Non appena districatomi e riconosciutolo esclamai: “sento dire che la Corte d’Appello ti aspetta”. Sorrise: “a me non lo ha detto nessuno. Ma credo anche di essere l’unico a volerci venire”.
Vasto cordoglio per la morte, a Firenze, di Tindari Baglione, Procuratore generale presso la Corte d’Appello di Firenze.
Aveva 72 anni.
Entrato in magistratura nel 1970 aveva iniziato la sua carriera come giudice al tribunale di Nuoro e quindi nel 1972 a Venezia presso il tribunale dei minorenni. È stato quindi Pubblico ministero a Firenze – la città dove era nato – dal 1986, prima presso la Procura poi presso la Procura generale. Nel 2000 fu nominato Procuratore capo a Pistoia e nel 2005 sostituto Procuratore generale presso la Corte di Cassazione a Roma.
In quegli anni fu uno dei pm del processo Imi-Sir, ma anche del giudizio su Bruno Contrada.
Il 7 maggio 2013 il Consiglio Superiore della Magistratura deliberò la sua nomina a Procuratore Generale a Firenze.
“Sono emozionato e preoccupato – disse il giorno dell’insediamento – ma ho anche tanta fiducia. Volevo finire la carriera nella mia città e ci sono riuscito: i miei genitori, se vivi, sarebbero felici di ciò”.
I funerali si svolgeranno martedì 30 giugno nella Basilica di San Lorenzo.
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Quando una persona cara scompare, i primi ricordi che ti vengono in mente, quasi sempre, sono quelli che meglio ti fanno capire ciò che perdi e l’idea che sempre conserverai di chi non c’è più. Credo che per questo, non appena saputo della morte di Tindari Baglione, mi sono venuti subito alla mente il ricordo se non del primo incontro, di quello da cui nacque la nostra amicizia. E immediatamente dopo, l’incontro ultimo. O almeno l’ultimo nel quale riuscimmo a scambiarci parole scherzose e amichevoli.
Il primo incontro, in uno studio della RAI di Firenze, della quale all’epoca ero direttore. Stavamo registrando o mandando in onda uno di quei programmi nei quali è prevista la presenza del pubblico. Il capo dei tecnici, Bruno Lagna, mi si avvicinò: “vieni, che ti devo presentare Tindari Baglione. Ci conosciamo perché siamo vicini in vacanza. E l’ho invitato”. In realtà ci conoscevamo, anche se non ci eravamo mai frequentati: stessa età, stessi studi (che lui aveva messo a frutto diventando un importante magistrato, ed io in soffitta, mettendomi a fare il giornalista). Parlammo amabilmente, a tratti, durante le pause della serata. E non potei fare a meno di pensare ad una cosa che rendeva bene, come scoprii in seguito, la cifra del personaggio. Avevo di fronte un importante magistrato che, oltretutto, mi conosceva. Avrebbe potuto alzare il telefono ed entrare con la fuffa di tutti gli onori concessi ai vip quando varcano una qualsiasi soglia della RAI. E, invece, questo uomo alto, imponente e gioviale, se ne stava in un angolo sotto l’ala protrettrice del capo dei tecnici. Tindari, infatti, non era tipo da alzare il telefono per se. E, oltretutto, penso ancora che a quel programma ci fosse venuto per la sua proverbiale gentilezza: per dire si a Bruno Lagna, il capo dei tecnici, suo vicino di vacanze che lo aveva invitato.
Stessa cordialità (con aggiunta di ironia) nell’ultimo incontro, avvenuto in una strada di Firenze poche settimane prima del suo insediamento come procuratore generale della Corte d’Appello di Firenze. Io, che sono sempre abbastanza distratto, mi ritrovai all’improvviso sommerso e ristretto tra le braccia di quest’uomo che mi sovrastava di varie spanne. Non appena districatomi e riconosciutolo esclamai: “sento dire che la Corte d’Appello ti aspetta”. Sorrise: “a me non lo ha detto nessuno. Ma credo anche di essere l’unico a volerci venire”. In realtà in molti avrebbero voluto, ma nessuno con i suoi titoli. E pochi, credo con la sua stessa umanità, modestia, gentilezza che sono i tratti che tutti coloro che lo hanno conosciuto ricordano in questo momento. Quanto al suo spessore professionale, parlano la sua carriera, le sue pubblicazioni, gli importantissimi processi affrontati che si ritrovano ormai citati come giurisprudenza. Dei quali, però, Tindari Baglione, sempre osservando uno strettissimo riserbo, mai ha fatto medagliette da appuntarsi al petto. (n.c.)

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