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Il gorilla Tommy illegalmente in stato di arresto in una gabbia dello zoo

di Alberto Pasolini Zanelli | 30 Marzo 2015

È stata depositata di recente alla Corte Suprema dello Stato di New York una richiesta di “scarcerazione” in nome dei diritti umani del gorilla Tommy illegalmente in stato di arresto in una gabbia dello zoo.


Gli animali non smettono di inquietarci, quasi ne stessimo scoprendo soltanto ora l’esistenza. L’ultima scoperta riguarda le aragoste, alle loro curiose abitudini prealimentari, quel loro modo di annusare il fondo del mare alla ricerca del cibo, che nelle mani di studiosi pochissimo disinteressati ha condotto alla scoperta e allo sviluppo di una tecnologia militare, che permetta di scoprire mine ed esplosivi nascosti da una distanza di sicurezza, mandando avanti quei crostacei, appunto, ad aprire i reticolati. Qualche tempo fa avevano scoperto il delfino assassino, poi la piovra suicida. Il primo, prediletto dagli antichi poeti dell’Ellade e dai frequentatori dei luna park della Florida, pare si dedichi ogni tanto a “pulizie etniche” dei rivali o addirittura elimini i propri figli per restituire la sua compagna dagli ormoni immemori ai doveri di alcova. La seconda, disperando di uscire mai dal soffocante ergastolo di una vasca di acquario in California, si sarebbe servita di uno dei suoi otto tentacoli per stappare il tappo della vasca, far defluire tutta l’acqua e annegarsi all’asciutto. Prima ancora avevamo appreso di una cattiva orsa ladra di formaggi ai turisti di Yellowstone e dell’eroica gorilla di Chicago, che salvò la vita a un bambino di 3 anni precipitato dentro la sua gabbia.

Quanto basta e avanza per intorpidire coscienze e renderle sempre più vulnerabili al virus nobile dell’“animalismo”, uno spasmo che si diffonde dall’America nel pianeta e disturba gli animi sensibili. Ti dicono sempre più spesso che il tuo pasto ha causato a un essere vivente di soffrire la morte per te. Parole meno drammatiche ma vere. La tua cattiva coscienza (che diventa cattiva coscienza e dunque ti dimostra che sei buono: i cattivi non la possiedono) si nutre delle parole di convitati illustri all’eterno banchetto della vita. Gente come Kant, Bentham, Tomaso d’Aquino. Filosofi, non profeti: tranne il buddhismo, le religioni riguardano l’uomo e Dio, non gli animali che un tempo si era sicuri facessero parte della materia e che i Numi si facevano servire alla mensa dei “sacrifici”. Parlano ora gli allievi. Per Kant un professore di filosofia dell’Università del North Carolina, Tom Regan. Afferma che l’Imperativo Categorico è anche il rispetto di un valore assoluto che si chiama diritto alla vita e che vale per tutte le specie. Chi mangia una bistecca è intrinsecamente complice dell’uccisione di un bue. A trattenerci non deve essere la pietà, la preoccupazione “superficiale” per le sofferenze della vittima, ma il dovere, la ragione etica che non ammette eccezioni. Il portavoce di Bentham è più moderato, rassicurante, pare addirittura di manica più larga. Invece di fulminarci con un imperativo, ci coinvolge con una serie di pacati interrogativi: se gli animali sentano il dolore e se il piacere che venga alle nostre papille gustative nel masticarne le spoglie giustifichi la sua sofferenza. Due scuole filosofiche entrambe avvocate di clienti che non potranno ringraziarle per il loro interessamento, due portavoce di chi non ha voce, due scuole che hanno sempre più adepti. Almeno quattrocentomila i seguaci di Peter Singer, arrivato dall’Australia a produrre un suo Manifesto, che si intitola Liberazione Animale che è in gran parte una denuncia: un elenco delle crudeltà e degli abusi commessi nei secoli contro le altre specie, dalla corrida alla caccia, all’allevamento alimentare, alla vivisezione. Un suo adepto, Gary Francione, dirige la “Clinica legale per i diritti degli animali” alla Rutgers University, ammonisce che la pietà non basta ma bisogna riconoscere il valore della vita delle altre specie e dunque gli esperimenti scientifici non vanno umanizzati ma aboliti, “fino a che i frutti di un esperimento sui conigli non vadano a vantaggio dei conigli e non degli uomini”. Una certa Anne Newkirk nega addirittura che esista il diritto alla vita per l’uomo, che lei definisce “cancro del pianeta”. Sofismi contro cui la coscienza sente il bisogno di corazzarsi. Nessuno nega agli animali la capacità del dolore, che l’anima conosce prima del corpo, ma giorno verrà che il resto della Creazione riacquisterà tutti i suoi diritti. Sino a quando ci chiederemo non soltanto se gli animali possano “ragionare” ma semplicemente se possano soffrire.

E non ci si limita alle meditazioni intime: si comincia ad adire le vie legali. È stata depositata di recente alla Corte Suprema dello Stato di New York una richiesta di “scarcerazione” in nome dei diritti umani del gorilla Tommy illegalmente in stato di arresto in una gabbia dello zoo. La richiesta è che gli si aprano i cancelli e lo si metta “in libertà” in una specie di “santuario”. Fra i sostenitori della richiesta c’è Laurence H. Tribe, un “astro” della Facoltà Giuridica di Harvard. Egli specifica che Tommy “non è un oggetto legale che possa essere posseduto o di cui si possa rispondere: egli è una persona legale, autonoma, dotata dei diritti umani fondamentali, fra cui quello di non essere incarcerato”. Non è una richiesta bizzarra come può sembrare e non è neppure una “americanata” priva di precedenti. Una forma di diritti “umani” legali a una scimmia sono già contenuti in una legislazione approvata nel 2008 dal Parlamento spagnolo. L’ultima testimonianza è più alta, se si vuole più lontana ma finora insuperata quanto autorevolmente sintetica. “Il Paradiso – ha appena finito di dire Papa Francesco – è aperto a tutte le creature di Dio”.

Pubblicato in : Primo piano

Info Alberto Pasolini Zanelli

Alberto Pasolini Zanelli, giornalista e scrittore da anni residente a Washington.

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