Intervista di Pensalibero all’On. Giorgio La Malfa. “Peccato d’origine, è di aver pensato che la moneta può essere dissociata dallo Stato. Vale a dire che si può creare la moneta senza creare lo Stato federale d’Europa”.

Di recente, On. La Malfa, lei ha curato la prefazione del libro di Jhon Maynard Keynes “Sono un liberale?” edito da Adelphi. Ora, invece presenta un suo libro già pubblicato anni fa all’esordio della moneta unica europea che esprime, anticipandone avvenimenti poi accaduti, una riflessione critica sull’Euro che ha preceduto il problema dell’Europa unita e federata. Come dice il titolo del suo libro edito da Passigli: l’Europa è in pericolo. On. La Malfa, perché?
Perché la moneta unica è stata costruita con un peccato d’origine. Peccato d’origine, è di aver pensato che la moneta può essere dissociata dallo Stato. Vale a dire che si può creare la moneta senza creare lo Stato federale d’Europa. La moneta non è il fondamento di uno Stato, è il tetto. E’ il completamento di un processo d’unificazione. L’errore che fu compiuto fu di arroganza tecnocratica da Delors e molti altri. Fu di pensare che, mettendo insieme obbligatoriamente i paesi europei attraverso la moneta, che presuppone lo Stato, lo Stato sarebbe venuto meno. L’altro giorno, lunedì a Milano, nella presentazione di questo libro, che ha fatto il direttore del 24ore, l’ambasciatore Sergio Romano e Carlo De Benedetti; De Benedetti ha raccontato un episodio, un colloquio con Delors, che ha detto: noi vogliamo mettere il carro davanti ai buoi, vogliamo costringere i politici europei a fare….Perché sappiamo che la moneta unica senza l’Europa non può reggere, ma noi li costringiamo, nella speranza che l’amore nasca. L’idea era: leghiamo l’Europa e poi la sposiamo, come un matrimonio che viene prima dell’amore, cosa che non avviene quasi mai, almeno in questo modo. Questo è il problema di fondo. Oggi è spiegato che la moneta ha bisogno di una banca centrale che finanzi lo Stato. Bisognava capirlo prima. I problemi della Grecia, della Spagna, del Portogallo e dell’Italia, sono la conseguenza, non la causa della crisi dell’Euro, e sono la conseguenza di un’impostazione sbagliata. Sarebbe molto grave, ed è molto grave pensare, che la moneta unica è debole perché sono deboli la Grecia, l’Italia, la Spagna, il Portogallo. Esse pagano le conseguenze di una politica sbagliata.
Che cosa è lo spread btp – bund per Monti: uno spauracchio dei Media per il parlamento, o l’obbiettivo per cominciare a migliorare ciò che è stato per lungo tempo abbandonato in Italia?
Diciamo, tanto che cosa è lo Spread, cioè cos’è che determina la differenza fra il rendimento dei titoli di Stato di un paese, come la Germania, ad esempio, nei confronti dell’Italia. E’ essenzialmente la valutazione che i mercati danno del rischio che quel paese fallisca. Ad un debitore sicuro, la banca presta soldi al minimo e ad un debitore scadente che riesce ad ottenere il credito, lo otterrà a condizioni tali che in qualche modo la banca dirà: Finché paga, mi prendo i soldi, finché non fallisce, perché poi fallisce. Questo è il meccanismo. Lo spread, misura il giudizio dei mercati su questo rischio. E siccome il costo è drammatico per il paese, perché bisogna mettere delle tasse, bisogna tagliare delle spese utili. L’obbiettivo che si è posto Monti di ridurre lo spread, ma che se lo sarebbero posto anche Tremonti, o Berlusconi e chiunque sia al suo posto, è per evitare un cappio al collo che strangolerebbe, anzi, lo ha già strangolata l’economia italiana. Questo è il punto di fondo che va capito bene, perchè se no, diamo un giudizio, come se il Professor Monti volesse, diciamo così, divertirsi ad ottenere un traguardo che non è un traguardo importante: non è un traguardo importante, è un traguardo indispensabile. Lei, se invece, aggiunge la domanda “ Basterà?” l’abbassamento dello spead per risolvere i problemi. La mia risposta è assolutamente no, e credo sia anche la risposta di Monti, in altre parole che Monti è perfettamente consapevole che questo è un passo necessario ma, ovviamente, non sufficiente.
