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25 APRILE, Festa della Liberazione

Resistenza, liberazione, antifascismo: temi ancora sempre da affrontare con serietà e serenità. Di Mario Ascheri*

di Mario Ascheri | 1 Maggio 2022

Ripropongo articolo del 1994 (in “Il nuovo Campo di Siena”, 21 aprile), datato per qualche elemento ma nella sostanza di permanente (e sempre discussa) attualità pur se scritto quasi 30 anni fa e in questo drammatico momento bellico. Il sistema elettorale presidenziale americano cui accenno è oggi investito, dopo una riforma con applicazione negativa del 1972, da richieste di modifica anche con interventi ‘tecnici’ su autorevoli riviste americane.

Temi dei quali si può parlare all’infinito.. Per semplificare si devono distinguere due tipi di approccio. Il primo è immediato, più semplice, molto legittimo, ma anche semplificante, perché troppo ’datato’.. L’antifascismo vi compare come un sentimento e un orientamento ideale collegato a un fatto storico che non si può dimenticare, perché è alle origini della nostra Repubblica e della nostra democrazia. Giusta la condanna di quel fascismo decretata dalle forze che hanno poi, vittoriose, dato origine alla Nuova Italia con una Costituzione. pertanto da salvare (ma che da tempo fa vedere larghe inefficienze strutturali). Si tratta di un antifascismo che rispetta la storia, che rispetta tanti combattenti e la loro azione, non sempre illuminata ma che indubbiamentedette un contributo alla Liberazione del Paese compiuta con il determinante apporto degli Alleati. Soprattutto però segnò anche una specie di redenzione del popolo italiano dalla prolungata acquiescenza al fascismo. Un antifascismo che rispetta i ricordi e la memoria, certo. Apre, dobbiamo chiederci, al futuro di un Paese che ha bisogno di ricordi ma selettivi e unitari, una volta che si sia riusciti a costruire un’identità nazionale e un patrimonio politico comune? Scalfaro ha colto i termini del problema quando ha. raccomandato la riconciliazione di vinti e vincitori.

Non si tratta di dimenticare né di assolvere. Il fascismo come fatto storico era sbagliato, iniquo e nefasto. E’ stato sconfitto ed è stato condannato in modo definitivo. Ora ci sono varie circostanze da considerare con equilibrio.

Primo. Sono passati ormai quasi 80 anni e i protagonisti “buoni” e “callivi” di quegli anni tragici sono sempre meno, come sono sempre meno le vittime dirette di tante sofferenze. 

Secondo. Siamo a una svolta della nostra storia politica. Non perché abbia vinto alle elezioni (anche) la destra, ma perché Alleanza nazionale ha vinto dopo aver fatto professione di fede liberaldemocratica, indicando nell’Europa e nei suoi liberi ordinamenti i propri modelli e dopo che, caduto il Muro, anche i nostri comunisti avevano definitivamente rigettato i modelli dell’Est. Chiaro che non bastano le professioni di fede e che bisogna attendere i comportamenti pratici. Chiaro che non ci si può fidare delle parole e che sarà sempre necessaria, per tanto tempo, la dovuta ‘vigilanza’, perché certi comportamenti sono determinati dalla cultura più profonda degli individui. Ma perché dubitare della buona fede degli uni e degli altri? Fino a prova contraria, è doveroso prenderne atto e incoraggiare un’evoluzione che certamente richiederà tempo.

Se sono fondate queste premesse, di puro buon senso politico e culturale, con che spirito dobbiamo guardare al 25 aprile?

Dobbiamo scendere in piazza per stringerci intorno agli antifascisti ‘storici’ contro i pericoli dei post-fascisti al governo, come ci propone il Manifesto? O non dobbiamo guardare criticamente a questa ‘chiamata’ e accogliere i tanti appelli alla prudenza, alla calma e alla riflessione?

Non ho dubbi. Con la stessa fermezza con cui sarei pronto a mobilitarmi in tutti i modi ove si profilasse un concreto pericolo per le libere istituzioni del Paese, sono anche convinto che si debbano evitare per quanto possibile contrapposizioni frontali, eccitatrici di odio anziché di riflessione e di riconciliazione. Personalmente ritengo del tutto ridicolo continuare a rimproverare alla Chiesa, ad esempio, le crociate contro gli Albigesi o i tanti roghi agli eretici e alle (presumibilmente inventate) streghe, o l’anacronistico Sillabo… Così mi sembra ridicolo continuare a rimproverare ai nostri post-comunisti quel che hanno fatto Lenin, Stalin e compagnia bella.

Scheletri negli armadi ce ne sono un po’ da tutte le parti, e Tangentopoli ne ha scoperti di assolutamente insospettabili nei più classici armadi liberaldemocratici. Che dobbiamo fare? Bruciare i socialisti residui perché hanno avuto Craxi come leader? O gli ex-democristiani per i vari dubbi (e non dubbi) personaggi che passavano le giornate tra elemosine in parrocchia e furti nei carrozzoni statali?

