo passo indietro.-
Abbiamo dato i nostri voti, pochi, nelle circoscrizioni in cui siamo riusciti a presentare
le liste senza l’aiuto di nessuno, alla coalizione con cui avevamo stretto l’alleanza.- Se
ci fosse stato accordato l’aiuto promesso per la raccolta delle firme nelle altre
circoscrizioni, il risultato elettorale sarebbe stato ribaltato a favore del centro-destra.-
Certo, non possiamo negare che da quel grave tradimento della parola data il partito ha
risentito e non si è ancora del tutto ripreso.-
Ciò non toglie che abbiamo l’obbligo, morale prima ancora che politico, di fare la nostra
parte.- Per questo intendiamo proporci, dopo questo congresso, come partito – non
partito. – Cioè innanzi tutto luogo dove si coltivano le idee liberali e si lavora per riunire
tutti coloro che in queste idee si riconoscono, anche se contingentemente militano in
altre formazioni.- Il nostro obiettivo è di guardare lontano, operando su questioni
concrete.-
Nei prossimi mesi daremo vita ad una serie di iniziative tematiche, rivolte a tutti coloro
che le dovessero condividere.- Proponiamo per la politica anche nuove formule e
vogliamo sperimentarle.-
Naturalmente questo non significa in alcun modo una rinuncia al nostro essere un
piccolo partito organizzato, che intende partecipare a tutti gli appuntamenti elettorali
che si presenteranno.- Voglio dare un saluto particolare agli eletti nel recente turno
amministrativo e a tutti coloro che si sono impegnati , anche con esito sfortunato.-
Desidero dare il benvenuto alla Dott.ssa Antonietta Brancati, consigliere regionale del
Lazio, che si è iscritta al partito ed ha costituito, in analogia con la Camera dei deputati,
(ove ciò è avvenuto alcuni mesi fa) il gruppo Repubblicano Liberale e Riformatore.-
La costituzione di questi gruppi comuni è il primo, concreto segno, di collaborazione
con il PRI e con il mondo dei riformatori, dal quale abbiamo avuto significative
adesioni e col quale è aperto un dialogo intenso.- Rilevo con piacere che al partito si
sono iscritti, oltre ai soliti fedelissimi, cui sono grato, altri che non hanno mai avuto
esperienze politiche o delusi dai partiti pret a porter della seconda Repubblica e, tra
essi, molti giovani.-
Questi ultimi, nel corso dei nostri lavori daranno vita agli organi direttivi della GLI e
saranno sicuramente la parte più viva di un partito che non può, e non vuole, vivere solo
di passato, ma che si sente vocato a scommettere, nonostante il pessimismo che emerge
dall’analisi che vi ho fatto, su un futuro più liberale per questo nostro Paese.-
Ringrazio il gruppo dirigente centrale, che, anche nei momenti più difficili, è rimasto
sempre solidale e compatto.-
Ringrazio in modo, se possibile, ancora più riconoscente tutti coloro che, in periferia
hanno fatto prevalere l’orgoglio di essere i rappresentanti del liberalismo autentico, non
cedendo alle lusinghe di partiti sedicenti liberali, che hanno cercato di attirarli nella loro
orbita, offrendo incarichi, ruoli e carriere politiche, che essi hanno sempre rifiutato.-
So bene cosa significa in un luogo, magari lontano, essere l’unico liberale, a volte
rispettato per la coerenza, ma spesso guardato con l’arrogante sufficienza di chi coltiva
la politica dell’avere, anziché quella dell’essere.-
Questa fedeltà e abnegazione ci consente di affermare che, anche se siamo un
piccolissimo movimento, siamo presenti in tutte, o quasi, le province italiane.-
Concludo questo mio mandato di segretario, convinto di essere stato spesso inadeguato,
e vi ringrazio per la tolleranza.- Posso solo affermare che mi sento, in coscienza,
convinto di avere fatto quanto umanamente potevo in un contesto difficilissimo, sorretto
dall’orgoglio di essere consapevole del privilegio di rappresentare la grande tradizione
del liberalismo italiano.-
La perdita di ogni solido riferimento culturale, la precarietà economica, la disgregazione
civile, la trasfigurazione della politica, hanno reso il cammino impervio e le previsioni
per il futuro immediato, realisticamente, non possono essere rosee.-
Se in noi, nonostante tutto, non prevale il pessimismo, è perché la lezione crociana ci ha
insegnato che, anche nelle condizioni peggiori, la libertà risorge sempre, come ha
dimostrato la storia.- Spetta a chi crede in questa intrinseca forza della società, il
compito di lavorare perché avvenga la riscossa, che innanzi tutto deve essere morale,
culturale e civile.- Se il Paese saprà compiere il necessario scatto di orgoglio, la politica
saprà scoperchiare la tomba nella quale è stata sepolta, riprendendo il suo primato, sul
terreno della credibilità, degli ideali e dei valori.- In questo futuro, non sappiamo quanto
prossimo, ma che certamente verrà, e che possiamo accelerare facendo ognuno la nostra
piccola parte, vi sarà anche, senza dubbio, uno spazio per le idee liberali, anche se oggi,
appaiono soccombenti.-

Pubblicato in : Primo pianoTag: gherardo guazzini

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