La sinistra e le elezioni europee

Nello specifico, “chi di dovere” è autorizzato a rinviare sine die le nostre elezioni politiche (sempre, s’intende, “negli interessi del Paese”) e già che ci siamo, anche il congresso Pd. Ma non è in grado di spostare la data delle elezioni europee. Con il risultato di dare ulteriore rilievo e importanza a questo appuntamento: un appuntamento che già assolutamente decisivo per il futuro dell’Europa rischia di esserlo anche nel contesto della politica italiana.
A livello internazionale si confronteranno, questa volta su diversi candidati alla Presidenza della Commissione, grandi (popolari, socialisti) e piccole (liberali, verdi) famiglie politiche, tutte impeccabilmente europeiste, ma prive di progetti efficaci e riconoscibili intorno ai quali rilanciare la costruzione dell’Europa politica. Il tutto, in un contesto in una situazione di completo stallo e di crescente disagio: Stati che possono godere dei benefici della sovranità e Stati cui tale diritto è esplicitamente negato, grandi fasce della popolazione che non hanno più pieno accesso ai diritti democratici e sociali di cui godevano nell’ambito dello Stato nazionale senza poterli ancora recuperare a livello di strutture comunitarie. Tutto ciò determina una crescente processo di disaffezione, se non di esplicita ostilità verso l’Europa delle istituzioni e della ortodossia economico-finanziaria. E di riflesso, la crescita esponenziale dei consensi verso le formazioni, in prospettiva “diversamente europee”, qui e oggi dichiaratamente antieuropeiste. Formazioni, anche di diversissima matrice politica che, a partire dalle loro basi nell’Europa centro-orientale e balcanica, stanno oggi dilagando nell’Europa mediterranea e affermandosi, in modo sostanziale, in quella nordoccidentale (con la sola eccezione, almeno per ora, della Germania).
Allo stato è lecito prevedere che quest’area politica, nelle sue espressioni diversificate, sarà maggioranza relativa nel prossimo Parlamento europeo. Quanto basta per condannare le altre formazioni alla più completa paralisi politico-progettuale con il corrispettivo accentuarsi delle spinte disgregatrici.
Ora, si dà il caso che lo snodo fondamentale di questo confronto sia oggi il nostro Paese. Ricordiamoci che, nelle elezioni di febbraio i contestatori, insieme dei vincoli di Bruxelles e dei “mercati” e della subalternità dei nostri governanti rispetto ai medesimi, hanno largamente superato il 50% dei suffragi. Una percentuale che rischia di essere ancora più consistente alle prossime europee. Primo perché la consultazione europea è percepita dalla gente come un sondaggio di opinione con annesso diritto al “voto di pancia”. Secondo perché i già ricordati vincoli pesano in maniera ancora più insopportabile senza che il governo Letta abbia fatto o anche solo detto alcunché per contestarli o, meglio ancora, per modificarli a livello europeo. Terzo, e soprattutto, perché il Pd, a cui spetterebbe l’onere e l’onore di indicare una diversa prospettiva (vogliamo definirla come “europeismo di sinistra”?) è rimasto assolutamente afasico sulla questione.
Aderire o non aderire al partito del socialismo europeo? Presentarsi alle elezioni con una sola lista; oppure con due e magari con tre? Sono queste le questioni sul tappeto; esempio tipico di un politicismo del tutto autoreferenziale e perciò del tutto irrilevante. Sulla sostanza su ciò che i partiti impegnati a sostenere la candidatura di Schultz intendono fare o proporre insieme per costruire l’Europa cambiandola, nulla di nulla. O almeno nulla che possa coinvolgere e interessare la gente.
Pesano su questo silenzio le eredità del passato e i condizionamenti del presente. Un’adesione all’Europa cresciuta nel tempo come base ideologica sostitutiva della vecchia identificazione con l’Urss e perciò altrettanto acritica. L’aver adottato il richiamo alla ortodossia europea (con annesso spread e giudizio dei mercati) come arma polemica fondamentale nei confronti del Cavaliere e dei suoi governi e quindi la successiva difficoltà nel contestarla. La distorsione conformistica insita nella pedagogia politica delle larghe intese.
Ma pesa soprattutto una contraddizione di fondo che il Pd si è sempre rifiutato di affrontare. Contraddizione rappresentabile sinteticamente nella pretesa di conciliare un’adesione formale al movimento socialista in Europa con il rifiuto sostanziale di rappresentarne i principi e i valori nel nostro Paese. Insomma, socialisti, almeno di nome, al di là delle Alpi; democratici (e non necessariamente di sinistra) dalle Alpi in giù. Una somma il cui totale equivale a zero.

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