Giorno dopo giorno, la finanza pubblica greca fa un passo verso l’ufficializzazione del disastro: lo Stato Ellenico dispone di risorse sufficienti a coprire le sue necessità ed impegni ancora per pochi giorni.
La complessa partita che Alexis Tsipras ha avviato nei confronti dell’ Eurozona (in sostanza, nei confronti della Germania di Frau Merkel), al di là del galateo diplomatico, mette in luce l’oggettiva debolezza del governo greco che, in nome del principio di continuità e del sempre ribadito senso dello stato di Syriza, si trova a dover rispondere di responsabilità non sue. E mette in luce il cinismo del comportamento di chi, non volendo far la parte del boia, prende tempo e tergiversa, nella speranza che il condannato designato muoia di morte propria, oppure si presenti spontaneamente al patibolo.
Giorno dopo giorno, la finanza pubblica greca fa un passo verso l’ufficializzazione del disastro: lo Stato Ellenico dispone di risorse sufficienti a coprire le sue necessità ed impegni ancora per pochi giorni (si parla di liquidità esaurita attorno al 9 Aprile); il deflusso di capitali all’estero viaggia al ritmo di 300 milioni al giorno, il che, da qui a breve, metterà in crisi il sistema bancario greco, nonostante l’aumento temporaneo del fondo ELA (messo a disposizione dalla BCE), cui le banche possono attingere per far fronte ad emergenze di liquidità.
Il nuovo governo greco si trova così a dover fronteggiare contemporaneamente avversari esterni ed interni. Sul fronte interno, non c’è nulla di immediato che possa esser fatto, a meno di bloccare i depositi bancari: e basta questo timore per rinvigorire, in una spirale viziosa, i prelievi dai depositi e la fuga di capitali all’estero. Una misura del genere, per quanto più che comprensibile, avrebbe il gravissimo difetto di chiuder la stalla dopo che il grosso dei buoi è già scappato, punendo chi, tutto sommato, sino ad oggi ha avuto fiducia, e “premiando” i più disinvolti: cioè colpendo prevalentemente piccoli e medi capitali e depositi, essendo i grossi, ad eminente carattere speculativo e finanziario, già da tempo volati via. E si tratterebbe di una mossa che avrebbe probabilmente effetti disastrosi sul consenso di Syriza presso i ceti medi ellenici.
Alexis Tsipras ha quindi fretta: sa bene di non avere carburante sufficiente ad una lunga navigazione, e sa altrettanto bene che i suoi interlocutori ne sono perfettamente coscienti e, come Schauble, continuano a ribadire questo concetto. Per contro, il tempo gioca a favore dei falchi dell’Eurozona, che vedono, ogni giorno che passa, indebolirsi la posizione greca e ridursi la sua forza contrattuale.
Se ne è vista una efficace rappresentazione nell’incontro tra la cancelliera Merkel ed il Primo Ministro greco. Dove, in sostanza, la prima ha evitato accuratamente di dire alcunchè di conclusivo in risposta al governo greco che aveva posto preventivamente sul tavolo due questioni: l’impossibilità di far fronte agli impegni immediati; e l’impossibilità, perduranti le attuali politiche, di risolvere la questione strutturale del debito e di far ripartire l’economia. Perché, se è vero che nel 2014 la bilancia commerciale greca è tornata, dopo anni di deficit, in sostanziale pareggio, ciò non si deve ad una ripresa dell’economia e della produzione, ma semplicemente alla riduzione delle importazioni che ha fatto seguito ad un drammatico calo dei consumi interni.
E Tsipras si è anche visto costretto a subire la risposta sulle indennità di guerra, paludata nella forma, ma brutale nella sostanza, che la Germania considera chiusa sul piano politico e finanziario la questione degli indennizzi tedeschi per i danni di guerra, per le devastazioni compiute, ed anche per i “costi di occupazione” indebitamente imposti tra il 1941 ed il 1944 dalla Germania nazista alla Grecia occupata.
A cercare, inutilmente, di temperare tutto questo, l’affermazione -ipocrita quanto i roghi della Santa Inquisizione, mortali per il corpo, ma benefici per l’anima- che la Germania desidera vedere una Grecia “economicamente forte”. Naturalmente, passando per le terapie che la prima ritiene necessarie per il bene del malato riottoso.
