Teatro Verdi di Pisa, Rossini: Mosè in Egitto. Una indimenticabile serata di bella musica e suggestiva ambientazione

Servizio di Stefano Mecenate

di Stefano Mecenate | 18 Novembre 2018

Scommettere sulla fiducia del pubblico proponendo un’opera bellissima ma decisamente non molto famosa, sembra essere una scelta reiterata del direttore artistico del teatro Verdi di Pisa.

Fin dal suo esordio in questa veste, infatti, Stefano Vizioli ha inteso costruire un cartellone nel quale, accanto ad opere di sicuro impatto, ce ne fossero altre meno conosciute e spesso non facili; scelta coraggiosa e al momento vincente dal momento che il pubblico lo ha seguito riempiendo il teatro ed accogliendo queste proposte con curiosità ed entusiasmo.

Festeggiare Rossini col suo Mosé ci è sembrata quindi una scelta più che opportuna: d’altronde la scorsa stagione si era conclusa proprio con un’opera rossiniana, L’italiana in Algeri e questa, dopo l’inattesa e gradita The Beggar’s Opera di John Gay, ha visto un Rossini “serio” assurgere a omaggio del grande compositore pesarese in occasione dei 150 anni dalla sua morte.

Mosè in Egitto non è decisamente un’opera facile né per l’allestimento, né per il cast, né per l’orchestra: a Pisa abbiamo assistito ad un piccolo miracolo che ha saputo trovare un equilibrio quasi perfetto tra tutte le componenti dando vita ad uno spettacolo decisamente eccellente.

Non è piaggeria usare questo superlativo in un contesto com’è quello di un teatro che deve fare i conti con budget contenuti: sappiamo bene quanto impegni economicamente un nuovo allestimento e sappiamo anche come due soli giorni di programmazione, pur con quasi sold out in entrambi, siano decisamente insufficienti a controbilanciare le uscite. Ma un buon lavoro di programmazione, una oculata scelta dei cast, l’affidamento a mani esperte di scene e costumi può fare il miracolo e dar vita ad un bello spettacolo senza svenarsi oltre le possibilità.

Anche una scelta di partner “in sintonia” è decisamente di aiuto per raggiungere traguardi ragguardevoli ed anche in questo senso il teatro Verdi di Pisa per le sue coproduzioni ha saputo affiancarsi teatri di prestigio e desiderosi di emergere con spettacoli di qualità.

In questo caso, la cordata è composta, oltre che dal teatro Verdi di Pisa, dal teatro Coccia di Novara, dalla Fondazione Haydn di Bolzano e dal Opéra Théatre de Metz Métropole.

Ottimo il lavoro di squadra che ha visto l’esperta ed eclettica bacchetta del M° Francesco Pasqualetti dirigere con sapienza un’ottima Orchestra della Toscana regalando momenti di grande emozione senza mai scivolare nel banale o nell’enfatico.

Essenziale ma decisamente funzionale la scena di  Yosè Yaque con Valentina Bressan, che firmano anche i costumi (realizzati da Officina SCART di Waste Recycling), che sceglie la via del suggerimento emozionale piuttosto che quello della descrizione pedissequa e didascalica dell’ambientazione ottenendo un ottimo effetto visivo che, senza distrarre dalla storia, la circonda e la caratterizza, aiutata da un’eccellente disegno di luci di Michele della Mea, già apprezzatissimo light designer delle maggiori opere del Verdi.

La mano esperta del regista, Lorenzo Maria Mucci, ha fatto il resto dando quella vitalità alla vicenda che non ha perso neppure per un momento la sua tensione emotiva senza che nessuno dei personaggi, coro compreso, debordasse o prendesse la mano.

Un finale risolto con pochissimi elementi scenici ed un video mozzafiato ha dato un’immagine decisamente emozionante dell’apertura delle acque e della successiva chiusura sull’esercito egizio dopo che il popolo ebraico le aveva attraversate indenne, chiudendo i tre atti in modo magistrale.

Pubblico entusiasta che ha premiato con generosità di applausi durante l’opera e con una lunga ovazione e molte chiamate alla ribalta al termine questo lavoro che premia gli sforzi di coloro che, come ha ben detto il Presidente uscente, l’avvocato Giuseppe Toscani, nel brevissimo ma sentito discorso di commiato, giornalmente rendono possibile con il loro lavoro, il loro entusiasmo, la loro creatività questi risultati che, anno dopo anno, hanno portato dentro il teatro un gran numero di abbonati e tanti giovani.

Più che buona la prova del coro Ars Lyrica diretto da Marco Bargagna, il cui ruolo è fondamentale nell’economia dell’opera e che ha saputo essere all’altezza dell’intero cast che, come abbiamo anticipato, è risultato decisamente buono a partire dall’esperta Silvia Dalla Benetta che ha saputo fare di un personaggio apparentemente meno importante come la regina Amaltea una protagonista, grazie ad una vocalità che sa passare dalla morbidezza alla veemenza con padronanza e controllo della voce che spicca in brillantezza e spessore.

Non da meno la mezzosoprano moldava Natalia Gavrilan, Elcia, che con grande espressività dipinge il ruolo affidatole regalandoci interpretazioni decisamente suggestive delle pagine della partitura rossiniana come quella del lamento per la morte dell’amato Osiride.

E proprio di questi, il tenore Ruzil Gatin, Osiride, abbiamo apprezzato il timbro personale e la voce omogenea a tutte le altezze: elegante nello stile, se saprà conservare quelle sue peculiarità espressive avrà certamente una bella carriera come già dimostra la sua prossima presenza alla Scala nel ruolo del Conte di Almaviva che debutterà.

Più che buona anche la prova del basso Alessandro Abis, Il Faraone, che già avevamo avuto modo di apprezzare nell’Italiana in Algeri dello scorso anno nei panni di Mustafà: grintoso e preciso denota una personalità artistica che lo aiuta nell’affrontare i personaggi a lui affidati con grande professionalità, superando anche quelli che possono essere, in alcune occasioni, i limiti di una vocalità di basso puro chiamato a svolgere ruoli più adatti a basso-baritoni.

Più debole, almeno in alcuni momenti, la prova di Federico Sacchi, Mosé, in evidente difficoltà nel registro acuto ma capace di riscattarsi grazie ad una voce potente che ben si adatta alla carismatica figura della guida del Popolo Eletto verso la salvezza.

Apprezzabile la prova del tenore Marco Mustaro, Mambre, dalla voce piccola ma gradevole, come quella di  Matteo Roma, Aronne, e Ilaria Ribezzi, Amenofi, convincenti nei rispettivi ruoli, a dimostrazione di come una buona squadra ben preparata valorizzi anche quei ruoli “secondari” che spesso vengono trascurati a svantaggio di un’armonia di assieme così importante nella riuscita di un’opera. A testimonianza di quando questo possa essere importante, gli applausi del pubblico che si sono equamente distribuiti tra tutti durante e dopo .

Stefano Mecenate

giornalista, critico musicale, editore, regista di opere liriche: ama conoscere e mettersi in gioco, ama le sfide e il lavoro di squadra. Si occupa di comunicazione e marketing ma preferisce la cultura in tutte le sue espressioni e ad essa dedica tempo ed energie con entusiasmo e convinzione. Ha lavorato per quotidiani nazionali, emittenti radio televisive locali, riviste culturali; ha collaborato e collabora con Istituzioni pubbliche per la progettazione e l'organizzazione di eventi. Legge e ascolta musica non appena ha tempo, si riposa ogni tanto e non fuma.

Rispondi

Il suo indirizzo e-mail non verrà pubblicatoI campi obbligatori sono marcati *

*