Fatti non foste a viver come bruti, ma per seguir virtute e canoscenza (Dante Alighieri)
Simone Weil in questo scritto, pubblicato nel 1950, ma la cui stesura risale a circa dieci anni prima, compie un’analisi della nascita e del significato del partito politico.

In questi frangenti, storici e personali insieme, lo sforzo da compiere, a mio avviso, è cercare di non rimanere sgomenti di fronte all’immensità dei problemi ma andare a cercare delle risposte che schiudano dei panorami nuovi. In questa direzione voglio proporre uno scritto di Simone Weil (1909-1943), che già dal titolo propone “fuoco e fiamme”: “Manifesto per la soppressione dei partiti politici“.
L’insufficienza della politica a porsi come guida e risoluzione dei problemi è ormai una evidenza lampante: l’insoddisfazione di ognuno di fronte alle proposte e ai comportamenti dei partiti politici, in particolare in Italia, ma di fatto quasi ovunque, è un sentimento largamente maggioritario.
Simone Weil in questo scritto, pubblicato nel 1950, ma la cui stesura risale a circa dieci anni prima, compie un’analisi della nascita e del significato del partito politico, che non solo è ancora attuale, ma fornisce spunti di riflessione assolutamente “metapolitici”, oltre la politica, che sono un potente stimolo ad un coraggio di pensiero oltre l’apparente insormontabile muro della democrazia concepita necessariamente come sistema dei partiti. La Weil si domanda se il partito in senso moderno, la cui nascita risale al 1789, in corrispondenza della Rivoluzione Francese, sia, e sia mai stato, uno strumento adatto a consentire ad un popolo di poter esprimere liberamente le sue esigenze e uno strumento di selezione di persone libere ed autonome al servizio della collettività.
La risposta, come è facile immaginare, è radicalmente negativa, e non soltanto per le dittature, dove il predominio del partito unico ha condotto alle aberrazioni ben note, ma anche per le cosiddette “democrazie”. Se criterio essenziale di una sana convivenza sociale è quello della verità, della giustizia, del bene pubblico, la Weil ci dimostra che “i partiti sono organismi costituiti in maniera tale da uccidere nelle anime il senso della verità e della giustizia”.
I pensieri della Weil non sono facili, proprio perché essa scava radicalmente, con una profondità a cui non si è più abituati, nell’essenza dei concetti. Il metodo di pensiero dell’autrice è prettamente filosofico: dai fatti e dai comportamenti storici essa trae le leggi generali che guidano il comportamento di un partito e di chi vi aderisce, giungendo alla conclusione che fine ultimo e necessario del partito politico è la propria sopravvivenza e il proprio prosperare. Chi aderisce a un partito, per rimanere nel partito, deve necessariamente sottomettere la propria intelligenza e soprattutto la propria autonomia di giudizio al fine ultimo appena detto. La conseguenza logica è che, per giungere al suo scopo, il partito deve usare di necessità tutti i mezzi: fomentare le passioni collettive e i lati più deteriori delle popolazioni per ottenere il consenso, usare la denigrazione sistematica dell’altro partito, allearsi e cercare l’appoggio di chiunque può guidare la cosiddetta “opinione pubblica” con i mezzi più svariati che vanno dalla pressione religiosa, a quella mediatica, a quella dei grandi gruppi economici finanche, con una contiguità che storicamente è variata di gradazione ma quasi sempre presente, alla grande criminalità organizzata. E’ quasi superfluo far notare come la necessità di alleanze di questo genere annulli o limiti fortemente l’autonomia del partito rispetto a queste forze sociali che, teoricamente, un partito dovrebbe regolare nel suo ruolo di elemento di governo o comunque presente nei Parlamenti.
Il partito si pone quindi come uno sbarramento tra i cittadini e le istituzioni, di fatto utilizzando le istituzioni come un ulteriore mezzo per prosperare dando vita alla degenerazione della democrazia che prende il nome di “partitocrazia“: “Quando in un Paese esistono i partiti, ne risulta prima o poi uno stato delle cose tale che diventa impossibile intervenire efficacemente negli affari pubblici senza entrare a far parte di un partito e stare al gioco. Chiunque (in buona fede) si interessi alla cosa pubblica desidera interessarsene efficacemente. Così, chiunque abbia un’inclinazione a interessarsi al bene pubblico o rinuncia a pensarci e si rivolge ad altro, o passa dal laminatoio dei partiti. In questo caso sarà preso da preoccupazioni che escludono quella per il bene pubblico.”
Da queste considerazioni la Weil ci fa capire come ci si debba liberare dalla ferrea e “pelosa” considerazione che i partiti, eredi della tradizione della Rivoluzione Francese, siano e debbano essere gli unici strumenti possibili per riempire le istituzioni sociali che comunque necessariamente debbono esistere. Proseguendo ancora nell’analisi, un’ulteriore e importante considerazione che viene fatta dall’autrice è quella che i partiti politici hanno contribuito, con la loro azione deteriore nel senso indicato sopra, a peggiorare l’intera vita mentale della nostra epoca educando alla faziosità e di conseguenza alla rinuncia dell’autonomia pensante.
Queste considerazioni introducono la parte costruttiva e propositiva dello scritto. La Weil, nonostante l’amarezza e la condanna che manifesta verso i partiti e chi vi aderisce, fondamentalmente ha fiducia nell’uomo. Ma, come tutti i grandi maestri del pensiero, ella propone un compito difficile in contrasto con il desiderio comune e quasi istintivo di cercare una verità confezionata, un pensiero comune, allineato, che risuoni nell’anima con facile immediatezza, senza sforzo.
