Lessi una volta, in qualche luogo, i versi di un lirico greco: “se prima non hai misura della poca terra del tuo corpo come potrai avere misura delle cose che non hanno misura”. Assillo inquietante. Ma, seducente. Che presiede la modestia dei gesti. Che unifica le commozioni. Che motiva, finanche, l’armonia del patto sociale.
Divago.
Mi è ignoto se, morti, l’anima si disperda. Brada. Ammonendo la sua presenza. Integra o frazionata. Ricomponendosi, poi, per i suoi franti racconti.
Quale, la peregrinazione disordinata della espiazione? O. Quale, la traccia composta della destinazione?
Osservo. La emozione dei distacchi. La turbolenza delle sopraggiunte solitudini.
D’intorno ai piccoli o grandi mausolei, rifugi silenziosi della viltà di ciascuno. Dove, sembra si ammassi l’anima. Noi, raccolti a seguirne un percorso desiderato. Così da costringerla a consenso per appuntamenti che non spaventino. Di tenerezza o di ingordigia. Quando le unghie non scarniscono la terra.
Pensieri. Poi, letteratura. Poi, credenze. Poi, leggende . Dicono delle vicende dell’anima, che si trasporta verso Dio o verso gli dei. Benevolmente accolta, nella giovane morte. L’eroe, il sempiterno. Dal cuore divorato, anche. Perché la forza sia. Prosegua. Si accresca.
Pensieri. L’empietà è più potente della misericordia? Per il vigore del caos. Il rimbalzo senza fine, tra i confini del quadrato superiore.
Oh, si! Il lato del tempo chiude, in un quadrato perfetto, le dimensioni, note ed ordinarie, della vita.
Sui segmenti infiniti rimbalzano le particelle.
Sarà vero? O il lato si apre e l’anima -o particelle dell’anima- invade, si diffonde, sovrasta, l’infinito universo?
E’ la luce! Ma, la luce trasporta le nostre immagini verso gli abissi inesplorati del tempo infinitesimo ed espanso? E, sopravanza il flusso dell’anima? Dei suoi frammenti? O, da essa raggiunta, le vanifica il nostro inseguito ricordo?
Potrei assumere. Dire, che vi è una vita infinita -non superstite, eterna- nel rimbalzo. Ed una morte infinita. In quel ciclo cui partecipano le vibrazioni della carne. Irradiata. Dalla luce.
Mi è ignoto. Se il soldato lanci i suoi colpi. Se l’assassino devasti le sue vittime. Se il boia esalti la sua equità. Nella consapevolezza della fuga dell’anima. E del suo ritorno.
Mi accorgo: ho pensieri deragliati. Anche essi franti, come l’anima dispersa. Perché la nostra esistenza si ferma alla soglia delle compiacenze. O convenienze. Tra empietà e misericordie che non hanno il tempo del riconoscimento della poesia. O. Della presunzione della scienza.
Si uccide il tiranno quando già uccise le sue vittime. E debbo, voglio interrogarmi, se essi saranno l’insieme. Il miscuglio originario dell’odio o dell’armonia.
Se io sarò l’origine e il riflesso dell’odio. O. L’origine e il riflesso dell’armonia.
Di chi mi impossesso? Chi mi possiede? Quale luce impressionerà il mio volto. Le mie azioni. Le mie negazioni. I miei abbandoni. La mia violenza. La mia esigenza o speranza della morte infinita?
Invadente e angosciante la rivelazione, possibile, di essere altri. Nell’essere se stessi.
Non ho tempo, né modo –il tempo della sapienza è infinito come la morte- di avvertire il nodo del cappio. Come non ho avuto modo di percepire le grida dell’abbandono. Li inseguo, tutti, tra i chiaroscuri di una indecifrabile poesia. E conto le mie mani. Non ancora luce. Dei mondi. Del sorriso di una vita raccolta. Provenuta e prossima. Alla percorrenza della morte infinita.
Sono impuro. So. Tra gli uomini. Sarò nel quadrato perfetto. Oggi, non sono nel pensiero di Dio. Il mio sangue è il sangue delle vittime. Non dei carnefici.
Perché ho misurato –o, cerco solo di misurare- il peso della poca terra di cui sono fatto.
franchini

Non ritenevo che le mie divagazioni avessero lettrici e lettori. Attenti.
Scruto tra le parole. Apprendo. Sono grato.
franchini
Concordo con Ievoli e anche a me arrivi più o meno così.
Avida, leggo ogni volta i tuoi ‘viaggi’ che mi portano nell’Oltre. La pazienza ha lunghi, morbidi capelli da accarezzare. La pazienza attende, comprende, perdona, si sazia di silenzi, non chiede. La pazienza è umile.
Non aggredisci ma rifletti. Pacatamente. Eppure non sei esente dal tormento. Non definisci (e chi potrebbe farlo?) ma ti inoltri in ogni sentiero del possibile quanto dell’impossibile. E cerchi. E tenti. E ogni volta che ti leggo, avverto tanta forza e tanta paura assieme. Che però , strano, percepisco vivere in discreta armonia.Come se, fra questi due colossi, vi fosse una strana interdipendenza.
La tua carezzavole pazienza nell’indagare il molto difficilmente indagabile , mi richiama vecchi fermenti giovanili, quando il tormento dell’esistere esigeva a tutti i costi spiegazioni. Che la filosofia gli ha fornito in larga misura, senza però convincere fino in fondo ma fornendo solo uno strumento a volte logico, a volte lirico, per spiegare il senso delle cose terrene o di Ciò che trascende. C’è molto estetismo in questo, ma non risolve l’antico anelito alla Verità. Chissà perchè, ma abbiamo sempre bisogno di ragionare.
Leggendo il tuo ultimo scritto, giorni fa e a notte inoltrata, mi è arrivato non so da dove un suono: una nota. E un colore. Ecco, ora sto cercando di decifrare questo contatto ma non so se farlo con la chiave di lettura della materia cerebrale che il corpo mi mette a disposizione o piuttosto con quella dello spirito che soffia e sospinge l’anima, di cui però non dispongo.
Ho appena detto una cosa stupida: non potrò mai essere io a decidere.
Non so perchè, nel nostro eterno divenire,la costante sia sempre quella di essere così tremendamente confusi…..E forse anche stanchi.
Spero di leggerti presto.
Patrizia
Se Dio non esiste, siamo fregati…
Ogni tanto, dipende come sto con la testa , ti leggo così mi faccio un breve viaggio oltre l’umano. Mi piace misurare ciò che non ha misura…
Stam ho visto un uccelo impatanato nel fango con lo sguardo rivolto a Dio. Che chissà dov’è: potrebbe trovarsi nel posto più fondo e buio mentre gli umani “per convenienza o compiacenza” lo cercano in cielo. L’anima sta nelle mani di chiunque abbia il coraggio di smettere di essere boia o carnefice, di curare le ali spezzate di un uccello e di misurare ciò che non è misurabile. E farlo con l’arma più potente che Dio ci ha dato: la pazienza.