C’è chi invoca la necessità di un novello “principe”, che oggi unifichi sotto il suo mantello le rissose tribù politiche, come tentò di fare Cesare Borgia coi rissosi staterelli italiani.
Chi. a tutti i costi, ha voluto introdurre in Italia una legge elettorale sul tipo della legge Acerbo del 1923, allora voluta da Mussolini, è “oggettivamente” un fascista, al di là di come si fa chiamare; e chi l’ha subìta per timore di perdere il seggio, immeritatamente regalatogli dal leader di turno, si è reso complice del furto di democrazia perpetrato da un parlamento costituzionalmente delegittimato. Alle elezioni del 1924 votò il 63,10%; e la soglia minima del 25%, allora prevista per godere del premio di maggioranza, corrispondeva al 15,77% del corpo elettorale. E per la verità, la lista mussoliniana prese da sola quasi i due terzi dei votanti, mentre la legge gli servì solo per indurre ad entrare nel suo listone tutti quelli che erano disposti ad imbarcarsi. Oggi la soglia del 40%, stabilita per conseguire il premio di maggioranza, rispetto ad un’affluenza prevedibile intorno al 50%, significa il 20% del corpo elettorale, e serve a Renzi per fare un’analoga imbarcata. Se non è zuppa è pan bagnato! Nel parlamento attuale il Pd ha 307 deputati, neppure tutti renziani, e si vede ciò che sta riuscendo a fare. Domani, avendoli nominati lui, avrà 340 deputati, tutti ai suoi ordini. Avremo anche noi il nostro Orban e/o Erdogan e/o Putin. Una prospettiva terrificante! E, a chi decanta le virtù salvifiche del maggioritario, vorrei ricordare che non si è mai vista tanta instabilità governativa quanta ce n’è stata nei venti anni della c. d. seconda repubblica. Nella prima repubblica cambiavano spesso i governi (48 governi in 46 anni, dal 1948 al 1994, ma soltanto 19 premier), e tuttavia le formule politiche sono state solo quattro (centro, centro-sinistra, solidarietà nazionale, pentapartito), e ciascuna aveva sostanzialmente lo stesso programma, anche se cambiavano premier e ministri. Quella era l’epoca in cui ciò che rilevava era solo l’idea che si aveva della società, e gli uomini contavano solo per promuovere, sino a che ci riuscivano, quell’idea di società. Nei venti anni della seconda repubblica abbiamo avuto un minore numero di governi, ma, in proporzione, neppure tanti di meno (13 in venti anni, con 7 premier), e però con ogni governo impegnato a disfare il programma del governo precedente. Quanto al trasformismo dei parlamentari, la seconda repubblica è quella che ha visto un’impressionante trasmigrazione da un partito all’altro; in questa legislatura credo che siano circa 250, e molti altri se ne preannunziano,. Alla faccia della stabilità; se questa lo è, dovremmo farne volentieri a meno, Ad onta di ciò, c’è chi invoca la necessità, nella situazione italiana, di un novello “principe”, che oggi unifichi sotto il suo mantello le rissose tribù politiche, come cinque secoli fa tentò di fare Cesare Borgia coi rissosi staterelli italiani. Per fortuna, dal tempo di Machiavelli è passato mezzo millennio, e la moderna dottrina liberale dello Stato e del potere non era allora neppure concepibile. Tutta la dottrina costituzionalista liberale insegna che le costituzioni e le leggi elettorali, non essendo fatte solo per l’oggi ma anche per il domani e il dopodomani, devono seguire due principi imprescindibili: 1) devono essere fatte sotto un velo di ignoranza (nel senso che non si dovrebbe sapere prima chi poi potrà profittarne); 2) devono essere fatte sotto il complesso del tiranno (che oggi magari non c’è, ma che domani potrebbe spuntare). Per quanto più direttamente ci riguarda, nell’attualità ed in Italia, c’è molto di più, perché quello che sta facendo Renzi somiglia molto ad un colpo di stato, nel momento in cui approfitta di una maggioranza conseguita con una legge incostituzionale, e la utilizza per stravolgere la Costituzione e per confezionare una legge elettorale sulla sua misura, tale da assicurargli una maggioranza ancora più forte alle prossime elezioni; ed il tutto, sotto minaccia di elezioni anticipate, che solo parlamentari timorosi di perdere il posto (non essendoselo conquistato sul campo, ma essendo stati nominati dal capo di turno) possono subire senza accettare la sfida delle elezioni e senza mandarlo a quel paese, come meriterebbe la sua prepotente ed irridente arroganza, resa manifesta sin dal primo discorso in Senato, quando parlò tenendo le mani in tasca, tanto per far capire quanto poco gli importasse del loro consenso, che aveva in animo di eliminare per il futuro. Questa accusa Renzi se la trascinerà dietro per anni, ed anche il prossimo parlamento nascerà con questa macchia d’origine, che sarà difficile cancellare. Ma il novello “principe”, sulla base del principio di effettività, se ne infischia, tanto ciò che gli basta è “vincere” e debellare gli avversari interni ed esterni. E, “après lui, le déluge”. La cosa che più mi addolora è che un certo numero di liberali se ne sia perdutamente innamorato, pensando che quello di Renzi possa essere un buon surrogato del partito liberale che non c’è; non mi riferisco ai tanti liberali sedicenti tali, che negli ultimi venti anni sono comparsi un po’ dappertutto, ma dei quali m’importa assai poco; parlo piuttosto di quelli che liberali, almeno in passato, lo sono realmente stati e che ora non riesco a riconoscere nella loro inedita posizione. A me, che “liberale e basta” lo sono da sempre, Renzi sembra piuttosto un populista muscolare, interessato soltanto alla conquista ed all’esercizio del potere, che vuole massimo ed incontrastato. Proprio in quanto tale, non solo non ha, ma neppure può avere, nulla di liberale, anche se può arrivare a proporre qualche riforma di stampo vagamente liberista in economia, nella speranza di riattivare una crescita economica che possa legittimare la scommessa che su di lui ha fatto tutto l’establishment economico italiano. Il guaio è che tanti liberali (desiderosi di stare sempre al calduccio, il più vicino possibile al potere, senza dover faticare per conquistarsi il loro spazio), lo stanno sponsorizzando, come ieri hanno fatto con Berlusconi, che ha sfruttato nella sua prima fase tante personalità liberali, salvo liberarsene appena accortosi che potevano rivelarsi scomode. Finito un mito, quello di Berlusconi, i liberali italiani se ne stanno creando un altro. Solo che questo è molto più pericoloso, perché oggi non esiste una vera opposizione, che invece prima c’era ed era fortissima.. E poi, è risaputo che Berlusconi preferiva essere amato (in tutti i sensi, sic!), mentre a me sembra che Renzi preferisca essere temuto e, al limite, anche odiato. La vedo dura per l’Italia di oggi e, soprattutto, per quella di domani!

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