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“Vorremmo tornare a sorridere”

di Fabrizio Binacchi | 23 Dicembre 2013

Renzi, Letta, Alfano e annessi hanno tempo fino a marzo per dare una svolta a tre anni di contorsioni politico sociali, a tre anni di tasse e balzelli e di tira-la-cinghia, a tre anni di sola austerità strangola famiglie e strangola-aziende.

sorrisoLa cortese signora di Torino, “oh basta là”, elegante e capelli bianchi, al nostro microfono dice: “Ogni giorno c’è una protesta, ci saranno delle buone ragioni”. Già, le proteste e le ragioni. Piccoli imprenditori e agricoltori, dipendenti e studenti, professionisti e operatori vari sono in piazza o passano dalla piazza, sono a protestare o si aggiungono di volta in volta. Il fatto che è che il malcontento è davvero generale e generalizzato. La disoccupazione è tornata ai livelli del 1977. Abbiamo perso il 10 per cento di ricchezza in pochi anni e almeno un quinto del nostro potere d’acquisto, crescono le famiglie e gli individui che entrano nella fascia della pre-povertà. E pensiamo che siano strane le proteste? Beh ha ragione quella signora bene di Torino: “Ci saranno delle buone ragioni, che dice?”, scansiona la signora guardando in faccia il giornalista. L’altro giorno uno del movimento dei forconi ha detto: “Vorremmo tornare a sorridere”. Già, pure noi. Da quanto non sorridiamo serenamente?  Anche semplicemente: “Vorremmo tornare ad una normalità”. Già, ma cos’è la normalità negli anni delle transizioni economiche e sociali? Non è che si accorgono adesso del “malessere sociale”? Il malessere c’era già anche un anno fa, anche due anni fa.  Perché adesso fa paura? Perché sta scomparendo la speranza. E se scompare la speranza prende piede la disperazione e con la disperazione non sai davvero dove puoi andare a finire. Perché là, in quell’area, mentale e sociale nel contempo,  non c’è quasi più nulla da perdere . E quando non si “ha più nulla da perdere” si diventa in condizionabili e quindi pericolosi. Sono già passati 8 mesi di quell’anno e mezzo che Letta ad aprile si era preso per agganciare la ripresa, fare riforme, fare la voce grossa in Europa e imboccare la strada della normalità  e, a conti fatti, non si è visto un gran ché. Colpa di chi? Delle larghissime intese che non permettevano un accordo sulle grandi riforme? Possibile. Adesso che le intese sono più strette e forse più chiare dovrebbe essere più facile. Ma il tempo stringe molto, quasi non c’è più. Ormai le piazze sparse e non solo le assemblee nei congegni organizzati chiedono risultati a settimane, quasi a giorni, non promesse da marinaio. La nuova compagnia di governo ha tre mesi. Renzi, Letta, Alfano e annessi hanno tempo fino a marzo per dare una svolta a tre anni di contorsioni politico sociali, a tre anni di tasse e balzelli e di tira-la-cinghia, a tre anni di sola austerità strangola famiglie e strangola-aziende. Se poco poco i nuovi e i vecchi che ci governano  arrivano a fine marzo e si  congeleranno di nuovo per le elezioni europee e non avranno portato a casa nulla di apprezzabile, allora sarà difficile spiegare, sarà difficile ascoltare, sarà tutto molto complicato. Con i soli annunci e i rinvii di riforme e misure per la gente  e con anticipi di tasse e balzelli sei sicuro di andare a sbattere. Non ci vuole un Nobèl dell’economia per capirlo. L’Uil ha sfornato i risultati di uno studio secondo il quale la  “casta” politica in Italia costa 23 miliardi di euro. Angeletti, segretario generale della Uil, lo dice quasi sconsolato: “Basterebbe togliere  i tanti livelli inutili, mettere insieme e snellire le troppe municipalizzate e si risparmierebbero 7 miliardi. Ma qui non hanno ancora tagliato niente di significativo dei costi della politica”. Già, ce ne vuole per tornare a sorridere. Confidiamo nell’aria di festa.

Pubblicato in : CornerBlog

Info Fabrizio Binacchi

Fabrizio Binacchi, giornalista economico @Tg1, poi in giro per l’Italia a dirigere redazioni e sedi regionali. Ha realizzato e curato varie trasmissioni su @RaiUno e @RaiTre. Ha condotto Linea Verde finendo in acqua e su Striscia, Paperissima, Blob, facendo passare quel poco di popolarità dai palazzi della politica ai supermercati. Insegna in vari master, ha scritto tre libri e ha vissuto in sette città ma solo in due si trova a casa: Bologna e Firenze.

Interazioni del lettore

Commenti

  1. Enrico Martelloni

    24 Dicembre 2013 alle 19:30

    Crisi…certo, per noi sembra così, ma quando si sente la crisi e si protesta contro la “Casta” che costa, non si sta in piazza mezza giornata, si rompe le vetrine e poi si desina a casa. Si fa come in Ucraina: si lotta. Un mese di pacifica protesta nelle “Maidan” di Kiev, e ancora sono lì. Al freddo. Meno venti. Giovani ed anziani e chi non può stare in piazza prepara a casa il mangiare e il bere per chi lotta. Saremo anche in crisi, ma a me pare la nostra, “la rivoluzione di mezzogiorno”.

    Rispondi

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