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2025: l’Occidente sembra arrendersi, ma Israele gli indica la via

A fine anno si tirano le somme. Si parla di prezzi, di lavoro, di guerre lontane che ormai scorrono come un notiziario lontano. Ma il bilancio più pesante è un altro: una parte dell’Occidente sta perdendo la bussola. Non l’Occidente come idea, non tutti, non ovunque. Parlo di quel pezzo rumoroso e compiaciuto che ha scambiato la critica per superiorità morale e la confusione per profondità. E che oggi arriva a sostenere regimi e despoti, o a fargli da sponda, mentre condanna chi prova a difendersi e a contrastare il terrorismo istituzionale.

di Piero Terracina | 1 Gennaio 2026

A fine anno si tirano le somme. Si parla di prezzi, di lavoro, di guerre lontane che ormai scorrono come un notiziario lontano. Ma il bilancio più pesante è un altro: una parte dell’Occidente sta perdendo la bussola. Non l’Occidente come idea, non tutti, non ovunque. Parlo di quel pezzo rumoroso e compiaciuto che ha scambiato la critica per superiorità morale e la confusione per profondità. E che oggi arriva a sostenere regimi e despoti, o a fargli da sponda, mentre condanna chi prova a difendersi e a contrastare il terrorismo istituzionale.

Terrorismo istituzionale significa una cosa semplice e brutale: violenza usata non solo per colpire, ma per governare. Non è la scheggia impazzita, è il metodo. È la paura organizzata, la propaganda, l’uso dei civili come moneta, il ricatto emotivo come linea politica. Una macchina che vive di ostaggi, letterali o psicologici, e che pretende pure di passare per “causa”. Se non ti allinei, sei un mostro.

