
Adolescente amavo la poesia forse perché amavo l’amore. E’ una esperienza che è capitata a molti della mia generazione. Quella che leggeva Jacques Prévert, Rabindranath Tagore e “L’antologia di Spoon River”. Ascoltava Fabrizio de André, Luigi Tenco, Gino Paoli etcc. e Presley, Dylan, Beatles e Rolling Stones. Quella generazione amava anche il poeta cileno Pablo Neruda.
Si trattava di una poesia malinconica, si trattava di poesia dell’amore doloroso.
Nell’introduzione a questa opera del poeta cileno, risalente agli anni ’20 dello scorso secolo, Garcìa Lorca così scriveva: “Un poeta più vicino alla morte che alla filosofia; più vicino al dolore che all’intelligenza; più vicino al sangue che all’inchiostro….poesia che non si vergogna di rompere modelli, che non teme il ridicolo e che si mette a piangere d’improvviso in mezzo alla strada…”
Garcìa Lorca aggiungeva una osservazione che spiega l’attrazione che abbiamo avuto per Neruda, noi che abbiamo frequentato il “Classico”: “La poesia richiede una lunga iniziazione, come qualsiasi sport, ma c’è nella vera poesia un profumo, un accento, un tratto luminoso che tutte le creature possono percepire”. L’iniziazione l’avevamo avuta con Saffo, Ovidio, Catullo, Dante, Petrarca. Pur tuttavia è una poesia che tutti coloro che hanno una certa sensibilità possono apprezzare.
Pablo Neruda descrive così le nuvole “bianchi fazzoletti d’addio” e le mani dell’amata “dolci come l’uva”Ed è immaginifico Neruda. “Chino sulle sere getto le mie triste reti/in quel mare che scuote i tuoi occhi oceanici/gli uccelli notturni beccano le prime stelle/che scintillano come la mia anima quando ti amo”
Neruda è un poeta dell’amore: “Quanto ti sarà costato abituarti a me,/alla mia anima sola e selvaggia, al mio nome che tutti allontanano/…/Le mie parole piovvero su di te accarezzandoti/ho amato da tempo il tuo corpo di madreperla soleggiata/Ti credo persino padrona dell’universo/Ti porterò dalle montagne fiori allegri, copihues, nocciole oscure, e ceste silvestre di baci/Voglio fare con te/ciò che la primavera fa con i ciliegi”. Ma l’amore descritto da Neruda non è facile, è doloroso. “Mi piaci quando taci perché sei come assente./Distante e dolorosa come se fossi morta./Allora una parola, un sorriso bastano./E son felice, felice che non sia così” Basta, perciò , poco per tornare a sperare.
Non c’è rassegnazione ma solo la consapevolezza della precarietà dei sentimenti. “Posso scrivere i versi più tristi questa notte./Pensare che non l’ho. Dolermi d’averla perduta/…/Più non l’amo, certo, ma forse l’amo./E’ così breve l’amore, ed è sì lungo l’oblio”.
E’ l’assenza l’ispirazione poetica di Neruda. “La mia vita s’affatica invano affamata./Amo ciò che non ho. Tu sei così distante”. E se non si pone fine all’assenza con l’abbraccio la disperazione è lo sbocco naturale. “Abbandonato come i moli nell’alba./Solo l’ombra tremola si contorce nelle mie mani.”
Questa rilettura di un autore amato in gioventù è stato un buon alimento per l’adolescente che è in me e che non và ucciso se si vuole continuare ad avere la gioia di vivere.
Indice: Presentazione di Federico Garcìa Lorca – Prefazione di Giuseppe Bellini – Venti poesie d’amore – La canzone disperata.

Personalmente dei dolori novecenteschi gabellati per dolori universali ne ho le tasche piene. Perché non serrarli in un comparto a tenuta stagna?
Personalmente dei dolori novecenteschi gabellati per dolori universali ne ho le tasche piene. Perché non serrarli in un comparto a tenuta stagna.
Ritrovare i versi di Neruda, mi ha riportata ai ricordi migliori. Ho amato e amo molto il tono “pittorico” con cui Neruda ha messo a nudo i sentimenti. Quasi sequenze di un film con un sottofondo musicale carnale ,trascinatore.
Oppure una galleria colorata ,dinamica , con grandi teleri pervasi di luci, movimento, tenerezza e disperata passionalità.
Grazie per questo dono inaspettato , mi associo all’omaggio per il grande poeta dell’amore e della tristezza.