Non c’è solo la sentenza della Consulta: il “tesoretto” proprio non c’era. E solo nel 2030 saremo ai livelli del 2007.
Altro che “tesoretto” da spendere. Finita la favola bella dei 1,6 miliardi che “avanzavano” nel cassetto del Governo, ora bisogna fare i conti con i 5 miliardi da restituire sull’indebito prelievo pensionistico. Le notizie che vengono dai luoghi istituzionali più neutrali vietano davvero eventuali regalie elettorali. Poco prima della Consulta, anche l’Istat, fotografo implacabile della realtà, ci ha gelato con la disoccupazione che continua a crescere. Un brusco richiamo ai numeri, in attesa degli effetti del jobs act, cui anche noi vogliamo dar credito, ma che si è voluto contabilizzare ancor prima che la legge entrasse in vigore.
Non vogliamo essere pessimisti a tutti i costi, ma se la recessione è finita (grazie a Draghi), la ripresa non è ancora cominciata.
Il rischio più grosso è quello di farsi fuorviare dai tassi attorno allo zero, cioè del denaro gratis. Si tratta pur sempre di debiti, e se mai c’è da chiedere alla tecnocrazia ministeriale (la stessa, purtroppo, che ha fatto le acrobazie dei derivati, altri miliardi che stiamo rischiando) di profittare del momento per convertire a più lungo termine quei titoli sottoscritti a tassi molto, ma molto, elevati nei momenti dello spread impazzito. Perché il nostro debito complessivo continua a costare fino ad 80 miliardi l’anno. Non solo, insomma, non possiamo permetterci nuova spesa pubblica, ma dobbiamo cogliere la congiuntura straordinaria che stiamo vivendo (petrolio e dollaro bassi, liquidità facile garantita) per mettere a posto almeno le cose essenziali. Questa finestra di aria fresca potrebbe chiudersi senza aver fatto le pulizie di primavera, che altri stanno facendo alla grande. La Germania, che può contare – lei si – su un tesoretto di almeno 20/25 miliardi, sta meditando se destinarli a tagli delle tasse o a investimenti che non fa più da tempo. Ma la Germania ha oggi la disoccupazione al 7%, che noi avevamo nel 2007, mentre ora è al 13.
Il duo incaricato di portare avanti l’eterna spending revew ci manda a dire nel frattempo che ha trovato, forse, 6 miliardi da tagliare, ma, solo per rispettare gli impegni del DEF, ne mancano 2,5, essendo fissata a 8,5 la soglia per far tornare i conti, e non a caso Perotti e Gutgeld – successori a titolo gratuito dell’ormai emigrato Cottarelli (chissà perché le imprese importanti non vengono remunerate) – ne cercano almeno altri 4, perché con i tagli non si sa mai, la carta dice cose che poi la realtà nega. E non sempre i tagli sono saggi, pensiamo alla soppressione del Corpo Forestale, e comunque all’inizio spesso costano più di quello che fanno risparmiare col tempo.
Stando comunque alle cifre dell’aritmetica, i 6 di tagli sono appena poco più della tegola dei 5 miliardi Inps da far saltar fuori ex novo.
Non dimentichiamoci poi che il DEF ha preso la decisione “espansiva” di rosicchiare ancora qualcosa nel deficit preventivato: qualche decimale dentro il vincolo europeo, che però corrisponde – in quattro anni – a ben 32 miliardi in più di debito pubblico, e quello complessivo è già oggi a quota 2135 e dunque crescerà ancora, anziché rientrare – vedi obblighi del fiscal compact – sotto il 100% del Pil, che non basterebbe ancora pur arretrando di oltre 30 punti!
Insomma, in questo momento è vero che con inflazione non più negativa (sembra bizzarro doverne esserne lieti) e tassi svizzeri, non siamo più tecnicamente in recessione, ma per rientrare quanto meno ai livelli pre crisi, dovremo attendere il 2023 per riavere il Pil del 2007, e l’occupazione sarà quella di quell’anno solo nel 2030, quando i nostri trentenni saranno quarantacinquenni.
Può anche darsi che il debito allunghi la vita e che si riesca, tutti insieme, a rivedere la ripresa e con essa la normalità. Ma non illudiamoci che la mano di Draghi ci salvi fino a traguardi temporali così lontani.
La mano ce la dobbiamo dare da soli, e occorre molto coraggio politico per mettere insieme fattori che di per sé potrebbero persino essere contraddittori: investimenti e limiti alla tassazione, ripresa forte dei consumi e tagli di spesa. E poi si spaccano le vetrine perché c’è l’Expo…

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