Il “whataboutism” di Luigi Di Maio

di Fabrizio Amadori | 14 gennaio 2018

Di recente l’ottimo Di Maio si è pronunciato sul premier Gentiloni, reo di aver espresso il proprio disappunto rispetto alle difficoltà incontrate talvolta a collaborare, insieme coi membri del suo Governo, con la sindaca Raggi e la Giunta di Roma. Di fronte a cotanto affronto il Genio di Avellino non ha ribattuto sul punto, bensì dicendo che Gentiloni ha smesso di fare il Primo Ministro ed è sceso nell’agone in funzione antigrillina per contribuire a far dimenticare anche lui il disastro delle banche, di cui il partito dell’attuale Premier sarebbe grandemente responsabile. L’Ottimo, insomma, si sta mostrando un politico navigato proprio quando vorrebbe recitare la parte del ribelle, in nome del movimento che rappresenta e difende, e sfodera una tecnica antica per non rispondere alle critiche. Mi riferisco a quella tecnica chiamata “whataboutism” che il dissidente ed ex campione del mondo Garry Kasparov segnala nel suo interessante saggio “L’inverno sta arrivando” (Fandango): una tecnica nata ai tempi della Guerra Fredda e che i sovietici usavano quando, di fronte ad una domanda diretta sulle loro malefatte, replicavano pronti “Che dire allora…?” – in inglese appunto “What about…?” – e invece di rispondere alla domanda partivano all’attacco, ricordando le cattive azioni – vere o presunte – dei loro critici, a partire naturalmente da quelle degli occidentali. Putin ha recuperato alla grande questa vecchia tecnica dell’Urss, e Di Maio si sta rivelando un ottimo allievo. Non so se vincerà lui le prossime elezioni – spero di no -, ma sconsiglio Berlusconi di dar seguito alla (peraltro solita) promessa di  scappare in Russia, nel caso ciò succedesse: rischierebbe infatti di trovare il Genio di Avellino al Cremlino ad ascoltare rapito qualche ulteriore lezione del caro Vladimir.   
Genovese, nato nel 1971, diplomato al liceo classico "Mazzini", laureato in filosofia all'Università Statale del capoluogo ligure, ama la letteratura in lingua tedesca e russa. Residente a Milano dal 1999, dopo varie esperienze, prima come responsabile di pizzeria (Germania) e poi come docente in Italia e all'estero (Zambia), si occupa da gennaio 2007 di comunicazione per le aziende (dalle piccolissime alle multinazionali). Al suo attivo ha numerose pubblicazioni - articoli e interviste - su giornali e riviste culturali nazionali ("Filosofia", "Avanguardia", "Poeti e poesia", "Ideazione", etc.). Da ricercatore in ambito letterario ha scritto soprattutto di teoria della scrittura (si veda, ad esempio, il suo breve saggio "Ragionare alla Poe", "Avanguardia" n. 59). E' stato il primo a parlare di "narratologia deduttiva". Ottenuta nel 2000 una borsa di studio e ricerca da una Fondazione italo-americana per sviluppare il discorso iniziato col suo pamphlet "Giovani e potere" - o "Giovani, sesso e potere" a seconda dell'edizione - (prefazione di Dino Cofrancesco), ha potuto lavorare a stretto contatto, tra gli altri, con Anita Desai e Philip Levine. Polemista, si è occupato per i giornali anche di cultura. Di recente ha iniziato a pubblicare alcune poesie - o "testi rimati" come li definisce lui - sulla rivista "Poeti e poesia". Già membro della segreteria della "Enzo Tortora" di Milano e Consigliere generale della "Coscioni", si è occupato come oratore del referendum per l'abrogazione della Legge 40 portando a casa anche un importante risultato: convincere il quotidiano "Liberazione" - di ispirazione comunista - ad usare come allegato per la campagna il materiale dell'associazione radicale.

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