L’immaginario collettivo è una dimensione magica, irrazionale, che influenza atteggiamenti e modi di pensare in relazione a determinati oggetti. La pubblicistica attinge a piene mani dagli stereotipi e dall’oleografia per macchiettare la mitica città partenopea.
Alcuni tuttologi immersi in profonde dissertazioni, e noi con loro rapiti da tanto metafisico discettare, hanno individuato nell’oleografia la salvezza di Napoli. Una città sempre sull’orlo del precipizio, che deve essere salvata, senza specificare da chi e da che cosa. Ma al netto di facili moralismi non si può negare che l’economia può trarre beneficio dal detto: “Napoletani? Pizza, sole e spaghetti”.
A Napoli il termine “pizza” fa la sua apparizione intorno al 1535, durante il pranzo di matrimonio, celebrato nella prima metà del secolo, tra Bona Sforza e Sigismondo I re di Polonia. Nasce cosi un improbabile nesso fra pizza e abitudini aristocratiche: si veda anche l’origine della pizza Margherita, che prende il suo nome dalla specialità con mozzarella, resa celebre dal cuoco Raffaele Esposito per la regina Margherita in visita a Napoli nel 1889.
La pizza è la traduzione commestibile dell’arte di arrangiarsi da parte del misero. E’ lui il consumatore dell’antica pizza “cu ’e pescetielle” (con piccole alici e pomodoro) e della sorprendente “pizza a ogge a otto”, fritta e contenente ricotta, che era pagata otto giorni dopo la consumazione. Note di colore che hanno contribuito a renderla immortale.
Solo la pizza è un alimento totale, anche perché essa segna il trionfo dei cinque sensi. L’occhio è catturato dal contrasto tra il bianco della mozzarella, il rosso della salsa e il verde del basilico; l’orecchio dallo scoppiettio del forno a legno; l’olfatto dall’inconfondibile profumo, il gusto dall’ovvio atto del manducare. E poi c’è il tatto: non ci dimentichiamo che la pizza si mangia con le mani, che, dopo averla fatta in quattro rituali parti, la piegano e la depositano in quella fortunata bocca, che godrà fino in fondo della sua squisitezza.
Tiziana Marmoro
INGREDIENTI: 400 g di farina per l’impasto 100 g di farina per il tavolo 30 g di lievito di birra 1 cucchiaio di sale ¼ di litro d’acqua tiepida
PREPARAZIONE: Innanzitutto mescolate il lievito con un cucchiaio di farina in poca acqua precedentemente intiepidita sul fuoco, fino ad ottenere un preparato omogeneo. Lasciate lievitare il preparato, per una mezz’ora, in una ciotola di terracotta infarinata, che coprirete con un panno. Poi disponete la farina a montagnetta, aperta al centro. Qui ponete il preparato, che intanto è lievitato, impastando il tutto con le mani e effettuando ripetutamente l’operazione dello schiacciare e del raccogliere l’impasto, Ottenete da esso una forma di pagnotta e mettetela ulteriormente a lievitare, coprendola anche in questo caso con un panno. Dopo un paio d’ore, prendere la pasta e lavoratela ancora, schiacciandola in modo tale da ridurne il volume. Alzate infine di poco il bordo per creare quello che sarà il cornicione. La pasta per la pizza è pronta.

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