Salvini e il ragionamento

Non si può chiedere ad un asinello di portare lo stesso carico di un elefante, ma se entrambi gli animali si rifiutano di farlo non diciamo che l’asinello è meno colpevole perché deve portare meno peso.

di Fabrizio Amadori | 1 luglio 2018

Non ho capito perché se Orban e Macron devono prendere – immagino per una questione di possibilità delle proprie nazioni calcolate su vari parametri – l’uno 300 migranti e l’altro 9000, uno sarebbe 15 volte (dice Salvini, ma il numero esatto è 30) meno cattivo dell’altro, quando invece è solo meno ricco, meno esteso, e così via (se fosse una questione di solo pil il rapporto si fermerebbe a 1 a 20). Non è insomma una questione di morale, ma di disponibilità, ed entrambi, ognuno in proporzione alle proprie forze, si sono detti ugualmente indisponibili. Non si può chiedere ad un asinello di portare lo stesso carico di un elefante, ma se entrambi gli animali si rifiutano di farlo non diciamo che l’asinello è meno colpevole perché deve portare meno peso. Occorre poi precisare che la Francia ha il problema del terrorismo e, se vogliamo dirla tutta, la capacità di essere un soggetto attivo, non passivo, della Ue – nel senso che offre all’Unione europea più di quanto riceva in termini finanziari -, una capacità che l’Ungheria evidentemente non ha. Certo, questo a rimarcare una volta di più che la Francia è molto più grande del piccolo (o medio) paese dell’Est, ma, ripeto, non è questo il punto della discussione, o meglio sì: nel senso che la Francia potrebbe contestare di dover accogliere una quantità 30 volte maggiore di migranti dell’Ungheria, dato che non ha 30 volte il suo pil, e tantomeno 30 volte il suo territorio – e dato che gli altri parametri sono (magari) discutibili. Concludere quindi che un paese sia più “cattivo” dell’altro dimostra o una malafede, o una oggettiva difficoltà a sviluppare un ragionamento serio da parte del Ministro Salvini davvero imbarazzante.

 

Fabrizio Amadori

 

Genovese, nato nel 1971, diplomato al liceo classico "Mazzini", laureato in filosofia all'Università Statale del capoluogo ligure, ama la letteratura in lingua tedesca e russa. Residente a Milano dal 1999, dopo varie esperienze, prima come responsabile di pizzeria (Germania) e poi come docente in Italia e all'estero (Zambia), si occupa da gennaio 2007 di comunicazione per le aziende (dalle piccolissime alle multinazionali). Al suo attivo ha numerose pubblicazioni - articoli e interviste - su giornali e riviste culturali nazionali ("Filosofia", "Avanguardia", "Poeti e poesia", "Ideazione", etc.). Da ricercatore in ambito letterario ha scritto soprattutto di teoria della scrittura (si veda, ad esempio, il suo breve saggio "Ragionare alla Poe", "Avanguardia" n. 59). E' stato il primo a parlare di "narratologia deduttiva". Ottenuta nel 2000 una borsa di studio e ricerca da una Fondazione italo-americana per sviluppare il discorso iniziato col suo pamphlet "Giovani e potere" - o "Giovani, sesso e potere" a seconda dell'edizione - (prefazione di Dino Cofrancesco), ha potuto lavorare a stretto contatto, tra gli altri, con Anita Desai e Philip Levine. Polemista, si è occupato per i giornali anche di cultura. Di recente ha iniziato a pubblicare alcune poesie - o "testi rimati" come li definisce lui - sulla rivista "Poeti e poesia". Già membro della segreteria della "Enzo Tortora" di Milano e Consigliere generale della "Coscioni", si è occupato come oratore del referendum per l'abrogazione della Legge 40 portando a casa anche un importante risultato: convincere il quotidiano "Liberazione" - di ispirazione comunista - ad usare come allegato per la campagna il materiale dell'associazione radicale.

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