Uomini e donne in carne ed ossa, protagonisti di una saga familiare innervata nella storia della Germania e del Vaticano, in “Le orecchie del Vaticano” (Mauro Pagliai Editore) di Bruno Bartoloni, vaticanista per 45 anni dell’Agence France Presse.

E tuttavia le pagine forse migliori del libro percorrono la vicenda degli avi, uomini e donne che “scoprirono” di essere ebrei il giorno in cui ebbero inizio le le persecuzioni, agiati borghesi fieri della cittadinanza tedesca come la commovente “oma” Reli, che compì 21 anni il 18 gennaio 1871 – giorno in cui nacque l’impero tedesco, premessa di un primato che avrebbe potuto essere della cultura e dello spirito (come auspicava Goethe) e che invece tentò di forgiarsi nella politica e nella guerra (M. Baigent e R. Leigh, “Operazione Valchiria”, Edizioni L’Età dell’Acquario). O come il nonno Fritz Warschauer, costretto a farsi marrano e ucciso perché “geneticamente” ebreo e di cui il Bartoloni rivendica la continuità morale: per un senso di sradicamento e di provvisorietà del tutto, non disgiunto da un concetto di cittadinanza e di dignità universale, che la sofferenza ha stampato come un marchio oltre il limite delle generazioni. La constatazione che “la Berlino della Repubblica di Weimar era diventata il centro culturale d’Europa”, metropoli tra le più attraenti del mondo, e che però “poco si sapeva del grande contributo dato dagli ebrei tedeschi allo sviluppo del paese non solo nel commercio e nell’industria, ma anche nelle scienze e nell’arte” impone su tutto – oltre la pietà – la considerazione della incolmabile perdita non solo umana ma anche civile e culturale, non solo individuale (di milioni di persone) ma collettiva che lo sterminio ha prodotto.
E’ bella l’intuizione dell’intreccio/parallelismo tra storie umane e la grande “storia” – per quanto lo sviluppo narrativo, specie all’inizio, sia un po’ faticoso da seguire. Il dubbio è se avrebbe giovato una certa attenzione alle relazioni intra-testuali o se ciò avrebbe sottratto agilità ad una prosa piacevolmente distesa che tanto si addice a pagine su cui incombono – qua e là – il segno della tragedia e della follia umana.

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