“O vello triangolo isoscele tu sei la divinità stessa a tre lati folta innumerevole come lei | Oh giardino dell’adorabile amore | Oh giardino sottomarino d’alghe di coralli e ricci di mare e desideri arborescenti | Sì foresta di desideri che in continuazione si accresce di abissi e più dell’empireo.”
Il 9 Novembre 1918 moriva all’ospedale italiano di Parigi, Wilhelm Albert Włodzimierz Apollinaris de Wąż-Kostrowicky, conosciuto al mondo come Guillame Apollinaire. Uno degli esponenti più eclettici di quel nuovo ed effervescente ribollire della cultura europea che, tra ‘800 e ‘900, aveva rivoluzionato non soltanto le arti, le mode e i costumi, ma anche rinnovato i rapporti tra i due sessi e tra di essi, la riscoperta che l’amore lirico non puo’ che essere legato indissolubilmente a quello ‘epico’. Proprio quell’anno le donne inglesi ebbero il dirito di voto. Era egli stesso un concentrato di contaminazione tra i popoli europei sempre più liberi dalle gabbie dei vecchi imperi in dissoluzione e dagli strascichi dell’oscurantismo.
Nacque a Roma da un ufficiale svizzero e da una nobildonna polacca, divenne poi cittadino francese.
E in quel fermento mescolatosi nel vortice di disfacimento del vecchio e del sorgere del nuovo, spuntavano in tutti i campi monumenti all’arte e alla gioia di vivere. Non solo la pittura, dove già l’impressionismo aveva lasciato il posto all’astrattismo e al dadaismo, ma ogni ramificazione della cultura e dell’opera umana, riceveva un potente e prolifico impulso ad osare e sperimentare.
Mentre nascevano l’aviazione, la psicanalisi e il cinema, esplodevano anche i movimenti culturali come la Bauhaus tedesca e il futurismo italiano, in ogni settore imperversava l’Art Noveau, Puccini e Caruso erano idoli mondiali e un po’ ovunque si ascoltava Jazz e si ballava il Tango.
Ma non è dalla vita di Apollinaire che questo scritto (compreso il titolo) prende spunto, bensi’ dalla sua morte avvenuta a 38 anni, un’età nella quale la pianta umana ha già tutto il suo carattere ma non ha ancora maturato tutti i suoi frutti.
E di piante di questo genere ne vennero falciate a milioni tra il 1918 e il 1922 grazie alla prima, se cosi’ si puo’ dire, grande peste globalizzata della nostra storia. Un banale (oggi) ceppo influenzale denominato ‘Spagnola’ che mietè oltre 50 milioni di vittime secondo le cifre calcolate all’epoca.
Già il nome tende a trarci in inganno visto che il focolaio non si accese in Spagna bensi’ negli Stati Uniti, a Fort Riley (Kansas) e venne in Europa marciando assieme ai soldati inviati a combattere e a risolvere la guerra a favore di una delle due coalizioni contrapposte. Le misure restrittive imposte dal regime di guerra imponevano alle nazioni belligeranti una ferrea censura, mentre invece furono proprio i giornali della neutrale Spagna a diffondere per primi le notizie relative all’epidemia, divenuta rapidamente una pandemia. I “cerusici” che diventavano all’istante untori. Miracoli o misteri delle dinamiche della propaganda.
Caso strano l’epidemia nasceva tra i militari, ovvero soggetti tra quelli più giovani e in salute e la sua diffusione mortale colpi’ particolarmente la popolazione più giovane, specialmente in zone dove già diffusi erano i sistemi di vaccinazione.
