La differenza tra un tecnico e un politico l’abbiamo vista. Ora sarebbe bello vedere la differenza tra un politico e uno statista.

L’altro passaggio chiave è quello che riguarda ora il taglio della spesa. “Decido io” ha detto l’ex Sindaco, non un “commissario” alla revisione.
Il terzo premier scelto senza passare dalle urne, non è un tecnico come Monti o un competente come Letta. E’ un politico a tutto tondo, piaccia o non piaccia. Le sua slide sono piene di colori e immagini, non di grafici e tabelle. E, in sé, è giusto così. Il tecnico taglia, il politico taglia e progetta, e può darsi che alla fine, perché no, la spesa sia anche superiore. E’ un problema di qualità, non di quantità. Nel passato recente, proprio su questo, tanti hanno sbagliato,e hanno infatti pagato: dove è finito Tremonti, dove Monti, dove Letta? Siamo ora tutti li a vedere se sbaglia anche il ragazzo terribile di Firenze, ma come italiani speriamo che ce la faccia, perché non si vedono in giro alternative serie, al massimo gente che abbaia contro l’Europa per raccogliere risentimento, non progettualità.
L’avvio della sfida è di quelli tosti, perché Renzi prima ha deciso sulla riduzione delle entrate e poi è andato alla ricerca delle coperture. Il terreno è insidioso, ma quanto meno non è una palude.
Per venirne fuori illesi, guardiamo un po’ ai numeri.
Non facciamoci abbagliare dal totale della spesa (dati 2013), che è stata di 808 miliardi (757 quella corrente) e fuorviare da chi calcola che l’1% vale più di 8 miliardi. Togliamo quindi dal computo i due aggregati più importanti: pensioni (320 miliardi) e stipendi (164). Al netto di chiacchere su stipendi e pensioni d’oro, perché è solo un rigagnolo il canale che mette eventualmente in comunicazione il taglio dei livelli alti con la crescita di quelli bassi, si tratta di voci che se mai aumenteranno, perché i contratti si dovranno pur rinnovare e certe pensioni da fame sono inaccettabili (come diceva Olav Palme bisogna combattere la povertà, non la ricchezza).
In realtà, si può forse agire solo su quella parte di pagamenti pensionistici che non corrispondono a versamenti: è vera spesa pubblica derivante da scelte redistributive, perchè l’INPS paga i pensionati di oggi con i soldi versati dai lavoratori di oggi (tra i quali si segnala l’apporto determinante degli extracomunitari).
Dunque l’aggredibile vero non è di 808 miliardi ma di circa 300: 59 di “altre spese”, 129 di “acquisti”, 85 di costo del debito, 28 (una miseria) di investimenti. Ogni 1% corrisponde quindi a poco più di quei 3 miliardi di cui ha parlato Cottarelli per il 2014, anche se la cifra messa in programma è più di 10 volte superiore.
Ma Renzi non è un ragioniere, e deve pensare a tante altre cose: allo sviluppo, al rimborso dei debiti della PA e a dare un primo pensiero ai 50 miliardi/anno del fiscal compact prossimo venturo. A occhio, più spesa.
Muoversi in questo quadro è allora politica pura, e conteranno anche i fattori immateriali e psicologici, dalla fiducia alla reputazione internazionale. Ma far girare i consumi e l’occupazione è opera titanica, quasi come lo smantellamento della burocrazia: qui si può tagliare e soprattutto semplificare.
Per il debito non basta però lo spread che scende, perché anche se arrivasse, e ora non arriva, a 150, costerebbe nel 2017 altri 97 miliardi; bisogna decidersi a dismettere patrimonio pubblico. Per il deficit, occorrerà ottenere in Europa non solo l’utilizzo dello 0,4 per ora disponibile, ma superare il patto di stabilità interno che blocca i nostri comuni. Tutti fatti eminentemente politici.
E allora le sfide sono per una “svolta” vera, come scritto nelle slide. Ad esempio, il presidente di Confcommercio Sangalli, ha parlato sabato di più di 80 miliardi di sprechi del sistema regionale. Un bel tema politico, altro che il piccolo “segnale” (quando la smetteremo di mandare segnali?) dell’abolizione delle Province o della modifica del Senato.
La differenza tra un tecnico e un politico insomma l’abbiamo vista. Ora sarebbe bello vedere la differenza tra un politico e uno statista.

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