Esasperazioni confuse. Esagitazioni. Di un turpe, inconsulto, fraseggio che vive nella continuità della sua fragilità. Ma, ammassandosi assume le consistenze dirompenti, devastanti, di una possibile epopea destinata a santificarsi –occultando il suo niente- nelle memorie dei pretesti.
Aleggia. Se ne avvertono gli odori schiumosi. Incombe. Sulla soglia delle case. Terrifico. Da provocare disgusti. Vomiti esterrefatti.
Il non senso. Senza un segno, un suono, un sogno che consenta il ritorno all’esserci.
Disaccorta, avulsa, la preminenza del potere si discosta dalla percezione della emersione di ogni ribellismo, di ogni rivoluzionarismo. Al contrario, assorbe e coinvolge -e si coinvolge- lo sterilismo della contrapposizione. Slancia urla e vessilli. Carpisce alla piazza il grido e restituisce il singulto.
Cessa la potestà della politica, la maestà della politica.
Tirannie immaginifiche ed eroi senza pietà, feudi elargifici e martiri sacrificali mascherano le più inique delle concezioni del predominio: lo stupro delle dignità, delle presenze, delle creatività.
Contro tutto e contro tutti. Per essere. Al di là. Di tutto e di tutti.
Siamo stanchi. Delle voci striscianti, di moralismi. Delle consequenzialità, di perbenismi. Dei chicchierecci, di modernismi.
Siamo contemporanei. Stancamente strascinati da noi stessi. Impediti. Legacciati dal ribellismo e dal rivoluzionarismo. Di un fare senza scampo. Per una ideologia della morte non vissuta.
Il nostro essere, il nostro richiamare le percorrenze. si offende nella morsa dell’assenza.
Uno solo il rimedio. La ribellione. E, con la ribellione, la rivoluzione. Ribellione contro l’apatia, il sotterfugio, la inefficienza, la inconcludenza, la compiacenza. E, poi, la rivoluzione del metodo, della possibilità, della responsabilità, della consapevolezza, della determinazione, della verità.
Le ribellioni e le rivoluzioni hanno scandito i passi evolutivi dell’uomo sociale. Individuo solidale. Pensante dinamico. Creativo essenziale. Tra le fantasie dei miti. Tra le verità rivelate. Tra le speranze invocate.
Incitati, promossi dal ribellismo e dal rivoluzionarismo si apprestano tempi di confusione. Di invalidità etica. Di sterilismo problematico. Di soccombenza alla disparità tra le molteplicità dei diritti al gusto della vita.
Corre porre rimedio alla disfatta ed al disfacimento. E chiamare al protagonismo rivoluzionario la “classe dei lavoratori”, non più operaia, non più borghese, non già post-moderna; ovvero quella che io chiamo la “classe dei cittadini operosi”: i pensosi, gli applicati, gli incorruttibili, i dedicati, gli esclusi.
Per una comunità politica che proponga a se stessa e fondi e persegua il millenarismo socialista nel privilegio di ciascuno.
Umberto Franchini

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