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Offrire altri aiuti finanziari senza esigere riforme significherebbe buttare via i soldi

di Richard W. Rahn | 15 Dicembre 2014

Il presidente russo Vladimir Putin capisce molto bene qual è la situazione in Ucraina; dunque, può benissimo fermarsi, non cercare di catturare altri pezzi di territorio ucraino e attendere il collasso economico di Kiev.

L’Ucraina probabilmente andrà in bancarotta nei prossimi mesi. Lo scorso venerdì, è stato annunciato che il Paese ha meno di 10 miliardi di dollari in riserve di valuta straniera. Le mie fonti (che, nel corso degli ultimi due anni, sono risultate estremamente affidabili in merito alla situazione in Russia e Ucraina) mi riferiscono che la situazione è ancora peggiore rispetto ai dati ufficiali, in quanto l’Ucraina starebbe perdendo 3 miliardi di dollari di riserve di valuta estera al mese e, per giunta, questa emorragia si sta aggravando. Ancora peggio, alcune di queste riserve potrebbero essere “illiquide”, ossia potrebbero essere già state spese, o addirittura sottratte all’erario.

Il presidente russo Vladimir Putin capisce molto bene qual è la situazione in Ucraina; dunque, può benissimo fermarsi, non cercare di catturare altri pezzi di territorio ucraino e attendere il collasso economico di Kiev. L’inaspettato e notevole calo del prezzo del petrolio costituisce, per Putin, un ulteriore incentivo a non spendere altre risorse in tentativi di conquista militare.

Nello scorso aprile, il Fondo Monetario Internazionale ha concluso un accordo per un finanziamento di 17 miliardi di dollari per l’Ucraina. L’annuncio è stato accompagnato dalle consuete promesse di riforme interne, tra le quali la più importante riguarda la lotta alla corruzione. Nell’occasione Christine Lagarde, direttore operativo dell’FMI, ha dichiarato: “Mostrando una risolutezza senza precedenti, le autorità ucraine hanno elaborato un piano per garantire la stabilità macroeconomica e finanziaria e affrontare gli squilibri di vecchia data e le debolezze strutturali, in modo da creare una base sicura per una crescita decisa e sostenibile.” nell’annuncio si enumeravano le riforme necessarie, tra le quali spiccava una forte riduzione della corruzione. Praticamente nessuno degli impegni è stato mantenuto e molti osservatori credibili ritengono che la corruzione non sia diminuita. Davvero una “risolutezza senza precedenti”.

Dove sono andati a finire i soldi? La guerra a bassa intensità con la Russia viene spesso addotta a giustificazione, ma il punto è che l’Ucraina sta spendendo meno dell’un per cento del suo prodotto interno lordo nell’esercito. (Gli Stati Uniti ormai spendono il 3,5% del loro PIL nella difesa, mentre la Russia ora spende il 4,1% del suo PIL nel comparto militare.) Buona parte del bilancio ucraino è stato speso in schemi per accaparrarsi voti, o in semplici mazzette.

L’esercito ucraino, in questo momento, viene finanziato prevalentemente dagli sforzi dei civili, ad esempio attraverso l’invio di cibo e vestiti da parte di singoli cittadini o mediante l’acquisto di armi, anche pesanti, da parte di uomini d’affari. Per quanto strano possa sembrare nel mondo d’oggi, la difesa nazionale viene finanziata tramite contributi volontari. (L’esercito americano durante la Rivoluzione Americana, sotto la guida del generale George Washington, era anch’esso perlopiù dipendente dagli sforzi dei civili, compresi alcuni noti commercianti, dato che gli Stati non erano in regola coi pagamenti, e persino i fondi promessi sulla carta sarebbero stati largamente insoddisfacenti.)

Nella scorsa settimana, il parlamento ucraino ha nominato un nuovo governo filo-occidentale che comprende tre esperti nati all’estero, nel tentativo di allontanare il disastro finanziario. Il nuovo ministro delle Finanze è Natalie Jaresko, una persona generalmente ben vista, ex-diplomatica americana e già manager di un fondo di investimenti. Potrebbe, però, essere troppo tardi. In primavera, un gruppo di consulenti economici stranieri di ampia esperienza, tra i quali vi era Kakha Bendukidze, il principale architetto del miracolo economico georgiano, ha sviluppato un piano di crescita per l’Ucraina che però è stato in gran parte ignorato. All’Ucraina non mancano bravi economisti che sappiano cosa è necessario fare; la loro presenza, però, non basta a convincere i politici a riformare il Paese, soprattutto se questi ultimi credono che le riforme necessarie azioni avrebbero ricadute negative sui propri interessi economici di breve periodo. Da ex-consigliere economico per alti funzionari del governo russo e del governo ucraino, tra gli altri, durante il periodo di transizione a un’economia di mercato, vent’anni fa, posso capire bene che differenza c’è tra l’avere un piano d’azione per promuovere la crescita economica e il vederlo implementato.

Quando il governo ucraino finirà i soldi, come reagiranno gli Stati Uniti, gli altri governi occidentali e le istituzioni internazionali come l’FMI? Fornire ulteriori aiuti finanziari senza alcuna garanzia di riforme significherebbe gettare al vento i nostri soldi e non migliorerebbe la situazione. Non fare nulla e lasciare che l’Ucraina cada totalmente sotto il controllo, diretto o indiretto, di Putin incoraggerà quest’ultimo a continuare a spiluccare territori dai suoi vicini. Basandoci sulla loro recente condotta, sia l’amministrazione Obama, sia gli europei, sia l’FMI si limiteranno a mezze misure che continueranno a non avere effetti concreti.

Un quarto di secolo fa, l’Ucraina e il suo vicino, la Polonia, erano più o meno nella stessa situazione. Il popolo polacco e la sua classe dirigente hanno avuto la risolutezza e la saggezza di attuare le riforme economiche e politiche necessarie, risolvendo, ad esempio, il problema della corruzione. In Ucraina, invece, pochi, troppo pochi hanno dimostrato la medesima risolutezza, né hanno eletto leader capaci. Di conseguenza, la Polonia è un Paese libero con un reddito reale pro capite superiore di tre volte a quello ucraino. Finché gli ucraini non dimostreranno di avere la stessa audacia e la stessa lungimiranza dei polacchi, gli stranieri potranno fare ben poco per salvarli.

[box type=”info” align=”aligncenter” ]Questo articolo è stato originariamente pubblicato l’8 dicembre 2014 sul quotidiano Washington Times
Richard W. Rahn è senior fellow presso il Cato Institute ed è presidente dell’Institute for Global Economic Growth.[/box]

Pubblicato in : Primo piano

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