Se ti difendi, sei colpevole. E intanto chi pratica quel terrore viene raccontato come vittima permanente, come se la responsabilità evaporasse solo perché sa vendere bene il dolore.
Il paradosso è qui: in troppe piazze e in troppi salotti si è rovesciata la bussola. Il difetto non è solo l’ingenuità. È una specie di estetica della sconfitta, una fascinazione per chi “sfida l’ordine” anche quando quell’ordine, con tutti i suoi difetti, è l’unica cosa che impedisce al mondo di diventare una giungla. Si è diffuso un romanticismo tossico verso il capo che “decide”, verso il regime che “dà identità”, verso la teocrazia che “dà senso”. Come se la libertà fosse noiosa e la servitù avesse più stile.
Perché succede? Primo: perché una parte di Occidente, dopo decenni di benessere e pace relativa, ha iniziato a vergognarsi delle proprie fondamenta. Ha confuso gli errori con l’essenza. Ha preso il senso di colpa e l’ha trasformato in ideologia. Così, quando vede una democrazia imperfetta che si difende, la tratta come colpevole; quando vede un dispotismo che aggredisce, lo tratta come “reazione”. È un riflesso: se sei occidentale, devi essere in torto. Se sei contro l’Occidente, devi avere per forza una ragione.
Secondo: c’è la convenienza, quella più sporca e più concreta. I regimi sanno comprare silenzi e ambiguità senza bisogno di valigette. Basta creare dipendenze: energia, contratti, mercati, investimenti, comunicazione, piattaforme. Quando un sistema diventa dipendente, chiama prudenza ciò che è paura, equilibrio ciò che è resa, “complessità” ciò che è fuga dalla realtà.
Ed è qui che entra il nodo economico, quello che tanti evitano perché rovina le pose: in un mondo che si globalizza nessuna nazione si salva da sola, perché non esiste più un “fuori” dove buttare le conseguenze delle proprie scelte. La globalizzazione non è una moda o una parola da usare a piacere. È catene del valore, tecnologia, logistica, dati, energia, valute, standard. È interdipendenza, volenti o nolenti. E nell’interdipendenza, se non hai un’architettura economica aperta e solida, diventi fragile come vetro.
Architettura economica aperta non significa mercati senza regole e tutti contenti. Significa regole chiare, concorrenza reale, tutela dei contratti, giustizia che funziona, investimenti in ricerca, infrastrutture, energia, formazione. Significa scambi, sì, ma non ciechi: scambi con una linea di sicurezza, con diversificazione, con resilienza. Significa alleanze economiche che non siano foto di gruppo, ma reti vere: fornitori alternativi, tecnologie condivise, standard comuni, capacità industriale e digitale difendibile.
Dentro questa architettura c’è un pezzo che spesso viene trattato come “tema sociale” separato dall’economia, quando invece è economia pura: la ricchezza deve muoversi. Serve una redistribuzione scalare, snella, rapida e interagente. Non assistenzialismo che immobilizza, non pioggia ideologica, ma un sistema capace di far circolare opportunità e potere d’acquisto lungo tutta la scala in modo continuo. In un mondo dove l’economia gira, gira anche la moneta: non si accumula in alto come acqua stagnante. Se si ferma la circolazione, si ferma l’innovazione, si spegne la domanda, si spezzano i percorsi di mobilità e alla fine si impoverisce anche chi credeva di essersi messo al sicuro. L’Italia è un esempio perfetto di cosa succede quando la ricchezza tende a restare bloccata: si crea una società lenta, rigida, allergica al rischio, e ogni crisi diventa un macigno perché sotto non c’è elasticità, c’è solo attesa.
L’autarchia felice oggi è una favola. Nessuno produce tutto bene, a costi sostenibili, con autonomia totale, senza perdere innovazione e senza abbassare il tenore di vita. Se ci provi in fretta, scopri che non stai diventando libero: stai diventando più povero e più isolato. Ma anche l’apertura ingenua è finita. Delocalizzi tutto, perdi competenze, ti scopri dipendente per chip, farmaci, energia, componenti critici. Poi arriva una crisi e capisci che il prezzo non era basso. Era solo rinviato.
La domanda, quindi, non è “globalizzazione sì o no”. La domanda è: vogliamo starci da adulti o da turisti. Da adulti significa costruire un modello aperto ma robusto, capace di competere senza vendersi, capace di cooperare senza inginocchiarsi. Un modello che non si vergogni della propria storia, perché la storia non è un alibi: è una lezione. E che guardi avanti senza farsi ipnotizzare dal futuro come se fosse una religione.
In questo scenario c’è un caso che molti preferiscono evitare, perché obbliga a scegliere e la scelta, oggi, spaventa: Israele. Al netto delle opinioni, Israele mostra una cosa che in Occidente sembra diventata rarissima: la capacità di restare una democrazia avanzata e, allo stesso tempo, non farsi intimidire dal terrorismo ideologico e religioso. È un equilibrio difficile e scomodo. Significa vivere con elezioni vere, pluralismo, dibattito pubblico acceso, istituzioni che non sono arredamento, e intanto tenere la linea quando qualcuno prova a trasformare la paura in regola del gioco.
La lezione è più ampia di Israele. Se una democrazia si piega davanti al terrorismo, non ottiene pace: ottiene solo un incentivo a colpire ancora. Se invece resiste con determinazione, manda un messaggio che vale più di mille dichiarazioni: il terrore non è un linguaggio politico legittimo. Non è un diritto, non è una “narrazione alternativa”. È un attacco alla civiltà, e chi lo pratica non va trattato come un interlocutore morale, ma come una minaccia da fermare. Israele diventa così uno specchio fastidioso: costringe l’Occidente a ricordare cosa dovrebbe essere, una casa dove la libertà non è uno slogan, ma una responsabilità che richiede difesa, lucidità, e una soglia minima di coraggio.
Ed è qui che torna utile guardare in faccia i protagonisti del caos, senza farsi incantare dal marketing geopolitico. Putin, Trump, Xi, gli ayatollah iraniani e molte monarchie petrolifere hanno una cosa in comune: un’architettura mentale obsoleta, fatta di verticalità, culto dell’uomo forte, controllo dell’informazione, società pensate come masse da spingere e non come cittadini da rispettare. Sono sistemi che ragionano per blocchi, fedeltà, paura, rendite, e che sognano un mondo “indifferenziato” nel senso peggiore: un mondo dove tutto vale uguale perché niente conta davvero, dove i principi diventano moneta di scambio e la verità è solo una versione più rumorosa delle altre.
Putin vive di passato imperiale e di frontiere come cicatrici da riaprire. Xi pensa la modernità come disciplina, non come libertà, e la tecnologia come guinzaglio. Gli ayatollah difendono il potere con una teologia politica che non tollera dissenso. Molti sceicchi hanno costruito stabilità su rendite e controllo, spesso con modernità di facciata e cuore amministrato dall’alto. Trump, nel suo stile, ha trasformato la politica in spettacolo permanente e la diplomazia in transazione, come se la storia fosse una trattativa immobiliare e la forza fosse solo un effetto speciale. Diversi tra loro, sì, ma tutti appartenenti a una scuola vecchia: quella in cui comandare conta più che costruire, e vincere oggi conta più che lasciare un domani vivibile.
Il loro vantaggio è uno solo: la semplicità brutale. Il loro limite è lo stesso: non reggono davvero la complessità di un mondo aperto, con persone che parlano, si muovono, commerciano, inventano, si connettono. Per questo odiano la libertà e cercano di piegarla, o di ridurla a caricatura. Non combattono solo stati, combattono modelli di vita.
E allora il finale è più chiaro, e anche più tagliente. Il mondo si globalizza a prescindere. Non è una scelta estetica, è una dinamica storica. Sta a noi decidere se farne parte da protagonisti o starne fuori come spettatori rancorosi, pagando costi altissimi in benessere, sicurezza, innovazione, e autonomia reale. Chi sceglie di restare fuori, pensando di proteggersi, spesso scopre troppo tardi che non stava costruendo una fortezza: stava costruendo una gabbia.
Fine anno, quindi, non è solo brindisi. È un promemoria. O l’Occidente torna a credere in sé stesso senza arroganza, oppure continuerà a fare una cosa tragicomica: predicare diritti mentre consegna spazio e futuro a chi quei diritti li detesta. Serve coerenza, serve lucidità, serve chiamare le cose con il loro nome. La libertà non è un comfort, è una scelta quotidiana. E nel 2025, volenti o nolenti, è tornata a chiedere un prezzo.