Le fonti ufficiali ne descrissero il rapido sviluppo grazie alle difficili condizioni di vita delle truppe impegnate al fronte, la trincea come vera levatrice del morbo. I dati pero’ sono alquanto contraddittori. La maggior parte dei decessi (sul miliardo ca. di persone colpite in tutto il mondo) avvennero inizialmente in Europa e tra di essi il rapporto ad es. tra l’esercito italiano e quello austro-ungarico fu di 1 a 3. Alla fine del 1918 si contarono 2.000.000 di effettivi tra le truppe germaniche, falciati non già dal mortaio, dalla mitraglia, o dai terribili gas anch’essi usati per la prima volta per scopi bellici, ma da un nemico semmai ancor più insidioso.
Il ritorno a casa dei reduci, fece il resto.
Fatto sta che gli esiti della guerra, fino ad allora a favore dell’impero asburgico, riuscito in qualche modo attraverso la “rivoluzione” russa ad avvantaggiarsi ulteriormente, grazie ai trattati di Brest-Litovsk (e alla contestuale chiusura di 1.500 km di fronte orientale) con l’arrivo del 1918 e l’intervento americano, prendono gli esiti definitivi.
“Per consolarci dell’influenza verdigera che imperversa sempre più, si vuole che fra le cagioni che determinano il mollamento tedesco ci sia il grippe, che avrebbe messo a letto 300 mila soldati, e i casi in Germania si conterebbero (pigliala per quel che vale) a 12 milioni“. Così scriveva Filippo Turati ad Anna Kulishoff, come compare sul libro del carteggio fra i due, e come riportato da Eugenia Tognotti in: La Spagnola in Italia, storia dell’influenza che fece temere la fine del mondo (1918-19). Nonsostante sia oramai chiaro come la Spagnola abbia giocato un ruolo non secondario nel condizionare l’andamento delle operazioni belliche, viene praticamente dimenticata nella sterminata letteratura sulla grande guerra, costituita quindi sempre più da opere di retorica e fondamentalmente non scevre dalla tendenza alla disinformazione. Scrive Eugenia Tognotti in : “La “congiura del silenzio” sulla terribile pandemia influenzale nota come “Spagnola” – che tra il 1918 e il 1919 contagiò un miliardo di uomini, uccidendone venti milioni (tra 50 e 100 milioni secondo altri autori, ndr) – non riguarda solo gli storici della Prima Guerra Mondiale. Ma non è stata rimossa della memoria collettiva…”
C’è dunque una qualche probabilità che si sia trattato in realtà del primo esempio su vasta scala di una guerra biologica? Male non sarebbe se i numerosi istituti di ricerca presenti in Europa (e qualche istituzione pubblica) incrociassero un po’ di dati e facessero delle verifiche, oggi assai più attendibili di ieri, grazie al progresso scientifico (e criminologico). Male non sarebbe ancora, se iniziassimo davvero anche noi contemporanei, a riaccendere le stelle della ragione e del dubbio, e senza preoccuparci di facili etichette ‘complottistiche’ che puntualmente spuntano dalle cattedre e dai pulpiti, incominciassimo a chiederci e a chiedere pubblicamente come sia stato mai possibile, che l’Europa più culturalmente effervescente, amante della vita, della libertà, dell’amore, delle arti, e di un radioso futuro, si sia potuta trasformare in pochi decenni nel teatro delle due più spaventose guerre di tutti i tempi, cosi’ come della contestuale instaurazione delle più sanguinarie dittature della storia. E questo è quello che sappiamo per certo.
Quello che dovremmo scoprire è se per caso la I Guerra Mondiale non sia stata anche il teatro del primo grande esperimento di utilizzo di micidiali armi batteriologiche ad insaputa del mondo intero. E d’altra parte meno di trent’anni dopo ad Hiroshima e Nagasaki, la stessa potenza in questione, non ebbe nessuna remora ad usare l’arma atomica su popolazioni inermi.
Quello che succede sulla Terra negli ultimi tempi, non sembra poi cosi’ tanto differente da un secolo fa.
P.S. Per onor di cronaca, la prima vittima della “Spagnola” fu il 12 Marzo del 1918 un collega, Albert Gitchell, cuoco nella base militare di Funston (Kansas).

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