I partiti non sono stati in grado di mettere in campo una classe politica all’altezza della sfida.
L’autunno dell’anno di grazia 2012 sarà ricordato negli annali della Repubblica come la stagione che ha squadernato davanti agli occhi della classe politica e dei cittadini la grande crisi delle Regioni. È forse la fine di una illusione. Chi, come chi scrive, ha creduto che l’attuazione dell’ordinamento regionale nella primavera del 1970 fosse una conquista di alto profilo, capace di avvicinare il potere ai cittadini, ha motivo di fare l’autocritica. Francesco Cossiga, con la consueta sincerità di chi sa dire la verità in modo estremo, affermò che la creazione delle regioni serviva a costituzionalizzare il PCI, trasformandolo in forza di governo. Noi socialisti, sia pure con toni meno enfatici, salutammo l’alba delle regioni come tassello importante per realizzare la Repubblica delle autonomie. Così la chiamava il Sindaco di Milano Aldo Aniasi. Appena eletto senatore, chiesi di far parte della commissione guidata da Guido Fanti, già eccellente presidente della regione Emilia-Romagna, chiamata a dar corpo ad un vasto trasferimento di funzioni dallo Stato alla Regioni. La riscrittura dell’ordito degli organi di legislazione e di governo della Repubblica fu condensata nel famoso DPR 616. La partenza fu tanto gridata quanto stentata e povera di risultati rispetto alle aspettative. Intanto, volendo tracciare un consuntivo, si può constatare che i partiti non sono stati in grado di mettere in campo una classe politica all’altezza della sfida. È quanto ho avuto modo di constatare nell’ormai lontano 1982 nella mia esperienza di Ministro per gli Affari Regionali. Già allora emergeva la sfasatura fra la quantità e la qualità delle funzioni delegate e la diffusa incapacità di dare ad esse soddisfacente attuazione. La situazione non è oggi migliore: anzi è ancor più insoddisfacente dopo la riforma del titolo V della Costituzione, che ha generato dannose sovrapposizioni di competenze, a sua volta fonte di paralizzante conflittualità fra Stato e Regioni, specialmente nel campo delicato della politica estera e del commercio estero. Negli anni alle nostre spalle le Regioni hanno gareggiato nella dispendiosa apertura di sedi diplomatiche non solo a Bruxelles, ma anche in giro per il mondo e perfino a Roma. Alle grandi Fiere internazionali l’Italia si presenta spesso con un ridicolo “spezzatino” regionale, anziché con un solo volto a sostegno del made in Italy. Eguale discorso vale per il turismo. La frammentazione ha impedito una appropriata promozione nazionale dell’offerta turistica: vero piombo nelle ali della straordinaria potenzialità del volano turistico per un Paese che forse ha nel mondo il primato del patrimonio artistico ed ambientale. La verità è che le Regioni hanno concentrato la loro azione istituzionale nel settore sanitario, con risultati tutt’altro che positivi. Non si ha notizia di progetti realizzati con particolare successo dalle Regioni in campo agricolo, turistico ed ambientale, e così pure imperniati sul ruolo propulsivo delle piccole e medie imprese. Un ulteriore esempio: le Regioni hanno rivendicato e ottenuto poteri di intervento nel campo della difesa dei cittadini-consumatori. Nessuno si è accorto che questa investitura sia stata adeguatamente messa in valore. Per contro, si è andata accentuando, al Nord, al Centro e al Sud, una prassi di finanza allegra, sfornita di appropriati controlli. Si intensificano anche forme ed esperimenti di neocentralismo regionale, in danno di comuni e province. La verità è che ai grandi progetti, imperniati sul buon uso del potere legislativo che la Costituzione ha attribuito alle Regioni, la quasi totalità delle Regioni ha preferito una grigia legislazione provvedimentale, finalizzata alla distribuzione a pioggia delle risorse in vista della captazione o al consolidamento del consenso. Becchime per il “mercato politico”, come lo chiamava Bobbio. Su questa consuetudine di “volare basso” si è innestato l’oggetto confusamente misterioso del federalismo, accettato come parola d’ordine da tutti. La favola è finita. Bisogna infine riconoscere che deve essere messa in discussione la scelta delle regioni a statuto speciale, con la sola eccezione del Trentino-Alto Adige, che è protetta da un trattato internazionale. Se questa esegesi della patologia regionale è, purtroppo, rispondente al vero, sarebbe sbagliato ritenere che la via obbligata per cambiare questo assetto indifendibile sia costituito dalla cancellazione delle regioni dalla nostra realtà istituzionale. Sarà però necessario attivare sul tema una discussione franca e approfondita, nell’ambito dell’opera di generale riordino istituzionale che dovrà caratterizzare la Terza Repubblica. Esistono studi e ricerche meritevoli di riflessione. Molti anni or sono il politologo illustre della Lega, Gianfranco Miglio, proponeva la scelta della semplificazione, incentrata sulla creazione di poche macro-regioni. È comunque tempo di aprire il cantiere, avendo anche presente che lo Stato Europeo di cui abbiamo bisogno, se vogliamo partecipare in modo non subalterno al nuovo mondo globale, non può essere l’Europa delle Regioni evocata dai dirigenti della Lega, ma l’Europa degli Stati storici, essi sì federati, del vecchio Continente. Al cospetto di questo mezzo disastro istituzionale, il bilancio dell’esperienza maturata e la progettazione della grande riforma dello Stato, anche alla luce della deludente performance delle Regioni, dovrebbe essere affidata ad una nuova Assemblea Costituente, eletta dai cittadini con metodo rigorosamente proporzionale.
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