Così si procede, volutamente, al rallentatore, in attesa che l’ossigeno finisca con l’esaurirsi, e che la partita, privata in forza dell’emergenza di ogni possibile rivendicazione politica, possa venir ridimensionata al consueto copione di chi si reca in banca a pregare il direttore di concedergli un po’ di tempo ed un po’ di credito, per sentirsi rispondere “vedremo”, e contemporaneamente chiedere ulteriori e più pesanti garanzie. Con la conseguenza finale che non vi siano alternative all’una o all’altra tra due soluzioni:
-la rottura delle trattative ed il conseguente default greco ed uscita dall’euro.
-un’uscita dall’euro pilotata (ed eventualmente anche assistita finanziariamente dall’Eurozona).
-la resa sostanziale della Grecia allo status di protettorato finanziario e politico di un’Europa tedescocentrica.
E’ evidente che la parte forte, all’ipotesi di un divorzio litigioso e polemico nei confronti di una moglie che considera inaffidabile, preferirebbe la separazione consensuale, oppure la totale subordinazione; e che, solo all’una o all’altra di queste due condizioni sia disponibile ad investirci qualcosa.
Qui sta la debolezza oggettiva della posizione greca, costretta ad una trattativa condotta secondo l’ordine del giorno ed i tempi di chi sa che la controparte non ha alternative sostanziali.
E neanche l’eventuale uscita dall’euro, come sostengono alcuni, potrebbe risolvere la situazione greca, che ha bisogno urgente, oltre che di una soglia minima di protezione sociale (di stampo ben diverso dall’assistenzialismo clientelare dei governi precedenti), di forti investimenti in infrastrutture e nello sviluppo di attività produttive nel settore manifatturiero, del tutto marginali nel modello seguito negli ultimi 50 anni.
Non solo, ma il ritorno ad una moneta nazionale, per forza di cose debole, sarebbe probabilmente salutato con fiumi di champagne dall’establishment armatoriale e finanziario che domina l’economia greca, il quale vi vedrebbe il ritorno ai bei tempi passati, in cui i ricavi si contavano in dollari o sterline all’estero e sostanzialmente esentasse, e la dracma serviva a pagare retribuzioni e conti del ristorante.
Ci si deve a questo punto chiedere, al di là di ogni facile sentimentalismo sulla simpatia che possono ispirare i greci a tutti i democratici europei, se costringere la Grecia in un angolo sia o meno nell’interesse di un’Europa che non intenda ridursi ad essere, pur se in termini rinnovati rispetto a 80 anni fa, una sorta di lebensraum della Germania. Su questo punto, dobbiamo purtroppo registrare sia l’incapacità di visione strategica da parte dei governi francese, italiano, spagnolo, che le posizioni inconsistenti del PSE.
Gli uni e l’altro, non riescono infatti ad andar oltre le consuete giaculatorie dello sviluppo che debba temperare il rigore, e non puntano apertamente il dito sul fatto che sulla partita greca si giocano le future prospettive dell’Europa. Anche in conformità allo spirito che ispirò sia le menti degli artefici dell’avvio della costruzione europea, che i relativi trattati fondativi, questa non può ridursi al dominio di uno dei suoi membri, né può prescindere dall’idea di una Comunità di intenti, di culture, di lingue, che può solo esprimersi attraverso i metodi della democrazia e tendere al comune interesse. Che non necessariamente coincide con quello dei Paesi più forti.
Non possiamo quindi considerare come una risposta adeguata dal punto di vista di un’Italia che voglia esercitare una presenza attiva in Europa, il comportamento del governo italiano che, mentre il suo capo ha avuto la sfrontatezza di affermare di aver cambiato, in un semestre di presidenza italiana della Comunità di cui nessuno si è accorto, il vocabolario della politica europea (neanche Berlusconi era riuscito mai ad arrivare ad un simile stato di delirante autoesaltazione), si limita ad esprimere una generica e pelosa solidarietà nei confronti dei greci. Senza rendersi conto, appunto, che la partita greca è anche quella italiana.
Ma, per avere tale consapevolezza, occorrerebbero capacità culturali e politiche che vadano ben oltre le qualità del personaggio e la sua indubbia capacità di imbonitore che, a suon di tweets, persuade gli italiani a che le cosiddette riforme che da qui a breve “mezza Europa ci copierà” -e possiamo solo augurarci, per il bene d’Europa, che ciò non avvenga- siano la strada per un solido sviluppo.

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