
Era la mattina del 20 settembre 1870, quando gli artiglieri del Regio Esercito Italiano
ricevettero dal capitano Giacomo Segre l’ordine di aprire il fuoco contro le mura della Città del Vaticano. A quell’ufficiale, piemontese ed ebreo, il generale Raffaele Cadorna aveva affidato il primo bombardamento, per evitare ad altri, di fede cattolica, la scomunica decretata dal Papa Pio IX . Così, attraverso la breccia di Porta Pia, le truppe italiane entravano a Roma; e, con l’unione della capitale all’Italia, giungeva ad un traguardo essenziale il percorso del nostro Risorgimento verso l’Unità nazionale.
L’artefice politico di questa nuova costruzione di indipendenza e di libertà,
Camillo Benso conte di Cavour, primo ministro del re costituzionale Vittorio Emanuele II di Savoia, aveva dichiarato, alla Camera dei Deputati, di volere una
“libera Chiesa in libero Stato”; e di non saper concepire, per un popolo colto, una sventura maggiore che quella di vedere riuniti in una sola mano il potere civile e il potere religioso. “ La storia ci dimostra – aveva detto – che ovunque questa riunione ebbe luogo, la civiltà sempre immediatamente cessò di progredire, anzi sempre indietreggiò; il più schifoso dispotismo si stabilì; e ciò sia che una casta sacerdotale usurpasse il potere temporale, sia che un califfo o un sultano unisse nelle sue mani il potere spirituale “.
Parole, oggi più che mai, di straordinaria attualità: per l’Italia e per il mondo.
L’anniversario è stato celebrato, la settimana scorsa, in varie città: da Torino a Lecce; da Chieri a Milano.
A Firenze, sul piazzale della Basilica di San Miniato al Monte, alle
Porte Sante, per iniziativa dell’Associazione Nazionale Artiglieri d’Italia, del Circolo Filatelico Fiorentino ( che ha curato un apposito annullo postale ) e del Comitato Fiorentino per il Risorgimento, sono stati resi onori al monumento sepolcrale del tenente Giulio Cesare Paoletti, il giovane artigliere fiorentino , decorato al valor militare, caduto durante la battaglia di Porta Pia. Particolarmente significativa
la partecipazione del priore dell’Abbazia, padre Bernardo Maria Gianni, che, rievocando il celebre discorso di Paolo VI del 20 settembre 1970 , ha commentato
con toccanti parole il “Date a Cesare ciò che è di Cesare, a Dio ciò che è di Dio”,
dall’evangelista Matteo, 22.21.
Ancora a Firenze, all’Obelisco ai Caduti in piazza dell’Unità Italiana, un’altra manifestazione ha riunito i rappresentanti delle associazioni promotrici: la radicale “Andrea Tamburi”; i Veterani e Reduci garibaldini; i circoli
Piero Gobetti, Fratellanza Artigiana, Fratelli Rosselli, Ernesto Rossi-Gaetano Salvemini; l’Unione Atei e Agnostici Razionalisti. A tutti ha portato un saluto ricco
di riferimenti storici, incentrati sul ruolo delle minoranze religiose, il pastore Pawel Gajewski, della Chiesa valdese.
La ricorrenza risorgimentale, dunque , la festa “naturale” dell’Italia laica e liberale,
è stata, ancora una volta, civilmente onorata.
Per l’anno prossimo verrà proposta alle scuole – in particolare per gli alunni
delle classi superiori – una specifica giornata di lezione e di studio.

Le parole pronunciate da Paolo VI all’Angelus in occasione del centenario della breccia di Porta Pia -che meritavano di essere ricordate- si conciliano bene con il presente di Papa Francesco dal quale, si spera, possano seguire fatti concreti.
Bisogna polemizzare, altra arma civile non è data, per il ruolo ambiguo della chiesa cattolica di ieri e di oggi. Nulla dimostra che il paese si è liberato dell’ingerenza politica della Chiesa Cattolica nei fati del paese. La libertà è disattesa, non abbiamo paura a dichiararlo perché non siamo, noi a essere intolleranti nel confermarlo.
Montesquieu insegnava che i poteri dovevano essere separati. Valeva ciò anche per quello religioso. La Francia aveva subito un bagno di sangue nello scontro tra riformisti e la chiesa romana. Con Enrico IV e il filosofo e politico, più tardi, si ristabilì l’equazione di tolleranza. Le parole di Cavour devono essere interpretate verso tutte le chiese e non solo quella cattolica. Come sappiamo, in Italia vittima della Controriforma e del dominio spagnolo, non risorgerà che nel XIX secolo dal buio sociale economico e culturale.