Chi pensa al beat come ad un semplice genere musicale si sbaglia. Il beat, dall’inglese to beat-battere, non è riducibile solo all’ambito musicale, ma è stato un ciclone che ha travolto l’Europa, ivi incluso il nostro Paese, a livello sociale. E’ più corretto definirlo un fenomeno di massa, un modo di essere, uno stile di vita che oggi non esiste più ma che ancora molti portano nel cuore.
Beat per battere un ritmo; beat per bussare alla porta di un mondo ancora sulle scie di un dopoguerra che ha seminato paure e insicurezze e che sembra non voler essere dimenticato, soprattutto dai più anziani; beat è un invito delle nuove generazioni di allora a guardare alla vita con occhi diversi; beat per creare nuovi giovani, ribelli, pieni di voglia di vivere.
La musica beat nasce dal rock and roll e gode delle influenze dello swing, del blues, dello skiffle e del doo-wop. Le sue origini sono inglesi ma come un’epidemia presto dilaga e travolge il nostro Paese, creando più o meno volontariamente un indotto che coinvolge l’editoria, con riviste specifiche per giovani quali Ciao Amici, Giovani e Big, la moda, i parrucchieri, che hanno dovuto adattarsi allo stile “cappellone”, i locali, che si convertono al genere beat come il Piper a Roma, e i concorsi musicali.
In questo turbine di novità nascono tanti gruppi musicali: tutti giovani, la stragrande maggioranza minorenni, desiderosi di suonare un genere nuovo: chi in cantina, chi in qualche festicciola, i più fortunati in qualche locale. Uno strumento, un microfono, e via, alla ricerca del successo.
Ed è così che è capitato anche a Giorgio Fazzini, mio papà un giovane elettricista con tanta passione per la musica, autodidatta. Quella domenica pomeriggio nei primissini anni Sessanta suonava a una Festa dell’Unità con il suo gruppo quando un amico, un cantante alle prime armi come lui, gli chiede di unirsi al suo complesso perché hanno bisogno di un bassista. Questa band è costituita da René, Massimo Boldi, Fabio Boldi e un pianista: si chiamano i Gentleman e provano ogni domenica. Come spesso avviene, però, i Gentleman nel giro di qualche mese si dividono perché i due fratelli Boldi vogliono fare qualcosa di diverso. Giorgio e René, rimasti senza batterista e chitarrista, decidono comunque di continuare e cercano un nuovo chitarrista, Franco Jadanza, e un batterista, Ricky Ribaioli. Tramite conoscenze vengono a sapere che in un oratorio di Milano c’è un bel biondino che pare sappia cantare molto bene e che è persino stato in Inghilterra e parla inglese (una rarità in quei tempi): questo giovane, è Maurizio Arceri, diventato a seguire il sogno proibito di centinaia di ragazzine. A questo punto il nome Gentlemen inizia a stare stretto: un nome così raffinato e serioso per un’orchestra da night? Ma l’ispirazione non tarda ad arrivare: Giorgio e Maurizio in un bar sentono parlare di dadaismo. Mah…chissà cosa sarà questa cosa. Vanno a casa e sfogliano le enciclopedie: dadaismo diventa dadaisti, a dadaisti ci attacca l’aggettivo nuovi che però non va bene perché è troppo italiano, meglio l’inglesismo new; ma anche dadaisti è troppo lungo, meglio dada, che quasi quasi ricorda la lallazione dei bimbi piccoli. “Sì, ci siamo, New Dada!” Questo nome particolare piace anche agli altri componenti del gruppo, che lo accolgono con entusiasmo. Poi, a una festa studentesca, i giovani New Dada incontrano Ferry, anche lui tastierista per un altro gruppo, che a sua volta presenta un batterista di nome Pupo (per i più curiosi: il nome Pupo viene dato a Franco Longo in onore del suo insegnante di batteria, Pupo de Luca, e data la statura del più piccolo della band gli calzava davvero a pennello!). A questo punto la formazione dei New Dada è completa: Giorgio, René, Franco, Ferry, Pupo e Maurizio.
Un bel giorno, Pupo va dal parrucchiere, il quale gli dice che tra i suoi clienti c’è un importante impresario, che ha a che fare con i cantanti più importanti del periodo. Questo signore è Leo Wächter, il manager che porterà a breve i Beatles in Italia. Una sera, questi si reca al Gallery Club in incognito e li ascolta: sì, sono loro il gruppo giusto per accompagnare i Beatles in tournée in Italia. Tutti autorizzati dai loro genitori perché minorenni, si ritrovano in un batter d’occhio catapultati nello show business: parrucchieri, sarti, un disco, con la consapevolezza che vi era un 50% di possibilità che le cose andassero male: oggi alle stelle, e domani alle stalle (se la mia povera nonna fosse in vita e potesse parlare “quante ne direbbe a ‘sto Leo Wächter!”). Forse però credere nei sogni e investirci tempo e speranze è servito, perché sono ben pochi quelli che oggi possono vantare nel proprio curriculum una tournée con i Beatles. Poteva finire subito, poteva durare anni, ma ci hanno provato ed è stato un successo.
Oggi i New Dada sono Signori di settantanni, anno più anno meno. Tre di loro sono volati in cielo, un altro ha intrapreso un cammino diverso, Pupo è un imprenditore di successo e mio papà, Giorgio, ha proseguito il suo percorso nella musica (e ne ha consumate di corde del basso!!!). Lo scorso mese di giugno, in occasione del 50° della ricorrenza dei Beatles in Italia, i New Dada si sono riuniti grazie all’acquisizione di nuovi elementi per celebrare una fetta importante del loro passato, e da questo ritrovarsi è nato un nuovo disco, denso di pezzi nuovi e vecchi rivestiti di un nuovo look. La loro esperienza musicale li ha portati a capire sin da subito che riproporsi dopo tanti anni con le sonorità di allora sarebbe stato ridicolo: come andare oggi in giro per Milano con i pantaloni a zampa d’elefante e i capelli a mo’di casco di banane. Gli anni sono passati per tutti, anche per loro, ed era giusto ripresentarsi sia come look che come sound in una veste adeguata ai nostri tempi. La professionalità rimane professionalità e il rispetto per la propria immagine deve essere un must: il ridicolo meglio lasciarlo sullo zerbino di casa. I New Dada oggi suonano per hobby e partecipano ad eventi musicali di commemorazione di un’epoca che ha dato molto, come quella che ha avuto luogo ieri sera a Milano, che ha richiamato non solo fan, ma anche giornalisti di varie testate e della Tv. Un pubblico pagante dall’età compresa tra i trenta e i settant’anni, che ha cantato a squarcia gola canzoni che hanno segnato la propria epoca o quella dei propri genitori. Diversamente da quanto scrivono altri giornalisti, io non li definirei nostalgici, ma amanti di un’epoca ormai finita, che in qualche modo ci ha plasmati tutti, noi giovani inclusi, e che ci ha lasciato delle canzoni magari dai testi semplici e banali, spesso delle cover di successi stranieri, ma che sono nei cuori, nelle menti e nelle bocche anche delle nuove generazioni.
Laura Fazzini

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