
Il 7 ottobre, per me, non è stato soltanto una data. È stato l’inizio di una presa di coscienza.
Ricordo perfettamente le ore immediatamente successive alle prime notizie. I numeri erano ancora incerti, la dimensione del massacro non era ancora interamente visibile, eppure sui social c’era già chi esultava, chi esponeva simboli di Hamas, chi sventolava bandiere palestinesi non come espressione di solidarietà verso un popolo, ma come risposta celebrativa a ciò che stava accadendo in Israele.
Poi sono arrivate le immagini, i racconti, la misura dell’orrore. E quasi contemporaneamente è arrivata una parola che da allora mi provoca un disgusto difficile da descrivere: “contestualizzare”.
Contestualizzare!!!!
Di fronte a circa 1.200 persone uccise, a civili massacrati, a ostaggi trascinati a Gaza, qualcuno sentiva la necessità non di fermarsi davanti all’orrore, ma di spiegarci perché quell’orrore dovesse essere inserito immediatamente dentro una cornice capace di attenuarne l’unicità morale.
Nei mesi successivi abbiamo visto bandiere israeliane bruciate, simboli ebraici trasformati in bersagli, persone intimidite, ebrei costretti nuovamente a domandarsi se fosse prudente rendere visibile la propria identità; e contemporaneamente abbiamo ascoltato interminabili lezioni sull’inesistenza o sull’esagerazione dell’antisemitismo contemporaneo. Persino una semplice dichiarazione pubblica di solidarietà con Israele è diventata, per molti, qualcosa da ponderare, circoscrivere, accompagnare da mille premesse e altrettante scuse.
Per decenni abbiamo organizzato viaggi ad Auschwitz, letto il Diario di Anna Frank, celebrato Giornate della Memoria, pronunciato “mai più”.
Ma la memoria, se funziona soltanto quando gli ebrei sono morti, è una memoria che non serve.
È facile commuoversi davanti agli ebrei del 1944: non chiedono nulla, non disturbano nessuno, non hanno un esercito, non hanno uno Stato, non possono difendersi. Molto più difficile è accettare gli ebrei vivi, gli ebrei del presente, e soprattutto uno Stato ebraico che rivendica il diritto e il dovere di proteggere i propri cittadini.
Per questo il 7 ottobre ha modificato profondamente anche il mio rapporto con Israele.
Israele può e deve essere discusso, criticato, giudicato nelle decisioni dei suoi governi come qualsiasi altro Stato.
Ma la sua esistenza e la sicurezza dei suoi cittadini, per me, non sono materia di negoziazione. Dopo il 7 ottobre ho compreso ancora più nettamente che Israele deve poter essere difeso con tutta la determinazione necessaria alla propria sopravvivenza.
Per un ebreo il sionismo può certamente essere discusso nelle sue diverse forme storiche e politiche; ma il bisogno che ne costituisce il nucleo che gli ebrei dispongano di un luogo nel quale la loro sicurezza non dipenda dalla benevolenza altrui.
Il 7 ottobre mi ha insegnato soprattutto questo: fra la memoria degli ebrei morti e la solidarietà con gli ebrei vivi esiste una distanza molto più grande di quanto avessi voluto credere.
Ed è una distanza che non riesco più a non vedere.
David Pacifici

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