Quello che si sta cercando di affermare non è un bipartitismo di tipo anglosassone, dove sono presenti e forti quei meccanismi di autonomia e bilanciamento dei poteri che lo caratterizzano.

Si tratta delle seguenti: “o questo passaggio lo portiamo a casa, o salta l’Italia”; e: “questo accordo non può essere modificato in modo unilaterale”.
Il che conferma quanto, una settimana fa, era stato scritto nel testo che ha dato il via all’iniziativa “non rottamare la democrazia” (vedi: http://www.spazioliblab.it/?p=4142) . Cioè, che la questione viene vista da Renzi (e come tale imposta al suo stesso partito), essenzialmente come un contratto privato stipulato tra lui e Berlusconi; e che, come tale non è emendabile senza il consenso della controparte. Altrimenti, appunto, salta tutto. Governo compreso.
In altre parole, Renzi si presenta alla Direzione del suo partito come un Amministratore Delegato che, avendo stipulato un contratto, chiede al Consiglio di Amministrazione di ratificarlo: ovviamente, dato che il patto è già stato stipulato, senza modifiche, a meno che queste non ottengano l’assenso dell’altro contraente. Fin qui, si dirà, questioni interne al PD, che come tali, riguardano solo chi vi si riconosca.
Ma, nel momento in cui questa impostazione si trasferisce al Parlamento, la faccenda riguarda tutti gli italiani, e come tale va valutata. Nel merito, innanzi tutto, e nelle implicazioni politiche. Circa il merito della proposta, già è stato detto, e non vi ritorno. Circa le implicazioni politiche, le dichiarazioni di Renzi implicano una cosa sola: l’intesa-patto di mutuo soccorso con Berlusconi è, a prescindere da ogni altra considerazione, la bussola sulla quale il PD intende orientare la politica italiana dei prossimi anni. Non per governare insieme, come lo stesso Renzi ha dichiarato (“mai al governo con Berlusconi”); ma per costruire un bipolarismo blindato nel quale l’alternanza sia circoscritta al pendolo PD-Forza Italia, e nel quale ognuno dei due astri sia, più che il punto di riferimento, il padrone assoluto del proprio sistema solare.
A questo, appunto, servono le soglie di sbarramento diverse a seconda che si sia o meno in coalizione, le liste bloccate e comunque “corte”, ed il premio di maggioranza (cioè di minoranza). In particolare, il meccanismo delle soglie di sbarramento è tale da rendere inefficace ogni forza centrifuga che possa manifestarsi all’interno di uno dei due sistemi solari; e si è ben visto come Casini abbia prontamente capito che aria stia tirando.
Fatto ciò per quanto riguarda Montecitorio, occorreva pensare a Palazzo Madama. Qui, essendo improponibile l’eliminazione del riferimento regionale, diventano infinite in un Senato comunque elettivo, quale che sia il sistema elettorale adottato, le possibili variabili in gioco, che potrebbero portare alla crescita di qualche cespuglio su base regionale.
Si è pensato così alla soluzione più sbrigativa: quella di rendere il Senato non elettivo, e comunque, di ridurne il ruolo. E il pensare di affidarlo ai Sindaci, al di là delle qualità degli stessi, è un’altra brillante trovata che va nella direzione del bipartitismo forzato. In effetti, la stragrande maggioranza dei Sindaci d’Italia, per il modo col quale questi sono stati eletti, ed indipendentemente dalle appartenenze partitiche di ciascuno di essi, è già espressione dell’una o dell’altra di due coalizioni a loro volta controllate dall’uno o dall’altro dei due partiti maggiori.
Ora, è lecito -e doveroso- chiedersi se, anche prescindendo da ogni questione di principio circa la possibilità per una democrazia di sopravvivere al venir meno della funzione rappresentativa del Parlamento, questo tipo di bipartitismo sia o meno utile al Paese ed alla stabilità del sistema politico.
Non credo che sia così: quello che si sta cercando di affermare non è un bipartitismo di tipo anglosassone, dove sono presenti e forti quei meccanismi di autonomia e bilanciamento dei poteri che lo caratterizzano, sono presenti stampa e sistemi di informazione con radicate tradizioni di indipendenza, e nel quale l’occupazione da parte dei partiti del potere e dei mezzi di controllo della pubblica opinione, molto meno estesa e profonda che da noi, non produce, insieme al dilagare della corruzione, anche fenomeni di controllo delle opinioni.
Ingannando gli italiani con il mantra dei costi e della razionalizzazione della politica, si sta invece consolidando un sistema in base al quale due partiti politici si appropriano congiuntamente del diritto a governare, garantendosi reciprocamente il fatto che nessuno possa venire a disturbare, quale che esso sia, l’uno o l’altro dei due guidatori.
L’esperienza fatta in venti anni di bipartitismo della Seconda Repubblica non è stata edificante al riguardo: né sul piano dell’andamento dell’economia, né su quello dell’evoluzione della società, e tantomeno su quelli dell’etica pubblica e della credibilità delle Istituzioni. Alcuni hanno osservato che la pessima prova della Seconda Repubblica sia dipesa da un troppo debole tasso di bipolarismo, e dalla presenza paralizzante delle forze politiche minori (i famosi cespugli o nanetti): l’esperienza dice che non è stato così e che, pur disponendo in più di un’occasione di amplissime maggioranze, le inefficienze, i ritardi, le incapacità nell’affrontare i problemi, si sono manifestate all’interno e non all’esterno dei sue maggiori partiti.
Allora, non è infondato il sospetto che, contrariamente all’opinione corrente, i guasti ai quali abbiamo assistito e continuiamo ad assistere dipendano invece dalla natura propria a quelle due maggiori forze politiche che oggi cercano di appropriarsi della democrazia italiana. Partito-persona ed azienda l’uno, che col liberalismo, raramente letto, poco digerito e mai compreso, non ha mai avuto nulla a che fare, e che non è neanche stato capace di interpretare l’idea di un conservatorismo di stampo europeo. Partito-contenitore l’altro, nel quale, come in un supermercato, chiunque trova di tutto un po’. Incapaci entrambi di svolgere quelle funzioni di corpo sociale intermedio, aperto e partecipato, tra società ed Istituzioni che è essenziale nello svilupparsi di una democrazia in una società complessa. E che per sopravvivere nella generale crisi di credibilità che ha investito il sistema dei partiti, non trovano, insieme, di meglio che mascherare le loro incapacità imponendo agli italiani l’esclusiva dei loro vertici e di chi vi si adegui nella gestione della cosa pubblica; e, quanto agli altri, “che si arrangino!”, come ha elegantemente detto Renzi.
Sarebbe allora opportuno che tutti coloro che il conformismo generale vorrebbe veder scomparire dalla scena politica e dal dibattito pubblico (e non mi riferisco solo ai partiti minori, ma anche a quel tanto di mentalità critica che sussiste ancora nel PD e nel Paese in generale), non si facciano illusioni, come lo Judenrat del Ghetto di Varsavia, su cosa ci -e li- attende, e considerino l’ipotesi se non sia più opportuno parlar chiaro.
In questo senso, è stata avviata l’iniziativa “non rottamare la democrazia” (vedi su Facebook la relativa pagina, o su Spazio lib-lab i relativi articoli). Propongo di di parteciparvi, di svilupparla e diffonderla, e di sostenerla, anche con un “mi piace”.

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