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Martin Lutero di Angela Pellicciari e La Rivoluzione della libertà di Georges Bernanos

di Redazione Pensalibero.it | 23 Dicembre 2012

Dietro la rivoluzione di Lutero più che un sincero spirito di purificazione si scorge un’inspiegabile insofferenza verso Roma. Finita la guerra e vinti i totalitarismi, l’Europa è ancora in pericolo, forse più di prima: il vero nemico non è stato sconfitto.Newsletter a cura di Mariavera Speciale.


copertinamartinluteroMartin Lutero

Angela Pellicciari

Nell’immaginario culturale del nostro Paese il nome di Lutero è associato al vento di novità che attraversò l’Europa all’inizio del Cinquecento e al rimpianto di non aver potuto conoscere da vicino questa stagione di rinnovamento per via di un cattolicesimo oscurantista e impermeabile al cambiamento, responsabile, secondo molti, di aver lasciato l’Italia in un torpore che la affligge ancora adesso.
Ma fu davvero così? Davvero la Riforma luterana offrì una spinta positiva allo sviluppo sociale ed economico mentre la cultura della Controriforma regalò all’Italia arretratezza, dipendenza e incapacità di iniziativa?
Angela Pellicciari rifiuta questa teoria e a partire dai testi indaga in profondità la figura del monaco tedesco e le ragioni del suo pensiero, per smascherarne limiti e contraddizioni. Dietro la rivoluzione di Lutero più che un sincero spirito di purificazione si scorge un’inspiegabile insofferenza verso Roma e mal celate ragioni politiche. Lutero parla unicamente ai principi tedeschi, dimenticando l’universalità del messaggio cristiano, e invita alla battaglia contro un nemico soprannaturale, il papato istituito da Satana. Il suo linguaggio carico d’odio ha la forza dirompente della propaganda. Demonizzazione dell’avversario, affermazioni apodittiche che non necessitano spiegazioni, Lutero dimostra di conoscere a fondo tutti gli artifici della retorica e persino il potere di suggestione dell’immagine: il disprezzo per Roma è fomentato anche attraverso l’immediatezza di caricature oscene e dissacranti, re alizzate a Wittemberg da Lucas Cranch il Vecchio, che ritraggono il pontefice come capra, asino, drago infernale o l’anticristo.
Dai Sette Sacramenti al libero arbitrio, passando per la devozione alla Madre di Dio e la salvezza universale, Lutero smonta uno dopo l’altro i capisaldi del cristianesimo generando confusione e aprendo la strada, secondo l’autrice, “alle contraddizioni della modernità che, sganciata la libertà dalla verità esige e pretende solo il dettato della coscienza individuale”. I suoi scritti reclamano libertà di interpretazione, libertà d’azione, ma quale libertà può esserci nella prospettiva di una terribile predestinazione? Spogliato del libero arbitrio, diviso tra un corpo e un’anima in perenne lotta tra loro, l’uomo nella visione di Lutero non è che un fantoccio nelle mani di un Dio capriccioso, che determina salvezza e dannazione in nome di un imperscrutabile disegno, e del demonio che con Lui si contende la sovranità sui comportamenti umani. Nessuna responsabilit&agra ve; quindi, nessun impegno possibile a lungo termine, ma anche nessuna speranza. Lutero imbroglia le carte e si perde in contraddizioni e paradossi, liquidando con facilità quanto nelle scritture contraddice le sue teorie e proponendo in cambio come assunti indiscutibili le sue personali interpretazioni.
Con questo brillante saggio Angela Pellicciari delinea le coordinate essenziali per capire la Riforma e il suo promotore, stimolando una riflessione intellettualmente onesta che non può non tener conto anche di considerazioni scomode.

DAL CAPITOLO “NIENTE GERARCHIE RELIGIOSE: UNA VISIONE DEMOCRATICA?”: “L’uomo non è responsabile delle proprie azioni, proprio come recita il titolo De servo arbitrio. Quindi non c’è per lui né ci può essere alcuna ricompensa o alcuna condanna. C’è semplicemente l’imperscrutabile volontà di Dio che dall’eternità destina qualcuno all’inferno, qualcun altro al paradiso. Doppia predestinazione: Dio non predestina tutti alla salvezza, come afferma la dottrina cattolica, Dio salva o condanna gli uomini senza che questi abbiano alcuna possibilità di sfuggire al proprio destino. […] Tutti uguali: il grido rivoluzionario che ha riempito di cadaveri le città e le campagne negli ultimi secoli, anche nel caso del monaco agostiniano ottiene il risultato opposto a quello auspicato. Tutti uguali? In Lutero la diseguaglianza fra gli uomini è così radicale da diventare metafisica: alcuni sono creati per la salvezza, altri per la dannazione. Così, mentre nella Chiesa cattolica l’autorità consegnata a Pietro non cancella affatto la reale uguaglianza di tutti gli uomini di fronte a Dio e fra di loro, la visione protestante, che nega l’autorità spirituale (il papa è Servus servorum Dei), finisce per teorizzare un abominio”.

