Gramellini, cantore entusiasta (fino ad oggi) delle gesta di Matteo Renzi, comincia ad avere qualche dubbio sui risultati. E mette le mani avanti: in questo Paese sono i cittadini che non vogliono le riforme, anche se dicono il contrario.
E’ una scoperta imprevista e dirompente quella di Massimo Gramellini che, sulla Stampa, ogni giorno augura il “buongiorno” ai lettori, così come fanno certi maitre d’albergo con i clienti. “Se le riforme tolgono consenso – ha scritto – significa che in realtà i cittadini non le vogliono”. E poi, tanto per sollevare ancora di più l’umore dei suoi lettori: “Ciascun italiano, preso individualmente, è convinto che le riforme vadano fatte”. Però è altrettanto sinceramente convinto che a pagarne il prezzo debbano essere gli altri”.
L’antifona è abbastanza chiara. Gramellini, cantore entusiasta (fino ad oggi) delle gesta di Matteo Renzi, comincia ad avere qualche dubbio sui risultati. E mette le mani avanti: in questo Paese sono i cittadini che non vogliono le riforme, anche se dicono il contrario. Per cui, non prendetevela con Renzi. O, almeno, pazientate ancora.
A rafforzare l’esortazione, Gramellini ha citato quanto sostenuto il giorno precedente dal suo collega Luca Ricolfi. E cioè che ogni leader politico quando arriva al governo si trova di fronte ad un bivio: fare le riforme, passare forse alla storia e perdere sicuramente le elezioni; oppure limitarsi agli annunci, ai rinvii, agli accomodamenti e sopravvivere per un lasso di tempo che di solito, in Italia dura un ventennio.
A noi questo infausto destino dei grandi riformatori non sembra poi così inesorabile. E le difficoltà delle riforme non invalicabili, nemmeno in Italia. Da un lato non furono brevi le stagioni di Margareth Thatcher e Tony Blair in Gran Bretagna, di De Gaulle e Mitterand in Francia, di Adenauer e Kohl in Germania. Dall’altro lato, in Italia la riforma agraria di Antonio Segni, la riforma fiscale di Ezio Vanoni, il blocco della “scala mobile” di Bettino Craxi furono portati in porto nonostante opposizioni e polemiche al confronto con le quali quelle di oggi sembrano lievi minuetti.
Si può riformare senza per questo andare incontro a traumatiche fini di carriera. E si può riformare, se si possiede un disegno chiaro, vincendo resistenze corporative o di principio.
Certo, prima o poi, tutti i politici, a maggior ragione se animati da sinceri e validi principi, passano di moda. Mentre non sfioriscono mai i grandissimi paraculi alla Gramellini che da tempo immemorabile presidiano il mondo della politica e dell’informazione.

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