Ha senso parlare di “ Politica dei redditi” in Europa ed in Italia, quando la ricchezza è mal distribuita?
He bhe!…Se non se ne parla della politica dei redditi, quando la ricchezza è mal distribuita non so, quando se ne deve parlare. Nel caso, altrimenti, se fosse ben distribuita, significherebbe che il meccanismo funziona bene. No, ha senso. Il problema è un po’ diverso. Quando si allarga la forbice dei redditi è facile metterla a posto, ma quando per venti anni l’hai lasciata allargare, se tenti di ristringerla, strilla moltissimo. E’ molto difficile fare andare indietro i privilegi. E’ molto più facile non concederli. Aver concesso dei privilegi, redditi altissimi, eccetera… e poi dire, no guardate, vi abbiamo assunto nella pubblica amministrazione con degli stipendi che nemmeno uno scrittore privato si permette di avere, ed ora in poi dovete accettare stipendi che sono la metà della metà, è un po’ difficile.
“ L’Italia è una repubblica fondata sul lavoro” cita l’articolo 1 della Costituzione. E’ ancora adatto alla nostra realtà? Non sarebbe migliore scrivere: l’Italia è una repubblica fondata sulla libertà, nel senso più profondo, intendo, non quello, ad esempio, di fare in maniera disinvolta del liberismo senza legge né regole?
Questa fu una discussione alla Costituente. La formula “ L’Italia è una repubblica fondata sul lavoro.”, risultò il compromesso tra il mondo cattolico e quello comunista. Mio padre e gli azionisti, erano propensi per la formula libertà e diritti. Il mondo liberale e soprattutto gli azionisti non volevano questa definizione della costituzione così astratta. Come giustamente dice lei, bisognerebbe poi sapere se questo lavoro poi diveniva libero. Il problema vero è che l’Italia rimane una repubblica che non ha mai raggiunto l’obbiettivo della piena occupazione, che è sembrato più vicino negli anni settanta e ottanta. Oggi il lavoro è il problema principale dell’Italia. Il lavoro oggi non, ho alcun dubbio, deve essere appoggiata da una politica buona che è fondata sul lavoro.
La prossima legislatura sarà quella, dove bisogna mettere il lavoro al centro dei problemi.
L’immagine dell’Italia all’estero è più danneggiata dall’articolo 18 dello statuto dei lavoratori, o dalla giustizia italiana, lenta ad esprimere un giudizio chiaro, complici leggi e burocrazia?
Ma, guardi è difficile dire, sono tutte cose che danneggiano. L’impresa straniera che guarda alle leggi del lavoro dice, ma che paese è. L’azienda straniera che deve recuperare dei crediti dice, che razza di giustizia è questa. L’ azienda straniera che ha bisogno d’internet veloce dice, ma che Itala è questa?
Bisognerebbe mettere a posto quello, quello altro ed altro ancora…
E’ un lavoro che, secondo me, Monti può cominciare, ma che Monti non può terminare e qualcuno dovrà portare avanti. Soprattutto perché ci sono le elezioni. Quale parlamento uscirà dal voto del prossimo anno che possa sorreggere la continuazione di questo governo? Il prossimo anno ci saranno le elezioni che si devono, ovviamente, fare. Vorrei dire una cosa, che secondo me ha importanza: qualcuno dovrà contemperare l’azione di Monti che ha tagliato con l’accetta. Bisognerà che qualcuno compensi, questi tagli, cioè migliori e si prenda carico dei problemi sociali. Io considero l’art.18, come i tagli alla spesa pubblica, una condizione necessaria. Io non li considero, però, queste, cose che trasformeranno l’Italia in un paese migliore.
L’Italia diventerà un paese più giusto, quando la gente non glie ne fregherà niente, o saranno marginali. Io preferisco il lavoratore che si dimetterà da un posto di lavoro perché ne ha trovato uno migliore e non quando le imprese ti mandano via perché vanno a gambe all’aria. Questo bisognerà farlo nella prossima legislatura. Il problema è, quale forza politica può vincere le elezioni sul programma di ricostruzione di questo paese?
A questo punto chiudiamo qui l’intervista; non mi resta che ringraziare e suggerire ai lettori il libro, che pone parecchi interrogativi sui nostri giorni e quelli futuri, dell’Italia e dell’Europa, cui manca l’anima politica degli Stati federati.

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