C’è un’esigenza di azzeramento, di ripartenza con una seconda Repubblica profondamente rinnovata. Il fatto comporta che si sappia guardare in modo critico con un doveroso distacco all’esperienza della prima repubblica, alla sua realtà e ai suoi miti. 

Non vuol dire assolvere il fascismo, come non vuol dire condannare la Costituzione vigente.. Esige però che si sappia guardare al di là, ed evitare la cecità cui l’eccitazione (e la delusione elettorale)  potrebbe portare. E per questo grande scopo bisogna frenare ogni estremismo, ogni irragionevolezza, che rischi di portarci indietro.

Il sistema elettorale proporzionale ha avuto tante responsabilità anche su questo piano. Perché è un sistema che sottolinea i contrasti, che divide anziché unire al di là delle pur legittime e doverose divergenze di programma. Quando, ormai da più parti fortunatamente, si auspica un sistema di tipo americano, con i due grandi partiti che si alternano in continuazione al governo del Paese, si guarda in avanti, appunto a un Paese in ci non abbiano più posto gli estremismi del passato. Ma non perché essi debbano essere repressi. Semplicemente perché si auspica che ne venga meno l’alimento potente, che è lo squilibrio sociale e culturale delle varie componenti della Nazione. Gli estremismi vengono meno se prevale una giustizia plausibile per tutti e uno Stato autorevole, non di parte, ma interprete degli interessi generali, anche se inevitabilmente diretto pro tempore da una parte politica.

Comunismo e fascismo sono legati, non a caso, anche geneticamente, nella loro origine storica, a una condizione di sottosviluppo e di arretratezza del Paese.

Il 25 aprile si è sempre festeggiata la Liberazione. 

Giusto, ma a questo punto non solo quella dallo straniero va festeggiata. Va festeggiata anche quella dall’estremismo e dalle condizioni sociali e politiche (come il fallimento del ceto politico che ci ha governato negli ultimi decenni) che lo rendono possibile.

E allora c’è un altro anti-fascismo. Che non lotta solo contro il fascismo storico, ma contro tutti i fascismi, quale che sia l’etichetta che essi assumono, e sono state tante storicamente, anche a sinistra. E sono tante anche ora: basti pensare ai periodici assemblearismi intolleranti…

L’antifascismo permanente, da insegna sempre e dovunque, anche quando tra decenni non ci saranno più vittime dirette e indirette della guerra di Liberazione, è l’antifascismo inteso come tensione continua contro l’intolleranza, la sopraffazione, la violenza e la censura, per il rispetto della persona e del diverso quale che sia la sua opinione. 

Insomma, è l’antifascismo del liberalismo classico, che è stato sconfitto sul piano partitico in Italia proprio mentre sembra trionfare (e si spera) culturalmente in tutte le forze politiche. Fosse vero! Personalmente non sono ottimista per fondate ragioni storiche. Ma se nel nostro Paese vogliamo tentare qualcosa di nuovo, se vogliamo nei fatti staccarci da un passato che continua a pesare negativamente, dobbiamo fare appello al buon senso, alla fratellanza e alla buona volontà imposta da una comune cittadinanza ed eredità storica. Quelle stesse qualità che hanno fatto giustamente ribellare al fascismo storico, devono ora far capire che in questo mondo turbato ovunque dalla violenza e dalla guerra c’è bisogno di un antifascismo anche più impegnativo. Perché non legato a un male storico, ma a un male sempre presente e sempre possibile in noi e tra noi.

Il fascismo permanente, contro cui non si deve abbassare la guardia, è una malattia sempre possibile, di cui rechiamo i germi e con i quali inquiniamo i rapporti interpersonali e collettivi quotidianamente, quale che sia la nostra etichetta politica. Diamo al 25 aprile un contenuto più ‘pesante’: sarà una crescita culturale per tutti e aiuterà i nostri avversari (non più nemici) a riconoscere la validità delle nostre ragioni.

Mario Ascheri

Pubblicato in : Primo pianoTag: anni, buon senso, censura, chiesa, comunismo, costituzione, craxi, democrazia, elezioni, fallimento, fascismo, futuro, governo, il manifesto, italia, mondo, nazione, orientamento, personaggi, popolo italiano, prima repubblica, repubblica, seconda repubblica, sistema elettorale, socialisti

Info Mario Ascheri

Membro del Consiglio scientifico dell’Istituto storico italiano per il Medio Evo . Già Professore nelle università di Sassari, Siena e Roma 3.Senior Fellow, University of California, Robbins Collection, Berkeley.
Doctor h. c. Université de l’Auvergne (Clermont-Ferrand)

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