Piero Terracina

Pubblicato in : Editoriale, Esteri, Non sanno quello che dicono

Info Piero Terracina

Mi chiamo Piero Terracina, ho 70 anni, lavoro nel campo delle chitarre dal 1979 e sono un punto di riferimento per molti musicisti.

Ma questa è solo una parte di ciò che sono.

Sono ebreo, panteista, visionario. Non appartengo a nessuna corrente politica, assolutamente apartitico.

Da cinquant’anni studio storia, politica ed economia. Non per mestiere, ma per necessità. Perché capire il mondo non è un passatempo: è un dovere. Scrivo per onestà intellettuale, per rimettere ordine dove il pensiero si è fatto confuso, omologato, pigro.

Non ho mai accettato verità impacchettate né morali a comando.
Credo nella responsabilità personale, nel dubbio, nella tradizione, nella libertà del pensiero critico.
Non appartengo a nessuno. E non scrivo per piacere: scrivo perché tacere, a volte, è peggio che sbagliare.

Da me troverai solo lavori fatti con le mani e idee scolpite con la testa.

Senza slogan. Senza bandiere. Solo ciò che penso. Solo ciò che faccio.

A settembre 2026 ho fondato il sito Volo Radente (www.voloradente.eu) dove pubblico i miei articoli riprodotti anche su Pensalibero.it

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