Un fantasma europeo che fa ancora paura (a Bruxelles)

Le politiche di accoglienza dei migranti male si conciliano col riferimento alle radici giudaico.cristiane nella Costituzione europea.

di Fabrizio Amadori | 26 Nov 2018

Cosa si deve pensare del riferimento alle radici giudaico-cristiane nella costituzione europea?

A me fa venire in mente due cose.

La prima: che se uno vuole segnalarle, queste benedette radici, lo può fare, ma a patto che sottolinei come da tali radici non siano derivati solo buoni frutti (tutt’altro direi).

La seconda: che uno di questi frutti è sotto gli occhi di tutti, il sostanziale disinteresse europeo per le tragedie planetarie, a partire dalle migrazioni. Ed insomma, forse non è nell’interesse dei sostenitori delle suddette radici parlarne in questo periodo, perché ci si potrebbe domandare a che pro ricordare qualcosa che di fatto è morto come il messaggio evangelico in Europa.

Se Gesù Cristo fosse ancora in vita – diciamo così – probabilmente avrebbe qualcosa da ridire sulle politiche di accoglienza dei migranti, per non parlare dello sfruttamento degli africani e dei loro paesi d’origine da parte dell’Europa (e non solo da parte della Francia, ma di tutte le nazioni che hanno delle multinazionali nel cosiddetto “continente nero”, multinazionali che, in feroce concorrenza tra loro, spesso, troppo spesso, oliano gli ingranaggi e corrompono).

Gli oppositori di Bruxelles e del suo rigore spesso fanno appello allo spirito iniziale dell’unione, secondo cui l’economia veniva dopo, non prima, il benessere dei popoli. Quindi gli esseri umani vengono prima delle questioni contabili: bisognerebbe estendere tale principio a tutti gli esseri umani che vengono a contatto con l’unione, a partire dai migranti, io credo. Altrimenti che razza di principio sarebbe?

Se non vogliamo esseri fedeli al messaggio evangelico, insomma, cerchiamo di esserlo almeno al messaggio con cui è nata l’Unione europea, che era (ed è) un messaggio laico e autonomo da suggestioni religiose (perché ispirato, immagino, ai valori dell’illuminismo, come quello di tutte le costituzioni dell’Occidente cosiddetto avanzato).

 

Fabrizio Amadori

 

Genovese, nato nel 1971, diplomato al liceo classico "Mazzini", laureato in filosofia all'Università Statale del capoluogo ligure, ama la letteratura in lingua tedesca e russa. Residente a Milano dal 1999, dopo varie esperienze, prima come responsabile di pizzeria (Germania) e poi come docente in Italia e all'estero (Zambia), si occupa da gennaio 2007 di comunicazione per le aziende (dalle piccolissime alle multinazionali). Al suo attivo ha numerose pubblicazioni - articoli e interviste - su giornali e riviste culturali nazionali ("Filosofia", "Avanguardia", "Poeti e poesia", "Ideazione", etc.). Da ricercatore in ambito letterario ha scritto soprattutto di teoria della scrittura (si veda, ad esempio, il suo breve saggio "Ragionare alla Poe", "Avanguardia" n. 59). E' stato il primo a parlare di "narratologia deduttiva". Ottenuta nel 2000 una borsa di studio e ricerca da una Fondazione italo-americana per sviluppare il discorso iniziato col suo pamphlet "Giovani e potere" - o "Giovani, sesso e potere" a seconda dell'edizione - (prefazione di Dino Cofrancesco), ha potuto lavorare a stretto contatto, tra gli altri, con Anita Desai e Philip Levine. Polemista, si è occupato per i giornali anche di cultura. Di recente ha iniziato a pubblicare alcune poesie - o "testi rimati" come li definisce lui - sulla rivista "Poeti e poesia". Già membro della segreteria della "Enzo Tortora" di Milano e Consigliere generale della "Coscioni", si è occupato come oratore del referendum per l'abrogazione della Legge 40 portando a casa anche un importante risultato: convincere il quotidiano "Liberazione" - di ispirazione comunista - ad usare come allegato per la campagna il materiale dell'associazione radicale.

Rispondi

Il suo indirizzo e-mail non verrà pubblicatoI campi obbligatori sono marcati *

*