Donne forti e coraggiose quelle di “Via Castellana Bandiera”. Storie di guerra e di pace quelle che arrivano da Israele.
Partiamo con i film amati, con le piacevoli sorprese, con le scoperte.

Una storia di riscatto e ribellione, una sorta di sfida all’OK Corral fatta di sguardi e di incaponimenti. Non fischiano le pallottole ma risuonano i clackson. E’ teatro con il meglio del cinema quello che per 90 minuti scorre sullo schermo. E’ una Palermo particolare quella che vediamo. Il mare è lontano, un quartiere a ridosso della montagna che sembra proteggerlo ma isolarlo allo stesso tempo; tutto si svolge in quella via Castellana Bandiera in cui Emma Dante ha vissuto a lungo e c’è rabbia e amore nel suo film, come amore e rabbia prova Emma nei confronti della sua città. Vorrebbe liberarsi, tagliare il cordone ombelicale che la trattiene, nonostante tutto, ma certi legami non si cancellano mai. Due donne si fronteggiano ognuna chiusa nella sua macchina, ognuna con i suoi problemi, con certezze e dubbi. All’inizio siamo in una sorta di discarica, scopriremo poi che è un cimitero in parte abbandonato. Una vecchia donna pulisce la tomba della figlia, poi si sdraia sopra e resta così immobile sotto un sole implacabile, intuiamo quale sia lo stato d’animo di Samira, quale sia il suo più grande desiderio.
Il Monte Pellegrino domina questa Palermo sconosciuta e incombe con la sua asperità, testimone di amori, litigi, passioni e contrasti; la macchina da presa passa dalla polvere alla luce, al mare, alla partecipazione corale di un intero quartiere.
Le due donne chiuse nell’abitacolo delle rispettive macchine si fronteggiano ma si stimano allo stesso tempo, Samira ammira la testardaggine di Rosa, ma non per questo è disposta a cedere anche se in un momento di forte complicità, a distanza, le sorride e ammicca, forse riconoscendosi in lei. Gli uomini della famiglia, i vicini di Samira, discutono, cercano di convincere le due a cedere, le ore passano senza che, all’apparenza, niente succeda ma, grazie ad una sapiente scenografia la strada si allarga, sembra venir meno la causa che tutto ha bloccato ma quelle che si fronteggiano sono due donne forti, ognuna delle due fiera, testarda e persa nel suo dolore, caparbiamente convinte di non poter e non dover cedere.
Metafora non solo di una città (Palermo) testarda e “vittima” di un senso d’onore spesso confuso e frainteso e di un paese (l’Italia) sordo e cieco davanti alla catastrofe sempre più vicina.
Saranno gli uomini della famiglia Calafiore che faranno precipitare le cose verso un tragico finale (peraltro chiaramente delineato da Samira) con il loro coinvolgimento non richiesto, con le loro scommesse, con il loro pensare e credere di poter ancora “babbiari”
In una Palermo anomala ma non per questo meno reale si consuma la sfida sottolineata dal rifiuto di parlare , è una sfida di sguardi, è una tragedia sottolineata dal rifiuto di mangiare, bere, dormire, arrendersi, fino alla scena finale. Mentre la macchina di Rosa scivola sempre più veloce verso il precipizio, gli abitanti si riappropriano del quartiere, in una corsa, alle prime luci dell’alba, verso il baratro, corsa che ricorda la partecipazione dolorosa del coro greco nella tragedia imminente.
Superba l’interpretazione di Elena Cotta fatta di silenzi, monologi pensati e mai pronunciati, sguardi che fanno più male di tante parole, sguardi che sono le pallottole di questo western dove tutto si svolge sotto il sole implacabile e nel buio della notte che non porta riposo. Coppa Volpi meritatissima. Il film sarà nelle nostre sale dal 19 settembre.
Nei panni di Clara, la compagna di Rosa, Alba Rohrwacher diventata ormai un’icona del nostro cinema.
Un film con un’idea in più, una piacevole sorpresa, una ventata di nuovo e sappiamo quanto bisogno ha il cinema italiano di idee valide, di coraggio, di novità vincenti.

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