“Verrà la morte e avrà i tuoi occhi”
C. Pavese
Arriva senza essere stata invitata e nessuno le dice nulla. Entra dalla finestra, non si pulisce i piedi, non saluta, non aspetta che gli altri si siano seduti. Non aspetta. La guardiamo ingozzarsi sotto i nostri occhi pietrificati, indifferente. E ci chiediamo sempre perché non sia andata a cenare altrove, dove servivano cibi ormai freddi da tempo, in attesa solo di lasciare i piatti vuoti, da lavare e riutilizzare. Non serve a niente, ormai è lì. Poteva andarsene al ristorante, anche senza soldi, a lei tutto è concesso. Senza importunare nessuno. Invece si infila tra noi, mentre pensavamo che nulla potesse intromettersi tra l’ufficio e il corso di tango. Quando la consapevolezza che tutto ci sciocca a morte non poteva più sorprenderci. Vorremmo non saper indovinare, coprirci gli occhi e contare fino a dieci, per poi ritrovarci da soli, senza il rumore di chi mastica in sottofondo, continuamente, come chi va al cinema e sgranocchia noccioline tutto il tempo, ignorando le lamentele degli altri spettatori. Peccato, era un bel film.
Qualcuno le versa il vino, fa il ruffiano, illudendosi d’avere una delega; tenta di sedurre chi non ha mai dovuto pregare per un sì. Qualcun altro la ignora, gioca a fare il forte, il tipo che può controllare tutto; chiacchiera con gli amici, accende la musica, ma le bocche parlano mute, muovendosi come per far ginnastica, e delle note resta solo un ronzio di metallo. Sarebbe bello sbatterla fuori a calci, sfogando la rabbia sana dell’ingiustizia; ci si prova, siamo in tanti, tutti contro una. Ma una volta chiusa la porta dietro le sue spalle, torniamo in soggiorno e lei è di nuovo lì, seduta, impassibile. Educatamente, silenziosamente, mangia.
Ornella Tajani

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