
E’ stata annunciata la cinquina finalista del Premio Roma per la saggistica. “Giovanni Spadolini: la questione ebraica e lo Stato d’Israele. Una lunga coerenza” ne fa parte. “ Vincere – sorride Valentino Baldacci, l’autore di questo libro – sarà un’altra cosa, perché i concorrenti sono molto agguerriti, da Luciano Canfora a Domenico De Masi, con editori come Rizzoli, Laterza, Adelphi. Ma sono già contento così, perché essere inseriti nella cinquina è comunque un successo, e lo sono tanto più per un libro che parla di Israele”. Proprio in Israele . “Giovanni Spadolini: la questione ebraica e lo Stato d’Israele. Una lunga coerenza” . era stato presentato da Baldacci il 27 marzo presso la Hevrat Yehudé Italia, l’associazione che riunisce gli Italkim – i cittadini israeliani di origine italiana, – che ha sede in una struttura che ospita anche il Tempio italiano e il Museo. Nell’occasione l’Ambasciatore d’Italia in Israele Francesco Maria Talò, aveva letto un indirizzo di saluto del Presidente Shimon Peres che ricordava l’impegno assiduo e coerente di Spadolini sullo spinoso tema. Ed è su questo che Pensalibero ha voluto stimolare Valentino Baldacci a qualche ulteriore riflessione:
Perché questo libro?
“Perché ritengo che la questione ebraica e in particolare la situazione dello Stato d’Israele costituiscano ancora oggi (come lo erano al tempo di Spadolini) un problema centrale dell’equilibrio mondiale, anche se in Italia tendiamo a sottovalutarlo. In occasione della guerra dei Sei giorni del 1967 si formarono, sotto l’impulso dell’URSS, alcuni giudizi su Israele, profondamente sbagliati, che sono stati diffusi e amplificati in Italia dal PCI e in seguito dai movimenti della sinistra radicale, fino ai nostri giorni. Dopo il libro su Spadolini pubblicherò ad autunno un altro lavoro dedicato proprio al formarsi di questi stereotipi antisionisti e antisraeliani”.
La lunga coerenza di Spadolini contro cosa andava a sbattere in Italia?
“In primo luogo, naturalmente, nel PCI, che su questo problema – come su altri legati alla politica internazionale– ha mantenuto fino alla sua scomparsa una posizione filosovietica, che si andava ad incrociare con inclinazioni terzomondiste, mutuate dai movimenti della sinistra radicale. Ma un altro avversario di Spadolini su questi temi era costituito dalla sinistra democristiana – e in particolare dal ministro degli Esteri Fanfani – che fu a lungo la sua bestia nera – che si muoveva a rimorchio sia della politica petrolifera dell’Eni che della diplomazia vaticana”.
In sostanza quale era la soluzione della questione palestinese che emergeva dalla posizione di Spadolini?
“Fino a che i vari gruppi palestinesi utilizzarono l’arma del terrorismo – specialmente quello aereo – Spadolini fu irremovibile. Sono rimaste famose le sue prese di posizione del 1982, quando, da Presidente del Consiglio, si rifiutò di ricevere Arafat – che era venuto a Roma ossequiato da tutte le autorità, dal Presidente della Repubblica al Papa – perché lo statuto dell’OLP prevedeva ancora la distruzione dello Stato d’Israele. E questo qualche settimana prima dell’orribile attentato alla Sinagoga di Roma, quando un commando terrorista palestinese uccise un bambino di due anni e ferì gravemente molte altre persone. E quella del 1985, quando prese posizione contro la liberazione di Abu Abbas, capo del commando che aveva dirottato la motonave “Achille Lauro” e barbaramente ucciso un vecchio ebreo paralitico.
Quando Arafat accettò la risoluzione 242 dell’ONU, la posizione di Spadolini si modificò, ritenendo che si dovesse risolvere il problema palestinese, in particolare quello dei profughi. A lungo credette, come molti altri, che la soluzione potesse essere quella di una federazione giordano-palestinese. Caduta questa ipotesi, seguì con favore il dialogo israelo-palestinese che nei primi anni ’90 sembrava avere buone prospettive, dopo i primi accordi di Oslo. Nel 1994 la morte lo colse prima che iniziassero le prime disillusioni”.


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