La sentenza della Corte di Cassazione di assoluzione dei tre carabinieri mi lascia sgomento. I tre militari sono stati processati con l’accusa di omicidio colposo, per la morte di Riccardo Magherini, ex calciatore di 40anni. Ricordo per la cronaca, che Riccardo viene fermato il 3 marzo 2014 dai carabinieri a seguito di segnalazione di cittadini e tenuto a faccia a terra da tre tutori dell’ordine.
Nonostante le urla dell’ex calciatore, e trattenuto faccia a terra; cessa di vivere per soffocamento.
Non ho la pretesa di entrare nel merito delle motivazioni dell’assoluzione: “il fatto non costituisce reato” è il verdetto. Mi limito a constatare che Riccardo, al pari di Federico Aldrovandi (Ferrara), Stefano Cucchi (Roma) Giuseppe Uva (Varese) è morto mentre era nelle mani di uomini che operano per conto dello Stato.
Il commento, che offro all’attenzione dei lettori, riguarda le contraddizioni del nostro sistema giudiziario, che ho sottolineato in più occasioni nei miei editoriali.
I tre carabinieri sono stati condannati in Tribunale per omicidio colposo in primo grado dal giudice Monocratico; sentenza confermata in Corte d’Appello nel secondo grado di giudizio. Anche il sostituto procuratore generale della Cassazione, Felicetta Marinelli, chiede che venga confermata la condanna di primo e secondo grado, ma i suoi colleghi giudicanti sono di diverso avviso e assolvono i tre agenti.
Di fronte ad una sentenza della Cassazione che ribalta anni di lavoro di tutto l’apparato giudiziario, mi chiedo come sia possibile che per alcuni magistrati (giudici del Tribunale, della Corte d’Appello e Procuratore generale della Cassazione) i tre carabinieri sono colpevoli della morte di Riccardo e poi la sentenza finale della Suprema corte li assolve.
Il nostro è un sistema farraginoso, che si regge ancora sul codice varato nel 1930 (88 anni fa) dal ministro Alfredo Rocco. I governi che si sono succeduti dal Dopoguerra ad oggi, in oltre 70 anni, non hanno avuto la capacità di varare una riforma, che cambi radicalmente questo assurdo sistema. Magistrati che hanno in comune la stessa formazione, concorso da giudice e laurea in giurisprudenza, possono giungere a conclusioni completamente diverse, diametralmente opposte (ricordo i casi Stasi di Garlasco e Sollecito di Perugia). E allora il male è da ricercare nella sconfinata discrezione di chi giudica.
Le leggi non sono chiare e lasciano troppo spazio alle interpretazioni. In questo modo non si dovrebbe andare avanti.
Ma la speranza è l’ultima a morire e non resta che sperare nell’attuale governo del cambiamento; così recita lo slogan di Salvini e Di Maio.
Roberto Fronzuti

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