copertinabernanosLa rivoluzione della libertà. La Francia contro i robot
Georges Bernanos

“Sono un uomo dell’antica Francia con la libertà nel sangue”. Così Georges Bernanos parla di sé nelle prime pagine del pamphlet La rivoluzione della libertà, scritto in Brasile nel dicembre del 1944. Sono anni intensi per lo scrittore, lontano dal suo Paese dal 1938, in “esilio” come lui stesso afferma con orgoglio, non semplicemente per ragioni geografiche, ma soprattutto perché spiritualmente distante dalla Francia a lui contemporanea.
Le parole con cui Bernanos cerca di risvegliare gli animi assopiti dei francesi di allora sembrano scritte per il nostro tempo: con cuore ardente e furibondo Bernanos inveisce contro una civiltà che ha messo un freno a ogni possibile evoluzione, perché è da tempo impegnata solamente a organizzarsi per durare un altro istante, per sopravvivere un giorno in più. Finita la guerra e vinti i totalitarismi, l’Europa è ancora in pericolo, forse più di prima: il vero nemico non è stato sconfitto. Come festeggiare la vittoria, di fronte allo spettacolo di un’Europa annientata nello spirito e abbandonata al disfacimento culturale e morale?
“Una civiltà non crolla come un edificio – scrive Bernanos – si vuota poco a poco della sua sostanza, fino a quando non resta altro che la scorza”. Con essa si estingue anche la specie d’uomo, il tipo di umanità che ha generato. I francesi di un tempo, orgogliosi difensori della loro libertà, sembrano scomparsi. Al loro posto si aggirano freneticamente per le strade automi privi di anima. L’uomo contemporaneo sembra aver abdicato, rinunciando alla sua libertà pur di non dover portare il peso insostenibile della responsabilità delle proprie scelte e delle proprie azioni. Per questo hanno trionfato i totalitarismi e la civiltà delle macchine, della perfetta efficienza, l’ha avuta vinta sull’uomo. Non solo, la modernità incoraggia l’annichilimento del pensiero, diffondendo l’idea che “tutto quello che noi dedichiamo alla vita interiore è perso per la com unità”.
Bernanos si diverte a scandalizzare il suo interlocutore constringendolo a un duro confronto con se stesso e svelando la banalità nascosta dietro parole come democrazia, libertà e – la più sacra di tutte – rivoluzione, quando vengono svuotate dalla loro sostanza.
Nel cuore della Guerra, fisicamente lontano dal disfacimento europeo ma lucidamente consapevole della deriva intrapresa dalla modernità, Bernanos osserva la storia con sguardo profetico, ma sempre con un profondo rabbioso incrollabile amore per l’uomo.
La sua analisi però non si limita alla percezione tragica della condizione umana, apre con fiducia una strada di salvezza possibile. C’è un elemento che riposa nelle stesse fondamenta della cultura europea capace per sua natura di trovare la forza per rigenerare il mondo con una vera e sempre nuova rivoluzione. È il cristianesimo.
Dimenticando Dio l’uomo ha perso di vista anche se stesso, il rispetto per la sua identità e il fondamento stesso della sua libertà. La civiltà degli automi è quella che produce uomini privi di coscienza e per questo perfettamente efficienti. Un’altra modernità è possibile, una modernità che sappia fare tesoro dello spirito cristiano e che incoraggi il rispetto per la persona, la fede nell’uomo, nella sua capacità di costruire e di rinnovare il mondo.

DAL CAPITOLO VIII: “Sì, so di essere quasi il solo a denunciare così violentemente questo crimine organizzato contro lo spirito. So che gli imbecilli di cui prendo così le difese non attendono altro che l’occasione di impiccarmi… o forse di sbranarmi… dove si fermerà la loro collera? Non importa! Ripeto che non sono le macchine fatte per uccidere che mi fanno paura. Fino a quando le macchine per uccidere ammazzeranno, bruceranno, sgozzeranno, inceneriranno, noi sapremo almeno che vi sono ancora degli uomini liberi, o almeno della gente che può essere sospettata di esserlo. La più spaventosa tra le macchine è la macchina per riempire i crani, per liquefare i cervelli. Sì, sì, ridete quanto volete della mia collera, miserabili preti senza cuore! Fino a quando avrete un pezzo di tribuna dal quale minacciare la dannazione dell’inferno per l’imbecille che non si leva il cappello al passaggio del curato, o che non dona l’elemosina, vi vanterete di tenere in mano le coscienze.
Ma la macchina per riempire i crani avrà già da molto tempo liquidato ogni giudizio, e senza giudizio non c’è nessuna coscienza! Le vostre minacce smuoveranno le trippe, non le anime”.

 

Pubblicato in : Invito alla lettura

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