
Merita menzionare, prima di addentrarci nell’analisi delle due serate, l’adozione da parte del Verdi, primo, o trai primi teatri italiani, di un defibrillatore, apparecchio quanto mai utile in luoghi pubblici dove si possono verificare situazioni di emergenza. «Contro l’1% dei casi che si risolvono positivamente con il solo massaggio cardiaco manuale – è stato detto dal medico che supervisionerà il personale della struttura – con il defibrillatore si hanno risultati positivi con oltre il 40% dei casi». Plauso quindi a questa ennesima dimostrazione di sensibilità e attenzione nei confronti del pubblico che va ben oltre la garanzia di spettacoli di qualità e a costi contenuti.
Due serate, dunque per una Turandot “firmata” Festival Pucciniano: le spettacolari scene di Ezio Frigerio sono apparse un po’ strette nel palcoscenico del teatro Verdi decisamente più piccolo rispetto a quello del Gran Teatro di Torre del Lago, ma non hanno perso il loro fascino e la suggestione necessaria ad accogliere questa splendida favola incompiuta, ultimo lavoro di Puccini. I costumi sono quelli più che apprezzati di Franca Squarciapino, la regia è di Maurizio Scaparro aiutato da Luca Ramacciotti. Qualcosa in più ci aspettavamo da Valerio Alfieri, vero “maestro” delle luci, che questa volta non ha saputo trovare i colori giusti per pennellare questa splendida opera, limitandosi ad una dignitosa illuminazione con poca “anima”.
Parlando della prima di venerdì, che ha visto il più che positivo debutto nel ruolo di Liù di Silvia Dalla Benetta, bisogna segnalare un Stefano Lacolla (Calaf) decisamente discontinuo che, pur riscuotendo applausi a più riprese, non ha decisamente convinto coloro che ne conoscono le potenzialità. Degno riscatto lo ha avuto però nella recita di domenica dove le sue doti vocali sono emerse decisamente meglio. In entrambe le serate ha generosamente regalato al pubblico il bis della romanza “Nessun dorma” e, ancora una volta, la domenica ha saputo dare il meglio di sé conquistando il tripudio.
Tripudio che non è mancato per Giovanna Casolla: a quasi 68 anni si è permessa di interpretare magistralmente il ruolo della “principessa di gelo”, ruolo che, nella sua carriera ha sostenuto centinaia di volte in tutto il mondo. Potente, dolcissima, struggente e altera, ha conquistato il pubblico con la sua straordinaria voce e con una recitazione superba. Nella recita della domenica, la pur brava Nila Masala, che ha dato con questo personaggio delle prove più che positive, non ha convinto del tutto anche se non le sono mancati applausi e significativi segni di apprezzamento.
Debutto positivo quello di Silvia Dalla Benetta nel ruolo della schiava Liù: ottima l’interpretazione, a dimostrazione che ha ben “metabolizzato” il personaggio cogliendone le numerose sfumature che ne costituiscono la sue essenza più profonda, talvolta un po’ meno la vocalità che, siamo certi, troverà la sua ottimizzazione man mano che la soprano continuerà a cantarla. In ogni caso, per lei una promozione senza “se” e senza “ma” che, ci auguriamo per lei, possa costituire un punto di partenza e non di arrivo per questa sua nuova “conquista” nel grande gineceo pucciniano.
Ottimo, decisamente ottimo, il basso Choi Seung Pil nel ruolo di Timur, il re tartaro spodestato padre di Calaf; voce e recitazione ne hanno fatto davvero un protagonista in entrambe le serate. Sicuramente migliori nella recita domenicale i tre dignitari di corte, il baritono Massimiliano Valleggi e i tenori Mauro Buffoli e Cristiano Olivieri rispettivamente nel ruolo di Ping, Gran Cancelliere, Pang, Gran Provveditore, e Pong, Gran Cuciniere, costretti dall’algida e impertinente Principessa a diventare “ministri del boia” anziché coloro che sovrintendono i momenti piacevoli della corte. Un meritato “bravo” va a Roberto Nencini, il mandarino chiamato a leggere le regole dell’assurdo “gioco” volute da Turandot per sfuggire al matrimonio; finalmente una voce “vera”, pulita e piacevole in questo ruolo dove, troppo spesso, si vedono (e si sentono) cose inqualificabili. Non poteva mancare il tenore Massimo La Guardia , ormai un’istituzione nel ruolo dell’imperatore Altoum, padre di Turandot.
Vera star di entrambe le serate, un eccellente Valerio Galli, giovane direttore d’orchestra versiliese: la sua direzione è stata davvero ottima, guidando con sapienza e passione (cuore e cervello hanno davvero camminato all’unisono regalandoci incredibili sensazioni) l’Orchestra del Festival Pucciniano fin nei più reconditi meandri della partitura ha saputo trovare i trovare suoni e i colori che vanno ben oltre la pur accurata lettura “tecnica” dello spartito. Un orchestra, quella del Pucciniano che, ancora una volta, dimostra di saper dare apprezzabilissimi risultati se guidata con mano giusta; del resto, il suo ruolo è sicuramente fondamentale nell’economia del Festival estivo dedicato al Maestro lucchese e la sua crescita non può che giovare alle rappresentazioni che si tengono davanti a quel lago che Puccini ha tanto amato.

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