Non ci sono parole più nitide delle stesse che usa l’autrice: “Non c’è che un’unica risposta. La verità è costituita dai pensieri che sorgono nello spirito di una creatura pensante, unicamente, totalmente, esclusivamente desiderosa della verità. La menzogna, l’errore – termini sinonimi – sono i pensieri di chi non desidera la verità, o di chi desidera la verità e, assieme ad essa, qualcos’altro. Per esempio, di chi desidera la verità e in più la conformità a un determinato pensiero prestabilito. Ma come desiderare la verità senza saperne nulla? E’ questo il mistero dei misteri. Le parole che esprimono una perfezione inconcepibile all’uomo – Dio, verità, giustizia – pronunciate interiormente con desiderio, senza essere unite ad alcun’altra concezione, hanno il potere di elevare l’anima e di inondarla di luce. E’ desiderando la verità a mente sgombra e senza tentare di indovinarne in anticipo il contenuto che si riceve la luce. A questo si riduce l’intero meccanismo dell’attenzione.
E’ impossibile esaminare i problemi spaventosamente complessi della vita pubblica prestando attenzione contemporaneamente da un lato a discernere la verità, la giustizia, il bene pubblico, dall’altro a conservare l’atteggiamento che si conviene a un membro di un certo raggruppamento. La facoltà d’attenzione umana non è capace di rispondere simultaneamente a queste due preoccupazioni. In effetti, chiunque si dedichi a una di esse abbandona l’altra.”
Necessità quindi di libertà interiore, di autonomia pensante assoluta: questo è il compito che la Weil, come altre grandi personalità del Novecento, come ad esempio Rudolf Steiner, il Mahatma Gandhi, Aleksandr Solgenitsin, Adriano Olivetti, propone al lettore delle sue opere. Infatti la Weil propone alternative che si richiamano ai club aperti, quelli che possono nascere intorno ad una rivista o a una “scuola” o a un “circolo” e che alla “lealtà di partito” sostituiscano la convergenza delle idee che, vissute nella luce indicata dalla filosofa, uniscono l’uomo e non lo contrappongono agli altri uomini.
Una obiezione che potrebbe essere fatta all’autrice è che questa sua critica corrosiva riguardava i partiti monolitici di massa di inizio novecento, mentre ora siamo in presenza di quelli che qualcuno ha definito partiti liquidi, in movimento. E’ facile però constatare come la liquidità del partito, venuta meno una forma di eticità che i partiti tradizionali conservavano, abbia acuito i fenomeni di degenerazione democratica della corruzione, della concussione e tutte le varie forme di malversazione su vasta scala ben note. All’adesione ad un’ideologia che, pur con le tragiche aberrazioni che conosciamo, richiedeva un comportamento conseguente, si è sostituita l’adesione ad un partito per motivazioni che, come anche la cronaca quotidiana ci mostra, attengono sempre più all’interesse personale. Al prender “partito”, operazione che come Simone Weil ci dimostra, si è sostituta all’ operazione del pensiero libero e autonomo, si è aggiunta, negli ultimi decenni, una ulteriore degenerazione morale e quindi dei comportamenti: la nostra epoca ha degli aspetti di difficoltà ancora superiori all’epoca in cui la Weil visse; anche lo stesso benessere materiale del dopoguerra e le conquiste sociali raggiunte sono ormai pesantemente in discussione.
Ma la Weil ci insegna, seguendo la sua dottrina e la sua vita così esemplare, che il bene materiale viene meno nel momento in cui viene meno il bene spirituale, ci insegna che l’uomo è un essere pensante e che questo è il suo compito: dimenticarcene significa perdere l’uno e l’altro. Anche Aleksandr Solgenitsin ci ammoniva in questi termini: ” Se un popolo cerca la libertà troverà la libertà e anche il pane, se cerca solo il pane perderà questo e anche la libertà”.
A mio avviso alla radice del pensiero di questo aureo libretto c’è una ricerca di metodo: con il suo cammino, che è una ricerca dell’anima e dello spirito attraverso il deserto della sua epoca, della nostra epoca, Simone Weil ci dimostra, in questa e in tutta la sua opera, che l’aspirazione religiosa è un carattere strutturale dell’essere umano, e coincide con la sua “aspirazione al bene”. Il suo insegnamento, dove l’esplorazione del reale si accompagna all’esplorazione dell’Io, ci conduce necessariamente alla necessità di una Religione vivente; fruttificando all’interno dell’essere umano questa Religione orienterà la vita etica, i rapporti sociali, i rapporti umani rendendoli nuovi e belli. Ma siamo lontanissimi dalle religioni ufficiali: la Weil ci stimola a un cristianesimo veramente “incarnato” che tende verso l’avvenire e che opera per attingere all’universalismo delle religioni. E’ questa la sostanza: la possibilità di questo cristianesimo va resa visibile in una forma da costruire con urgenza, e la costruzione esige un “lavoro” su tutti i piani dell’essere.
Niente di più lontano dal meschino e piccolo cabotaggio cui le cronache quotidiane ci costringono: ma, dando per scontato che la soppressione dei partiti politici non può e non deve avvenire con un atto di forza, essa per intanto deve avvenire dentro di noi, come un’opera di disinganno collettivo che orienterà il lavoro delle future generazioni.
Sono convinto che lo studio di libri come questo appena presentato non sia soltanto uno sterile esercizio intellettuale, ma un esercizio di pensiero che ci migliora individualmente e quindi ci rende anche membri più degni della nostra Comunità, più consapevoli dei meccanismi che regolano il mondo che ci circonda, meno impauriti di fronte alle difficoltà, più pronti a cogliere i segnali di cambiamento che certamente il futuro ci porterà e a fare quindi le scelte conseguenti.

Anche io sono un estimatore di questo scritto della Weil. Che è di sempiterna attualità. Condivido la convinzione dell’autore e in definitiva mi piace il suo articolo